Identitarismo europeo ad un bivio (terza parte)

Identitarismo europeo ad un bivio (terza parte)

Il cortocircuito cui stiamo assistendo da qualche anno è quello di un’Europa che si trova in contrasto con l’Unione Europea; ovvero in contrasto con quell’entità sovranazionale che avrebbe dovuto essere il compendio definitivo di ogni nazione del Vecchio Continente, i cui orizzonti geografici si sarebbero addirittura spostati oltre le frontiere storiche dell’Europa stessa, accarezzando per molto tempo l’ipotesi (velleitaria ed irrealistica) di aggregare nientemeno che Turchia ed Israele alla bandiera blu stellata.

Follie geopolitiche a parte, l’Unione Europea che conosciamo, dopo la fallimentare gestione delle crisi economico/finanziarie sviluppatesi a ridosso del 2008, e l’altrettanto fallimentare gestione della questione “migranti”, ha dimostrato tutta la sua inconsistenza.

L’onnipotenza (sedicente) della Commissione Europea, del Consiglio d’Europa, e della Banca Centrale Europea, sembra esser valida solamente per quel tipo di Stati/nazione che sono rimasti imbrigliati in una sorta di complesso di soggezione. I famigerati PIIGS, di cui tanto abbiamo scritto, ne sono stati un lampante esempio di tale complesso. L’Italia è poi affetta da una patologia autolesionistica senza pari, nel non voler mai difendere i propri interessi di fronte ai potentati di Bruxelles o dell’Euro Tower. Eppure, se noi guardiamo ad altri esempi, potremmo facilmente costatare quanto tale presunta onnipotenza sia debole.

L’Unione Europea si ferma tanto a Visegrád, quanto sul Brennero, la spocchia dei suoi diktat non sembrano far breccia su quelle nazioni che ancora hanno un occhio di riguardo verso la propria sovranità nazionale, e preferiscono affrontare le vacue lagnanze di qualche burocrate blu stellato, piuttosto che cedere di fronte al rischio di “finire come l’Italia”.

Per l’appunto, nessuno s’è mai domandato come mai i nostri “amici” d’oltreconfine siano stati così solerti nel chiudere le loro frontiere nella fase più acuta della questione migranti?

O come mai nel volgere di poco più di un anno non soltanto il Brennero sia diventato blindato, ma anche tutta la frontiera occidentale della nostra nazione?

Già, la Francia…

Quando fu Vienna a mandare i carri armati al brennero, i media italici tirarono fuori tutto il trito e ritrito armamentario demagogico anti-germanico. Ma quando fu Parigi a trattarci come dei poveri pirla, allora ci fu il più belante piagnisteo istituzionale mai sentito in decenni di storia repubblicana.

Il Presidente Macron, quello per cui mezza classe politica italiota fece il tifo in fase di ballottaggio presidenziale, e che ne decantò le gesta nemmeno fosse stato un novello Napoleone III, ci ha chiuso la saracinesca in faccia, mandando a dire ai babbei governativi nostrani che la Francia ha un interesse nazionale da difendere, problematiche etno/raziali già gravi, e che non può permettersi il lusso di accogliere altri migranti. L’imbarazzo a Roma è stato talmente grande, dopo questa ennesima riprova della totale ininfluenza dell’Italia in ambito UE, che i media tricolore hanno preferito dedicarsi ad altro. Infondo eravamo in campagna elettorale e pareva brutto parlare di cose serie.

Il “problema”, se così vogliamo definirlo, non è tanto l’esser certi ormai che lo spirito comunitario sia da tempo finito nell’armadio dell’argenteria della nonna, buono da tirar fuori giusto in un paio di occasioni l’anno, quanto il vedere come l’Italia non sia in grado di comprendere quanto sia palese lo scollamento tra l’Unione e gran parte delle nazioni del Vecchio Continente che vi si sono associate.

Certamente non riteniamo che stia soffiando un vento identitario così sferzante. In particolare nell’Europa occidentale trattasi di semplice timore borghese per la perdita delle tanto care “sicurezze” individualistiche. Gli occidentalomorfi medi si ricordano di parole come nazione, comunità ed identità giusto quando vedono minacciato il loro curato orticello, o la loro agiata esistenza, in cui l’unico pensiero è l’escalation social/consumistica.

Fatichiamo moltissimo a volerci immedesimare nelle paure e nelle preoccupazioni di chi non vede la sostituzione etnica come un fenomeno di distruzione del nostro bios e del nostro habitat, ma come una semplice questione di “integrazione” economica. Se noi prendessimo l’italiano post moderno, nella sua manifestazione più classica e diffusa, capiremmo subito che per tale soggetto la questione migratoria è tutta incentrata su parametri di economia spicciola.

Illuso è chi ritiene che il recente successo del populismo in Italia sia dovuto a ragioni alte o profonde; tutt’altro invece il carato, e di una disarmante banalità nel suo complesso.

 

(segue)

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