Identitarismo europeo ad un bivio (seconda parte)

Identitarismo europeo ad un bivio (seconda parte)

Da Visegrád al Brennero; l’Europa contro l’Unione Europea

L’identitarismo può essere declinato in molti modi, e il suo essere parte di un progetto o di una visione politica non è mai da sottovalutare in tempi come questi; ovviamente guardando bene il livello di coerenza di chi ne porta la bandiera.

Esso poi può manifestarsi anche in ambiti e contesti che solamente una visione superficiale potrebbe definire “minori”. Purtroppo in Italia, ma temiamo anche in tutte le grandi (si fa per dire) nazioni dell’Europa occidentale, si tende a sottovalutare quanto, nella sua complessità, il nostro continente sia diversificato, ed abbia in ogni singola nazione una visione della propria specificità di gran lunga superiore a quello che si possa pensare. Ciò vale in particolar modo per quegli Stati e nazioni, che per decenni hanno subito il finto socialismo sovietico, nel nome di Yalta e dei suoi equilibri.

Se la fine della cesura bipolare Ovest/Est sorta dopo il 1945, ed il processo d’integrazione verso Oriente avviato negli ultimi vent’anni dall’Unione Europea, potevano far presagire un’inesorabile omologazione di tutte le compagini geografiche della nostra Europa sotto l’egida blu stellata, ecco palesarsi in tutta la sua forza una resistenza attiva contro tale omologazione, proprio in un frangente storico significativo, ed in modo diversificato.

Una resistenza positiva quindi contro la violenza prevaricatrice di una sedicente “unione” che, invece di armonizzare le molteplici differenze della nostra grande civiltà in un’unica forza motrice, intende sradicare ogni fondamento identitario sull’altare di una religione laica e tecnocratica orwelliana, i cui canoni sono dettati da potentati finanziari, sostanzialmente apolidi ed universalistici, e dai farisei del politicamente corretto demo/progressista.

Negli anni di crisi del processo d’integrazione continentale; crisi tanto economica quanto progettuale, ecco che a compendio delle numerose questioni relative alla tenuta del sistema, UE quale modello di sviluppo, sorge una forma di resistenza identitaria contro il tentativo di omologare realtà nazionali con caratteri di spiccata specificità, al complesso decadente del vecchio nucleo dell’Unione.

L’Unione Europea che ha la sua culla in quelle lande occidentali così “evolute” socialmente, così “aperte” culturalmente, così “opulente” economicamente, ma così maledettamente a rischio di eradicazione identitaria, a quanto pare non potrà mai rappresentare nulla di così sacro per chi, nonostante debba proprio al processo d’integrazione continentale buona parte del suo recente sviluppo economico e sociale, vuol sinceramente portare avanti tale processo inclusivo, ma senza dover sacrificare identità nazionale e specificità etnica e culturale.

Ecco cos’è, in sintesi estrema, il famigerato Gruppo di Visegrád, ad esempio di ciò che scriviamo.

Un blocco formato da quattro nazioni: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, che pur ammettendo la validità del progetto di unità continentale, ne rigettano i cascami culturali omologanti, l’autoritarismo tecnocratico, e il credo messianico nei punti di Pil.

Strano a dirsi, ma non troppo, che nazioni le quali fino a trent’anni fa uscivano dal socialismo reale con le ossa rotte, ed con una disparità economica evidente, a petto del ben più crasso Occidente, oggi si possono permettere di criticare i grigi timonieri di Bruxelles e Strasburgo, di opporsi ai diktat ideologici sull’immanenza delle migrazioni verso l’Europa e l’ineluttabilità della sostituzione etno/raziale, ed addirittura cerchino di coagulare intorno al loro blocco tutte quelle nazioni o realtà politiche, che lottano per i loro popoli, seguendo una strada capace di rigettare ogni immanenza e reagire ad ogni ineluttabilità.

I media italiani, durante la crisi migratoria tra il 2016 ed il 2017, parlavano in modo sprezzante del Gruppo di Visegrád, argomentando quanto tali nazioni avessero beneficiato dell’Unione e del processo d’integrazione, e quanto ingrate si stessero dimostrando in frangente in cui, a detta dei nostri legulei a gettone, l’Europa era chiamata (ma da chi?) ad agire quale entità ricevente ed accogliente, in modo acritico ed irresponsabile, accettando flussi migratori che tutto avevano (ed hanno) fuorché di fenomeno “naturale” o “spontaneo”.

Il fatto poi che tutto l’Oriente europeo abbia elaborato politiche ostili contro la così detta “rotta balcanica”, facendola sostanzialmente fallire, ha dimostrato due cose:

1-Che nessun flusso migratorio può essere ritenuto inarrestabile.

2-Che il Gruppo di Visegrád è riuscito ad andare ben oltre i suoi confini, sapendo coagulare intorno alla propria resistenza anche altre realtà nazionali.

Il dato politico significativo è che dalla Vistola ai Balcani, passando per l’ex area austro/ungarica, le parole forti dell’identitarismo stanno soppiantando le flatulenze del pensiero debole, che da Ovest cercano di far “ragionare” popoli riottosi, convincendoli che il futuro è meticcio e multiculturale anche per loro.

Tale opera di convincimento sembra non aver fatto molta presa, a nostro parere.

Infatti, il risultato della crisi migratoria del 2016/2017 è stato quello di portare ampi consensi elettorali verso una rappresentanza identitaria e nazionalista. Spazzando via coloro che, da servi ubbidienti della tecnocrazia blu stellata, volevano accettare di buon grado l’innesto forzato nelle loro nazioni di comunità allogene afro/asiatiche.

Con buona pace di chi, dalle cattedrali dell’etnomasochismo, lancia strali contro il crescente “razzismo” e “xenofobia” dei popoli dell’Europa orientale, e vorrebbe interventi di correzione da psicopolizia contro di essi.

 

(segue)

 

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