Identitarismo europeo ad un bivio (prima parte)

Identitarismo europeo ad un bivio (prima parte)

Con oggi proponiamo un lungo focus sull’identitarismo europeo, partendo da un nostro articolo del 2012, incentrato sull’Ungheria e sulla sua particolare situazione politica; la sostanziale adesione dei magiari ad una visione nazionalista del mondo, che si esprime nel sostegno a due partiti che non possono più esser definite “anomalie democratiche”, così come amano affermare i benpensanti della politichetta progressista, in quanto ormai da anni posti ad egemonia conclamata in ogni tornata elettorale.

In ragione di una desolante situazione delle forze identitarie in Europa occidentale, occorre secondo noi trovare le radici di quelli che possono essere esempi positivi per la nostra lotta anti-sistema. 

thuleitalia

“Le prospettive della resistenza nazionalista ungherese”

 

Premessa

Quest’articolo si distanzia, per toni e forma, dall’usuale stile utilizzato nel trattare tematiche di politica estera e geopolitica, in ragione del soggetto qui proposto e di quello che riteniamo sia giusto fare nell’ambito dell’opera divulgativa di questa rivista; in relazione al nostro essere non asetticamente neutrali ma portatori in primo luogo di una visione del mondo chiara, e ideologicamente fondata su principi determinati.

Sicuramente saremo smaccatamente di parte nella presente opera. In quanto non possiamo, e non vogliamo, porre in secondo piano la necessità naturale di cercare un’ispirazione nel reale, che corrobori il nostro ideale.

Nelle vicende che vedono protagonista l’Ungheria troviamo tutto questo.

All’interno della più ampia cornice della crisi strutturale che l’Europa sta vivendo in questi anni, l’Ungheria è per noi un forte punto di riferimento, il primo esempio di una vera rivolta costruttiva contro le oligarchie economiche occidentali, i tecnocrati che tirano i fili dell’Unione Europea, e quel “pensiero debole”, che intende corrodere la vera forza identitaria dei popoli del Vecchio Continente, attraverso l’individualismo e il materialismo esistenziali, l’arrendevolezza caratteriale verso i dogmi della (pseudo) civiltà dei consumi, e il progressismo universalista.

Il nostro sostegno ideologico e morale al popolo ungherese, che in modo maggioritario sta scegliendo di resistere a un destino scritto dagli stessi che hanno portato l’Europa sul crinale del baratro, s’è sviluppato nel corso di questo tumultuoso periodo storico, in cui ben pochi si sono resi conto del pericolo verso cui eravamo indirizzati dalle nostre classi dirigenti, e che oggi non riesce ancora a trovare uno sfogo concreto, capace di superare la sterile protesta fine a se stessa.

In particolare i popoli dell’Europa occidentale sembrano ancora sospesi in una sorta di limbo emozionale; divisi tra la paura verso un futuro non più supportato da delle certezze e prospero, e un presente costellato dalle prime avvisaglie della valanga che presto ci travolgerà.

Le manifestazioni di protesta verso gli effetti della crisi economica, e contro coloro che ancora detengono immeritatamente la guida delle nazioni europee, sono confusionarie, umorali, sovente appannaggio di circoscritte classi sociali o singoli settori produttivi; mai esse rappresentano l’intero corpo organico delle comunità nazionali. L’opposizione alle politiche suicide delle élite democratiche, che intendono sostanzialmente mantenere l’Europa in uno status di sudditanza verso i mercati finanziari, risulta sterile, e quand’anche assume gli aspetti di un confronto duro, perfino violento, esso s’esaurisce in fretta. Un fuoco di paglia sovente affidato a frange giovanilistiche nullafacenti e inconcludenti; degne figlie di quest’Occidente privo forza vitale.

Cos’ha di diverso l’Ungheria cercheremo di riassumerlo nel modo migliore. Nella speranza che l’esempio che noi traiamo da questa nazione, sia fonte di sprone per coloro che ancora sentono ben viva la sensazione che nulla sia ancora perduto, e che il destino dell’Italia e dell’Europa non sia ancora stato scritto.

Una grande tempesta può iniziare da un primo esempio.

 

L’economia ungherese nel XXI secolo

L’Ungheria, durante gli anni del regime comunista, era una delle nazioni nell’orbita sovietica maggiormente sviluppate, sia da un punto di vista economico che sociale. Grazie alla diversità del suo popolo rispetto a quelli slavi, ed anche per una sua storica propensione ad essere particolarmente recettiva nei riguardi dell’area culturale germanica. Il fatidico 1989, ed il successivo collasso interno e geopolitico dell’URSS, hanno di fatto liberato l’Ungheria dai legami che la tenevano orientata ad un contesto a lei non naturale. Tuttavia, proprio in ragione di una consapevolezza del proprio essere nazione mitteleuropea e non slava, il suo passaggio dal sistema economico pianificato, a quello di libero mercato, è stato molto più graduale ed equilibrato rispetto ad altre realtà nazionali ex comuniste.

L’azione intrapresa dall’Ungheria post sovietica ha avuto come obiettivo primario quindi la ripresa e il potenziamento dei legami con l’Europa occidentale, in un quadro non remissivo ma impostato verso un partenariato alla pari. Proprio per questo motivo Budapest ha ricercato con successo l’integrazione piena con l’Unione Europea (2004), e prima ancora ha aderito alla Nato (1999).

Nell’ultimo decennio del XX secolo l’Ungheria ha saputo evitare drastiche privatizzazioni economiche, che avrebbero prodotto negative ripercussioni sociali, pur diventando un forte punto d’attrazione per gli investimenti delle principali nazioni dell’Europa occidentale.

Le normative fiscali applicate alle società estere, decise ad investire capitali in Ungheria, furono regolamentate da norme vantaggiose sia per l’investitore, che per lo Stato ungherese, soprattutto nel caso di società Off-shore e società holding. Un buon livello d’istruzione, e strutture pubbliche adeguate, hanno portato sempre di più l’Ungheria ad essere una nazione in cui il settore del terziario avanzato, e dell’alta tecnologia, avevano terreno fertile. In tal modo evitando parzialmente un colonialismo delocalizzatorio selvaggio d’imprese industriali occidentali verso la nazione magiara, che ha saputo operare in quegli anni un piccolo “miracolo” economico, di cui gran parte della popolazione ha beneficiato, ma che s’è rivelato effimero, ed ha lasciato in dote una spaventosa serie di effetti collaterali.

Cos’è andato storto?

Come per molti altri capitoli della crisi strutturale dell’Occidente, anche l’Ungheria vede nel 2008 la data d’inizio in quella che sarà la sua “discesa agl’inferi”, che dura tutt’oggi, e ne contraddistinguerà il futuro prossimo.

Nel 2008 anche sui magiari si abbattono le conseguenze di una politica economica votata all’indebitamento a catena sia dello Stato sia dei singoli cittadini, e dall’eccessiva dipendenza dagli investimenti provenienti dalle principali nazioni d’Europa. La crisi economica, partita dal crollo del mercato finanziario statunitense nell’Agosto del 2007, ebbe l’effetto di stritolare la capacità di reazione degli Stati e delle banche centrali di quelle nazioni, come l’Ungheria, che avevano visto crescere il livello della loro attrattività quali centri d’investimento privilegiato e ben remunerativo. Cosa che aveva prodotto uno sviluppo fondato solo ed esclusivamente su fattori diretti dalle piazze borsistiche, e dai rating esteri.

Nel Settembre 2008 il crollo finanziario generalizzato ha impedito a Budapest di far fronte alle obbligazioni contratte in valuta internazionale. Il sostanziale default dell’economia magiara è stato inevitabile, e il collasso del Fiorino ha obbligato il 90% famiglie ungheresi, che avevano contratto mutui in franchi svizzeri o euro durante gli anni ruggenti di crescita del Pil, a far fronte alla repentina perdita del tenore di vita raggiunto, spesso attraverso aperture di finanziamenti a catena, con tassi agevolati; che presto divennero insostenibili da gestire, soprattutto a fronte di un aumento generalizzato del costo della vita e della pressione fiscale, provocate dal tentativo del Governo socialista, presieduto da Ferenc Gyurcsány, di arginare il collasso dell’Ungheria.

Le misure adottate non ebbero per nulla l’effetto sperato, e non servirono a tamponare sufficientemente la situazione. Nel Novembre 2008 sia il Fondo monetario internazionale, che l’Unione Europea, decisero di correre in aiuto di Budapest, cercando di sostenere il Governo Gyurcsány nelle sue iniziative per un piano di sostegno del Ministero dell’Economia e dello Sviluppo Nazionale in favore degli intermediari finanziari, ancora loro, perché contribuissero a mantenere aperte le linee del credito per le imprese. Iniziativa che si rivelò presto impraticabile, visto l’alto tasso di sofferenza che tutto il sistema bancario magiaro viveva in quel frangente.

Il meccanismo che aveva reso l’Ungheria un esempio di come si potesse passare senza traumi da un sistema economico sovietico, ad uno di tipo liberale, s’è rivelato il fattore scatenante del collasso che a quasi tre anni di distanza sta incidendo sul presente di questa nazione.  Circa il 97% del tessuto produttivo ungherese è costituito da piccole imprese che, dopo le batoste di questi anni, faticano a resistere, date le difficoltà di accesso al credito e le condizioni di prestito sempre più esigenti.

Il grosso del prodotto interno ungherese, proveniente dagli investimenti esteri , s’è volatilizzato. Il disimpegno di una gran fetta di capitali sta affossando i livelli occupazionali, con il conseguente aumento del tasso di disoccupazione e prospettive concrete d’impoverimento per le famiglie magiare.

Nell’Aprile del 2010 i socialisti e i liberali, che nel corso di un ventennio si erano alternati alla guida dell’Ungheria, sono stati travolti elettoralmente per le gravi responsabilità nella gestione troppo avventata della res pubblica, e per aver fatto credere al popolo che fosse un fattore di sviluppo culturale l’indebitamento senza freni per raggiungere standard di vita materiali, simili a quelli occidentali, per poi far ricadere il peso delle misure anti/crisi proprio sulle spalle degli ungheresi.

 

Forza e debolezza del Governo Orbàn

Viktor Orbàn, nazionalista e conservatore, ha portato il suo partito Fidesz ad ottenere i 2/3 dei seggi al parlamento di Budapest, nelle legislative ungheresi nell’Aprile del 2010, svoltesi a tamburo battente, dopo gli scandali e le proteste di piazza, che avevano portato alla caduta di Gyurcsány.

Un plebiscito per Orbàn e per il suo partito, che hanno saputo attaccare l’atteggiamento di sudditanza delle vecchie figure politiche ungheresi, nei confronti dei diktat provenienti dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale.  Il programma governativo di Fidesz sta cercando di dare risposte nazionali alla crisi economica ungherese, ma allo stesso tempo mantiene aperture significative nei riguardi del mercato, per fare in modo di rilanciare l’Ungheria nel quadro delle economie avanzate. Un pericoloso equilibrismo, che potrebbe far scivolare l’attuale governo in un pericoloso stallo sociale e politico.

Le misure economiche del governo nazionalista puntano ad una fiscalità più semplificata ma capace di colpire chi ha lucrato sulla pelle degli ungheresi, maggiori investimenti nella difesa dei settori realmente importanti dell’economia magiara, e blocco dei mutui in valuta straniera. Un ritorno dello Stato nella vigilanza della Banca Centrale Ungherese, che non dovrà più comportarsi come un organo indipendente dal suo ruolo al servizio della nazione. Sono stati inoltre promessi tagli agli stipendi degli statali e la cancellazione di strutture pubbliche ritenute inutili, tra le quali enti non indispensabili in ambito locale.

Tuttavia, proprio in ragione della necessità per l’Ungheria di evitare il default, Orbàn sta pericolosamente correndo sul filo del rasoio, cercando di arginare le ingerenze esterne contro il suo operato, ma allo stesso tempo evitare che misure restrittive in ambito europeo rendano vane le riforme strutturali che stanno lentamente stabilizzando le criticità dell’economia magiara.

Il 2012 sarà un duro anno di recessione per tutto il Vecchio Continente, e l’Ungheria si trova innanzi al rischio di insolvenza. Per questo l’Esecutivo guidato da Viktor Orbàn prosegue nel braccio di ferro con l’Unione Europea ed il Fondo Monetario. Budapest continua ad essere accusata di non voler rientrare nell’alveo democratico e liberista. Per questo i ministri dell’Ecofin hanno deciso di avviare una procedura di infrazione verso l’Ungheria il cui governo è reo di non aver portato il rapporto deficit/Pil sotto il target del 3%; di fatto aprendo così la strada ad un congelamento dei fondi Ue dal 2013. Un altro duro colpo inferto alla politica del Governo Orban, da parte di chi a parole dice di voler aiutare l’Ungheria, in questa delicata fase di crisi economica, ma che nei fatti lavora per screditare una compagine politica la cui colpa è solo quella di voler arginare lo strapotere di finanza e mercati, su quelle che son le necessità dei del proprio popolo.

 

Jobbik: sintesi della resistenza ungherese

Il fenomeno politico ungherese, che però riveste per noi il maggior interesse, è rappresentato dall’ascesa del partito Jobbik, letteralmente il “migliore”, e che riteniamo essere il vero fattore innovativo d’interesse per una concreto antagonismo al sistema, in grado di fornire spunti di sostanziale riflessione per chi ricerca una proposta alternativa a quelle fornite in passato dal panorama nazionalista europeo.

Lo Jobbik è un movimento politico che si è strutturato attraverso una gavetta militante di non poco conto, attraversando una fase della storia ungherese caratterizzata dalla rincorsa di questa nazione verso l’Europa occidentale.

I suoi esordi possono essere ritenti molto simili a quelli di altre formazioni nazionaliste del vecchio Continente; partito da un gruppo dirigente sconosciuto, ha saputo abilmente catalizzare ed incanalare lo spirito identitario ungherese e lo scontento per il nuovo corso che la nazione magiara stava intraprendendo, e che l’ha portata all’attuale crisi, verso una piattaforma politica propositiva che si pone oltre stereotipi e nostalgismi, ma affronta il nuovo secolo con strumenti ed un linguaggio di grande impatto, utilizzando abilmente tutti le opportunità offerte dalle tecnologie comunicative contemporanee. Questo ha portato lo Jobbik a catturare simpatie trasversali presso tutte le componenti della società ungherese, un notevole incremento di attivisti e militanti, e un straordinario successo elettorale.

Dal programma elettorale dello Jobbik, anno 2010:

“In tutto il mondo un capitalismo globale basato sulla libera circolazione del capitale multinazionale è entrato in rotta. Miliardi sono stati fatti indegnamente, in sempre più ampi spazi geografici, posti ad uso di poche società. In Ungheria gli effetti di questa crisi sono stati notevolmente amplificati, dato un ambiente reso nocivo dal funzionamento di una politica che è stata sia nefasta che corrotta.

Jobbik crede che sia  necessario  un impostazione eco-sociale dell’economia nazionale, il che significa adattare l’economia, attraverso controlli che portano a servire gli interessi degli ungheresi, in modo da fornire sia l’ambiente che le condizioni di vita che le persone meritano, questo richiede un Stato che sia in grado di promuovere attori economici nazionali al fine di metterli su un settore competitivo adeguato, in modo da creare più giuste relazioni all’interno della società attraverso la redistribuzione della ricchezza. Tuttavia ad uno Stato più disposto a fare la sua parte, non può essere permesso di diventare un soggetto invaso e prepotente. Invece la politica economica deve cercare di difendere l’industria ungherese, gli agricoltori ungheresi, le aziende ungheresi, prodotti e mercati ungherese ungheresi; e gli asset strategici nazionali devono essere protetti, il che significa la nostra terra, acqua, gas naturale e le foreste, mentre la ricchezza nazionale che è stata sprecata deve essere recuperata”.

Questi intenti, molto chiari, sono presenti nelle prime pagine del documento programmatico dello Jobbik, e danno un quadro di come l’aspetto propositivo moderno prevalga su inutili istanze recriminatorie, o sul fomentare in modo demagogico la ricerca del capro espiatorio della situazione in cui versa oggi l’Ungheria.

Lo Jobbik ha ben chiaro chi sono i mandanti della crisi economico/sociale  magiara, e vuole fornire una soluzione che sia in linea con le istanze delle categorie sociali e produttive della nazione di cui vuol salvare i destini; proponendo l’acquisizione di responsabilità, prima che la promessa di aleatori “diritti”.

Rispetto al Governo Orbàn i membri dello Jobbik non temono la “fuga” del capitale estero dall’Ungheria, ma perseguono una rinascita dell’economia ungherese attraverso un suo orientamento alle reali necessità del popolo magiaro. In oltre è fornita una concreta possibilità dell’Ungheria nel diventare un fondamentale attore strategico regionale, ridando a Budapest il ruolo di faro dell’area carpatica. Niente più strabismi verso Oriente (come ai tempi del blocco sovietico), e neppure verso Occidente, con una supina acquiescenza alle istanze delle euroburocrazie di Bruxelles, o di quelle provenienti dalle multinazionali e dalla finanza speculativa. L’Ungheria, secondo il programma dello Jobbik, dovrà sfruttare il suo essere da sempre la nazione più sviluppata dell’area carpatico/balcanica per ragioni sia storiche, ma principalmente contemporanee.

Per lo Jobbik i settori economici da difendere e sviluppare sono quelli che maggiormente hanno un’incidenza nella vita quotidiana del popolo. Ecco quindi una precisa attenzione all’agricoltura e al commercio, e ad un’industria che si rivolga non più all’export, ma che diventi competitiva per il mercato interno. Di particolare rilevanza sono poi i richiami alla tutela del patrimonio naturale dell’Ungheria, visto come primario fattore di benessere reale per il popolo, sempre attraverso forme di responsabilizzazione sociale ed educativa.

Dal programma elettorale dello Jobbik, anno 2010:

Indipendenza energetica e risparmio energetico: Nel corso degli ultimi venti anni la maggioranza del nostro settore energetico è stata privatizzata con l’assicurazione di profitti garantiti, i nostri punti vendita di gas e raffinerie di petrolio sono finite in mani straniere, e la nostra dipendenza energetica è cresciuta, mentre i miglioramenti di risparmio energetico sono stati abbandonati. Porteremo una quota significativa del nostro settore energetico verso la comunità, che è nazionale, e la proprietà tornerà statale. Oltre a prolungare la vita della centrale nucleare di Paks Power Plant, intendiamo anche sovvenzionare la sua espansione con la costruzione di un blocco ulteriore per il quinto reattore. Per quanto riguarda il carbone nazionale, gas, petrolio e miniere intendiamo razionalizzarne l’utilizzo. Vorremmo promuovere l’isolamento degli edifici. E vorremmo anche cercare di utilizzare le energie rinnovabili per il controllo del clima, oltre a usarli per il riscaldamento. Attraverso l’uso di veicoli a basso consumo di carburante, e favorendo il miglioramento del trasporto pubblico, abbiamo intenzione di diminuire il consumo di carburante nel settore auto. E abbiamo intenzione di rendere efficiente il riciclaggio ed evitare sprechi superflui (Ad esempio materiale pubblicitario superfluo, posta indesiderata, e confezionamento, ecc)

Alternative di politica energetica: Gli sforzi significativi fatti finora per la generazione di energia alternative dimostrano ampiamente l’istituzionale insensibilità politica attuale verso la realtà delle circostanze mutevoli. Ai fini della supply-sicurezza che abbiamo intenzione di riesaminare promesse precedentemente fatte dall’Ungheria verso l’Unione europea, e accetterà solo obiettivi razionali e realistici per: riduzione dei consumi, aumenta il rapporto tra produzione di energia rinnovabile, diminuisce di gas a effetto serra emissioni, e la crescita proporzionale maggiore utilizzo dei biocarburanti. Abbiamo intenzione di ridurre le emissioni di gas serra attraverso l’utilizzo maggiore di energia atomica, in modo tale che comporterà anche una riduzione significativa degli attuali prezzi dell’elettricità residenziali, dato che le realtà del rischio di incidenti contemporanei rappresentati da centrali nucleari sono in realtà paragonabili a quelle di piante fossili combustibili. Si promuoverà la costruzione di impianti energetici locali su piccola scala generazione che utilizzano metodi rinnovabili. E avvierà sviluppi nel campo di utilizzo dell’energia geotermica. Tenendo a mente le preoccupazioni ambientali Abbiamo anche in programma una migliore individuare le opportunità rappresentate dalla produzione di energia idroelettrica. Si creerà un mercato energetico funzionante il cui componente di protezione del consumatore è veramente efficace, e nel raggiungimento di questo si comprenderà entrambi i gruppi di interesse di consumatori e l’ambiente in questione organizzazioni civiche”.

Non appaia “strano” il nostro interessamento a quest’aspetto propositivo dello Jobbik, in quanto anch’esso rappresenta il grado di maturazione che questo movimento politico ha sviluppato su tematiche sensibili e sempre più importanti quali il reperimento di fonti energetiche alternative e la razionalizzazione di esse, nel quadro di una rinascita dell’Ungheria dalla sua attuale condizione. In oltre permane l’accento sulla necessità di responsabilizzare la comunità nazionale nel suo complesso verso un’autentica partecipazione a tale nuovo corso.

Il futuro prossimo sarà per l’Europa molto duro, in quanto tante/troppe storture consumistiche dovranno essere considerevolmente ridimensionate. Solo una politica capace di ridare una linea di condotta tempestiva ed efficace, volta al bene comune, più che al singolo “capriccio”, potrà realmente contrastare il declino dell’Occidente e ridare prospettive concrete ai popoli di cui è composto.

Anche in questo lo Jobbik ha maturato delle proposte che coniugano interessi economici, e necessità ambientali, modernità e tradizioni comunitarie da attualizzare nell’ambito del XXI secolo.

L’orientamento nazionalista maturo dello Jobbik porta quindi a valutare l’identità del popolo attraverso fattori sia tradizionali, che di profondo radicamento con le problematiche contemporanee. Questo a dispetto delle superficiali critiche rivolte da media in vena di sensazionalismi e progressisti pelosi, sulla natura xenofoba e primitiva di questo movimento politico. Leggere il programma propositivo dello Jobbik porta a ben altre considerazioni.

Chi oggi giudica lo Jobbik in modo sommario non legge nelle sue battaglie un profondo senso di responsabilità verso il proprio popolo ed il suo avvenire. Forse perché troppo preso ad idealizzare un mondo omologato, che nulla è se non l’aspetto “presentabile” degli interessi rapaci di chi vuole distruggere i popoli in nome del profitto e del mercato globale.

Chi volesse cercare pruriti xenofobi nel programma dello Jobbik, può solamente attaccarsi all’unica voce relativa al problema degli zingari. Anche in questo caso però si dovrebbe leggere meglio quel che c’è scritto; visto e considerato che si tratta solamente di proposte di buon senso volte a limitare l’esuberanza criminale di un gruppo nomade non intenzionato ad integrarsi in NESSUNA società, men che meno in quella ungherese, e vuol perpetrare forme di criminalità spacciate per tradizione ed identità specifiche.

Dal programma elettorale dello Jobbik, anno 2010:

“La coesistenza e la coesione della comunità magiara con quella zingara è uno dei più gravi problemi della società ungherese. In occasione del cambio di regime del 1989, grandi fasce del popolo zingaro persero il lavoro, e successivamente si sono trovate incapaci, ma in molti casi purtroppo per scarso grado di volontà, nel sapersi adattare alla nuova realtà. Incredibili i tassi di disoccupazione che si riscontrano nella comunità zingara, situazione aggravata  dall’assenza o dal basso livello di istruzione, che ha esacerbato il quadro complessivo. In alcune parti del paese negli ultimi decenni la situazione è peggiorata a livelli veramente deplorevoli. Generazioni sono cresciute senza aver mai visto una volta i loro genitori lavorare. Per colpa di queste circostanze  il popolo zingaro è diventato nel corso del tempo a dir poco una potenziale bomba a orologeria, e se non sarà soggetto ad un intervento concertato, la nostra casa comune potrebbe sprofondare in uno stato di guerra civile. Al momento attuale un segmento della comunità zingara tende a non volersi né integrare, né a voler lavorare, né ad istruirsi, e desidera solo che la società magiara li mantenga attraverso l’offerta incondizionata di benefici statali.

Se vogliamo far tornare il popolo zingaro a un mondo del lavoro, dell’istruzione e della legalità sarà necessario: fornire una valutazione veritiera e corretta delle realtà che abbiamo di fronte, riformando l’assistenzialismo di cui godono, rafforzare l’educazione delle giovani generazioni di zingari, porre fine ai fenomeni di criminalità zingara, e convogliare un maggior impegno delle chiese e delle istituzioni della società civile in questo processo (…).

(…) Le iniziative delle forze dell’ordine, pertanto, devono andare di pari passo con la riforma della politica sociale, educativa e dell’occupazione, dato che l’integrazione degli zingari deve iniziare a scuola, anche nella scuola materna, ed è per questo vorremmo destinare sia alle chiese che alle istituzioni civili e sociali un ruolo specifico in questa impresa, data la loro capacità di più rapido coinvolgimento del popolo zingaro nel necessario dialogo”.

In queste righe noi leggiamo proposte di buon senso, lungi da come sono presentate, ad esempio, da certi gruppi anti razzisti italiani ed esteri capaci semplicemente di demonizzare chi vorrebbe portare l’ordine là dove regna il caos.

Siamo di fronte ad un soggetto politico che è stato in grado di elaborare proposte nazionaliste innovative, corrispondenti alle problematiche del nuovo secolo, sapendo utilizzare strumenti ed un linguaggio giusti ed efficaci.

Lo Jobbik reca i vessilli della nazione magiara con orgoglio, senza però restare intrappolato nel passatismo, è capace di mobilitare migliaia di persone nelle sue manifestazioni, ma allo stesso tempo saper condurre le proprie battaglie nei palazzi del potere, senza tuttavia compromettersi con esso. Una sintesi che, ad oggi, è riuscita a fare di questo partito un importante punto di riferimento per gli ungheresi.

Riflessioni conclusive

L’Ungheria è destinata, suo malgrado, a diventare uno dei fronti più avanzati della crisi europea; molto più della Grecia forse, per via del suo avere un governo che, per quanto rechi tratti di ambiguità, non sembra intenzionato a fallire nel suo voler difendere la nazione magiara dai diktat dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Il Primo Ministro Orbàn comprende che il cedere terreno alle pressioni internazionali farebbe avanzare lo Jobbik nei consensi elettorali; un movimento politico con cui spesso Orbàn  ha tentato una sorta di cannibalismo d’idee, copiando molte sue proposte, come quella del ritorno ad un controllo governativo sulla Banca Centrale.

A Budapest si sta giocando una partita non di secondo piano.

I gruppi dirigenti liberali e social-democratici, che si sono alternati al potere dopo il 1989, rappresentano le istanze di chi vuole una normalizzazione dell’Ungheria nel quadro delle dinamiche anti identitarie che dominano l’Europa. Il Governo Orban vorrebbe tenere un piede in due staffe, con il rischio di trovarsi disarcionato da proteste interne eterodirette da Bruxelles. Lo Jobbik ha grandi potenzialità, che potrebbero rappresentare una vera alternativa nazionalista, recata da un gruppo dirigente privo di “scheletri nell’armadio”. Proposte che potrebbero e dovrebbero trovare terreno fertile anche in altre nazioni del Vecchio Continente.

Quel che accade oggi in Ungheria sembra essere null’altro che lo scenario futuro per tutto il Vecchio Continente.

Riteniamo, in fatti, che solamente se forze politiche identitarie riusciranno a sintetizzare una proposta politica innovativa, potremo sopravvivere al collasso dell’Occidente in modo efficace e dignitoso.

L’esempio ungherese ci dimostra come non sia impossibile combattere a viso aperto le forze economiche e culturali che mirano alla disgregazione delle nazioni, senza dover scadere semplicemente nel populismo fine a se stesso, o cedere alla desueta retorica sul “si stava meglio prima”.

Quel che ci ha colpito nel programma dello Jobbik è il richiamo sovente al senso di responsabilità di tutte le componenti della nazione; dallo Stato al singolo, in gradi diversi ma senza distinzione.

Una nazionalismo politico maturo, che voglia dire la sua in questa difficile epoca storica, deve avere il coraggio di rompere con i vecchi schemi, e con tutto quello che può rappresentare uno svantaggio nella capacità di propagazione del proprio messaggio.

Questo noi prendiamo quale spunto dalle vicende d’Ungheria.

Gabriele Gruppo

 

Fonti:

La transizione post-socialista dell’economia ungherese. Diego Belloni; Rubettino Editore (2002)

Viktor Orbán, fenomenologia di un politico europeo. Limes

RADICAL CHANGE: for national self-determination and social justice. A guide to Jobbik’s parliamentary electoral manifesto (2010) www.jobbik.hu

Fidesz: Magyar Polgári Szövetség Programja (2007) www.fidesz.hu

 

 

 

 

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