La strada più difficile

La strada più difficile

Premetto; ciò che leggerete è il frutto di un’attesa, che parte all’indomani dell’ultima tornata elettorale, con i suoi risultati ed effetti su diversi livelli, ed ha come punto di arrivo questa profonda riflessione, che condivido nel grande mare dell’informazione via internet e che, nelle mie intenzioni, dovrebbe servire da sprone per coloro i quali fanno della lotta contro il cancro che sta uccidendo la nostra civiltà, un cancro chiamato “progresso”, una ragione di vita e di esistenza.

Cos’è successo quasi un mese fa?

“Tutto” e “niente”, ecco cosa.

“Niente”; in quanto il rito laico della chiamata alle urne ha visto vincitori e vinti, nell’ottica della rappresentanza ufficiale di sistema, il cui operato fattuale non sposterà di una virgola l’incedere del processo di disintegrazione della nostra nazione, processo che accomuna l’Italia a tutte le entità Stato/nazione dell’Europa occidentale.

“Tutto”; in quanto, a fronte di previsioni e pronostici, c’è stata la (ri)conferma tangibile di quanto poco facciano presa sul popolo italiano delle forze politiche ideologicamente radicali e settarie, numericamente esigue ma che, per contro, vantano quella che si potrebbe definire una “ribalta ad orologeria”, dettata (ormai è cosa palese) dalle necessità stagionali di un sistema, che trova evidentemente utile tirare fuori spauracchi mediatici rodati, al fine di “normalizzare” qualsiasi tipo di dissenso potenziale, interno al complesso articolato della nostra società, che si poteva sviluppare nell’arco dell’ultimo decennio.

I numeri non mentono; al netto di una notevole esposizione mediatica, durata questa volta più a lungo del solito, comunque inchiodata ai canoni di un canovaccio conflittuale vetusto ed incomprensibile per l’ipotetico “italiano medio”, le due estremità ideologiche hanno dimostrato di non rappresentare nulla, se non loro stesse ed il loro voler sopravvivere a questa epoca. Per di più non hanno ricevuto consensi elettorali tali, che possano equivalere a nessuno degli sforzi fatti o che corrispondessero alle presunte aspettative di svolta che avrebbero dovuto favorire un voto ideologicamente marcato. Certo, la “svolta” (se così possiamo definirla) c’è stata.

Tuttavia essa non ha avuto connotati anti-sistema, al contrario!

Il sistema ha pilotato una semplice ed astuta metamorfosi dei suoi cartonati umani, che spaccia per classe politica, ed ha utilizzato anche (ma non solo ovviamente) la “ribalta mediatica ad orologeria” degli opposti estremi ideologici in conflitto, per legittimare tale metamorfosi, cui il popolo ha dato il suo placet attraverso un consenso elettorale spaventosamente concreto e chiaro.

Terminata la necessità del canovaccio conflittuale vetusto, il sistema ha potuto spegnere le luci di questa ribalta stagionale già ad urne ancora aperte, sicuro comunque, anzi, CERTO (!!!), che appena ne avrà bisogno potrà contare su di esso.

Domanda semplice e banale: PERCHE’!?

Perché purtroppo le due estremità ideologiche, che animano tale canovaccio, sembrano non voler far mancare la loro presenza. Coltivando il velleitario mito di una svolta intrinseca della coscienza popolare, divenuta ormai massa quasi del tutto omologata, o nella convinzione di essere nel giusto, certi senza fondamento di rappresentare qualche cosa di “alto” e di “altro”, rispetto al sistema. Tuttavia, prestando comunque il fianco ad un gioco che muta nella forma, ma non muta nella sostanza, e che è proprio dal tanto odiato e combattuto sistema eterodiretto.

Se i due opposti estremismi cercavano delle risposte nel rito democratico per eccellenza, ne hanno trovata una senza appello proprio un mese fa.

I risultati elettorali non mentono, e non possono esserci giustificazioni o “distinguo” di sorta; il popolo italiano, dopo un decennio di crisi economica strutturale, di impoverimento reale delle sue prospettive di sviluppo nel medio/lungo termine e di collasso di tutte quelle che sembravano essere delle conquiste sociali definitive, ha scelto di riconfermare fiducia in un modello organizzativo che ha solamente mutato pelle e paradigmi comunicativi ma che, di fatto, è quello che s’è sempre riconfermato dopo la fine della Guerra Fredda. In tutto ciò gli opposti estremismi sono stati marginalizzati proprio da quel “popolo” che voleva (doveva?) essere salvato nella teoria, ma che nei fatti nutre ancora con fiducia l’illusione che possano esserci nella storia delle transizioni di velluto, indolori, operate in ambito di sistema.

A questo punto attendevo che almeno nel nostro ambito, quello che d’ora in poi per convenzione definirò identitario, prendesse corpo tale consapevolezza; di esser stati usati per l’ennesima volta proprio da chi odiamo e combattiamo.

Che da tale consapevolezza si passasse ad una sostanziale autocritica, magari inaugurata da coloro che detengono ad oggi ruoli di responsabilità, e che tutto portasse alla gestazione di una nuova visione del “chi siamo” e del “che cosa vogliamo”.

Un mese è trascorso dall’ultima tornata elettorale, la politica politicante, quella dei palazzi che contano, imbastisce le sue sceneggiate, i veri burattinai restano dietro le quinte portando avanti la disintegrazione della nostra nazione, e gli italiani sono tornati alla loro piccola mediocrità post moderna, in cui il giardino del vicino è sempre più verde, e che se c’è un problema meglio che colpisca altri e che lo risolvano altri ancora. Guai a parlare di RESPONSABILITA’!

In tale frangente tutto l’ambito umano e militante identitario è tornato ai margini, come da copione, purtroppo senza comprendere, in molti casi, di essere realmente ai margini, e non soltanto virtualmente. Tanto nei social network, quanto in ambito di iniziative politiche concrete, sembra infatti che si sia aperta e chiusa una parentesi sul calendario in data 4 Marzo 2018, e che l’imperativo categorico dopo tale parentesi sia di “andare avanti” come se nulla fosse accaduto, magari aspettando messianicamente una nuova occasione.

E così si va avanti verso questo popolo? Come prima? Certamente!

Vogliamo (ancora) difendere gli italiani dalla violenza degli allogeni, rischiando pellaccia e fedina penale per un popolo che preferisce dar fiducia a Matteo Salvini, e ad altri presentabili borghesucci, che non si sognerebbero MAI di rischiare qualche cosa sul serio.

Vogliamo offrire alle famiglie italiane sicurezza sociale, occupazionale ed economica, attraverso una linea di politica organica che unirebbe idealmente Hjalmar Schacht, Ezra Pound e Giacinto Auriti. Ma le famiglie italiane, alle nostre belle teorie responsabilizzanti, hanno preferito il ben più appetibile “reddito di cittadinanza” (che suona tanto di assistenzialismo democristiano),  propagandato dal Movimento 5 Stelle come il  Sancta Sanctorum della sua ricetta economica per risollevare le sorti del popolo impoverito.

Potrei andare avanti così in tal modo per altre decine di righe, tuttavia, bastano questi due esempi per far comprendere il motivo per cui, a risultati ufficiali caldi di scrutinio, gli unici che si sono ricordati delle nostre lotte e delle nostre buone intenzioni, siano stati il gruppo “Repubblica” ed il duo Cruiciani&Parenzo, che senza mezzi termini hanno sentenziato che per il popolo italiano noi non valiamo un…

E se in ambito reale ci sarebbe da porsi qualche domanda, in quel che si trova sui social network regna l’assurdo!

La capacità di ironizzare e criticare il sistema nei social network, in molti soggetti è inversamente proporzionale alla capacità di comprensione della nostra marginalità politica, della marginalità politica dell’area identitaria nel suo insieme, a prescindere dalle stucchevoli divisioni in parrocchie laiche.

C’è chi ritiene quindi una vittoria il fatto che non sia più la pittoresca Sig.ra Boldrini a presiedere l’aula di Montecitorio. Rimpiazzata comunque da altra figurina pittoresca, e degnamente sostituita quindi per la gioia di chi abbaia ma non morde. Oppure, apprendiamo che per taluni il Partito Democratico posto (provvisoriamente) ai minimi termini sia il segnale del “vento che cambia”. Beati loro!

Evidentemente c’è chi vuol pescare qualche ossetto consolatorio da rosicchiare per i prossimi anni, dopo la batosta elettorale, mordicchiandolo con la consueta pervicacia, sempre con l’attenzione rivolta al dito, che dissimula la realtà, e non alla luna, che manifesta verità e concretezza.

Tutto fa colore nel virtuale quindi, tutto fa brodo nel grande oceano leguleio di internet, luogo in cui sentivo ripetere, durante tutta la campagna elettorale, affermazioni tipo: “E’ la volta buona! Mandiamoli a casa!”.

V’era la certezza in molti che l’italiano plaudente alle manifestazioni di Casa Pound, di Forza Nuova, o per le più disparate iniziative di militanza identitaria, fosse anche un elettore votante per noi nel segreto delle urne.

Invece la realtà ha colpito duro, in pena faccia.

Ne siamo certi non tanto per quel che vediamo (o non vediamo) sulle bacheche dei social network, o che leggiamo tra le righe degli equilibrismi politici, presenti nei comunicati ufficiali di chi ancora guida partitini e movimenti d’area. Quanto nel silenzio che circonda l’argomento/cardine che dovrebbe interessare TUTTI: “Chi siamo” e “cosa vogliamo”.

A prescindere da quale campanile professiamo il nostro identitarismo, non possiamo più negare l’evidenza, o vedere il famigerato bicchiere mezzo pieno; con la crisi sistemica che ha colpito l’Italia dal 2008 ad oggi, sommata a tutta una serie di altri fattori di criticità, chi s’è presentato alle ultime elezioni avrebbe dovuto prendere 5 milioni di voti e non 500 mila. Ed ora, invece di cercare di capire la radice del problema, vedo che la voglia che serpeggia è solamente quella di tornare a coltivare il proprio piccolo orticello, duro e puro fin che si vuole ma sempre orticello.

Ovviamente, di discorsi triti e ritriti sulla mancanza di unità dell’area non ne farò mai, e non ne voglio sentir parlare. Qui il problema non è quello di allestire un cartello elettorale unitario, segnato dalle gelosie di piccoli ras, ma di capire se possiamo lottare per avere un ruolo nel prossimo futuro, o diventare degli animali in via d’estinzione; sempre più avanti con l’età, sempre più arroccati nelle nostre parrocchie laiche, pronti per delle nuove battaglie da retrobottega della storia, funzionali solamente al sistema.

Scrivo ciò non perché io intenda ergermi a giudice, o a segnare con la penna rossa errori ed inesattezze altrui. In tanti conoscono il mio percorso. Ho vissuto ed amato la militanza politica identitaria, con i suoi pregi ed i suoi difetti, con suoi onori ed i suoi oneri. Per questo motivo vorrei che le nostre idee, i nostri valori ed i nostri principi non avessero solamente un glorioso passato, o che fossero argomento per liti da pollaio, ma che possano essere rinnovati per l’avvenire.

Non ho una soluzione miracolosa da proporre in questo mio articolo, solamente delle intuizioni, e delle sensazioni che potrebbero essere condivise: e se facessimo pesare la nostra mancanza da questo triste spettacolo. Non garantendo più al sistema lo spauracchio nero. E se cominciassimo veramente a contarci per contare, lavorando su noi stessi, per poi iniziare a costruire una nuova idea di Italia, e non per andare verso un popolo che non ci vuole, e che sotto sotto ha paura di quel che potremmo realizzare sulla sua pelle se ne avessimo l’opportunità; farlo elevare da quella massa di consumatori che è diventato il popolo italiano, a qualche cosa di veramente “alto” ed “altro”, anche rispetto al passato.

Ma per fare tutto questo serve una cosa che non può mancare in noi, e che o già si detiene nel profondo del proprio spirito, o non la si può apprendere in nessun libro: la forza di volontà.

Spezziamo le catene che ci legano ad un destino che sembra già scritto. Diventiamo veramente liberi in una terra nostra.

 

Gabriele Gruppo

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