Identitarismo europeo ad un bivio (quarta parte)

Identitarismo europeo ad un bivio (quarta parte)

L’identità europea quindi, in quello che è il suo blocco occidentale, appare sfuggevole, “fluida”, usando un termine fin troppo alla moda di questi tempi. Non dimentichiamoci, infatti, che gran parte di quel blocco sociale ed elettorale che vede nell’immigrazione un pericolo, e che si manifesta con un voto populista, lo fa attraverso parametri culturali fuorviati da decenni e decenni di americanismo e di società dei consumi; due fattori che riducono l’identitarismo a qualche cosa di semplicemente reazionario, piccolo borghese, o da incolto fattore umano provinciale.

In questo modo identità diventa sinonimo di “chiusura mentale”, e non di ricchezza e di profondità. “Tranquillità”, “sicurezza”, “benessere”, ecc. Tutte parole che abbondano in quegli ambienti politici che solleticano un tipo di europeo occidentale che non comprende le dinamiche della globalizzazione, ma che magari non rinuncerebbe mai a stare “al passo con i tempi”, attraverso social network e protesi emozionali.

Per una certa iconografia progressista, l’identitario non è altro che uno zotico, gretto e ignorante, che dovrebbe essere rieducato di continuo, e che dovrebbe capire quanto sia ineludibile l’avvento di una società europea, meticcia e colorata, in cui l’uomo bianco sarà minoranza.

Purtroppo, la reazione alla persistente violenza ideologica etnomasochista, non avviene attraverso un recupero REALE dei precetti identitari, quanto ad un anemico “voto di protesta”, che premia in sostanza nulla che vada oltre ad una mediocre visione borghese della vita e dell’Europa.

La spaccatura tra identitarismo euro/occidentale ed identitarismo euro/orientale sta tutta qui; mentre nel vecchio cuore dell’Unione Europea i popoli hanno subito la modificazione genetica del loro DNA culturale, attraverso dosi sempre più massicce di pensiero liberale a stelle e strisce, i popoli che hanno vissuto il processo d’integrazione continentale, dopo il crollo del blocco sovietico, hanno preservato una spiccata propensione alla xenofobia extra-europea, pur accogliendo con favore quel che di buono è giunto economicamente con l’apertura a forme di produzione/consumo tipiche dell’emisfero occidentale.

Ribadiamo quindi il motivo di sconcerto dei soloni blu stellati, e dei maître à penser del progressismo, di fronte a popoli che tutto hanno guadagnato dall’adesione all’UE, ma che oggi non intendono pagare il conto delle scriteriate politiche di accoglienza fatte a Bruxelles, Berlino, Parigi o Roma.

L’identitarismo in Europa occidentale si riduce a questioni materiali. L’identitarismo in Europa orientale è questione ben più profonda e radicale; di razza. Differenza che sfugge non soltanto agli immigrazionisti, o ai nuovi negrieri delle ONG “umanitarie”, ma anche a coloro che si fanno trascinare in facili entusiasmi per qualche protesta locale contro la creazione di campi profughi, o qualche manifestazione sporadica di autoctoni preoccupati dal degrado che giunge sempre ad accompagnare i “migranti”.

Ma chi sono e cosa vogliono i così detti “migranti”?

 

(segue)

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