Che cosa NON troverete in campagna elettorale: Politica Estera

Che cosa NON troverete in campagna elettorale: Politica Estera

In questo mese di campagna elettorale, dove un’infinità di soggetti partecipanti vi chiederà di “fare la cosa giusta” (per loro), noi abbiamo scelto di focalizzare la nostra attenzione verso quegli argomenti che difficilmente troverete affrontati in chi, degno figurante del carnevale democratico, cercherà di convincervi ad apporre la fatidica X sulla casella (per loro) giusta.

La nostra voce, seppur non supportata da grandi media, intende essere come di consueto fuori dal coro, forse marginale per il risultato finale dei ludi cartacei, forse invece utile per coloro che, in questa nostra italietta isterica e decadente, intendono fortificare la distanza tra l’essere fieramente fuori dal sistema, ed un ammasso petulante di bipedi che credono di “fare politica”.

Non pretendiamo certo di arricchire il novero dei nostri ammiratori; in questo periodo parlar chiaro vuol dire essere ancor più criticabile da quei soggetti che, di volta in volta, credono che sia giunta la “fatidica ora”. Quel che auspichiamo, più semplicemente, è di poter offrire uno spunto di riflessione.

Riflettere meglio oggi, vuol dire non farsi fregare domani.

Il primo argomento di cui non sentirete dibattere a nessun livello della tenzone demagogico/democratica, riguarda tutto ciò che è POLITICA ESTERA.

D’altronde non c’è da stupirsi di tale lacuna; una classe politica mediocre e provinciale come quella italica non può certo spingere le proprie limitate capacità di sintesi, o programmatiche, verso terreni così delicati e di difficile appetibilità per i grossolani canoni dei media nazionali. Eppure, di una politica estera ben strutturata, l’Italia ne avrebbe davvero bisogno; argomento d’importanza capitale, sintomatico della forza di una nazione, o della sua debolezza, della sua autorevolezza o del suo essere “a rimorchio” di altre potenze, del suo ambire a spazi sempre maggiori nella geopolitica globale, o giocare sulla difensiva.

Tutto ciò non è presente né per quanto concerne il contenuto dei programmi elettorali, né tanto meno nell’ambito del dibattito tra i vari partiti e schieramenti. Si fanno giusto vaghi e fumosi accenni al ruolo dell’Italia all’interno dell’Unione Europea, tuttavia i toni sono di una superficialità impressionante, e si riducono a slogan tipo “più Europa”, “fuori dall’euro”, o roba simile.

Ma sappiamo che peso ha l’Italia nell’Unione?

Teniamo presente che l’attuale Commissario agli Affari Esteri UE è l’italica Federica Mogherini, ruolo per cui a suo tempo l’ex Presidente del Consiglio Renzi spese molto del suo istrionismo da operetta presso Francia e Germania. Tuttavia né in questi anni, e men che meno durante questa campagna elettorale, la classe politica si è posta il problema di che cosa abbia portato di concreto alla nazione il detenere questo scranno tanto altisonante quanto poco incisivo, visto che non esiste de facto una politica estera dell’UE univoca presso tutti gli Stati membri.

L’esempio più calzante di tale lacuna in Italia riguarda ciò che resta dei negoziati UE/Stati Uniti sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (il famigerato TTIP), negoziati ormai tecnicamente falliti.

L’Unione Europea spingeva molto per l’approvazione di questa partnership stringente con Washington, Francia e soprattutto Germania la valutavano lesiva per i loro interessi nazionali, l’Italia sembrava al contrario entusiasticamente convinta della sua validità. A conti fatti, se la nostra fragile economia non è stata cannibalizzata dagli Stati Uniti attraverso il TTIP, non lo dobbiamo certo alla Farnesina, né tanto meno al Commissario UE per gli Affari Esteri, bensì ad altre Stati cui l’interesse nazionale preme evidentemente molto più che a Roma.

Chi si candida a governare dopo questa tornata elettorale dovrebbe avere ben chiaro l’orizzonte dell’Italia in ambito UE, proponendo magari delle linee d’indirizzo, che spieghino al popolo quale dovrà essere il metodo migliore per preservare l’interesse nazionale in Europa, così come fanno quasi tutti gli Stati membri. Magari scegliendo per il dicastero degli Esteri una figura competente.

In questi ultimi anni L’Italia è stata presa a schiaffi su temi quali la sicurezza ed il controllo delle frontiere esterne dell’Unione, i rapporti commerciali con l’Asia. L’Italia non ha voce in capitolo nei Balcani o in Africa del Nord, in altre parole il nostro “estero vicino”, stiamo tuttora fornendo soldati per missioni in Medio Oriente, perché ce l’hanno chiesto gli Stati Uniti, e nell’Africa francofona, perché ce lo chiedeva Parigi. Abbiamo più di 6 mila uomini impegnati nei più svariati conflitti (VEDI), senza avere però una minima idea del riscontro pratico di questa esuberanza nel partecipare a missioni in cui non comandiamo noi, ed a vantaggio di altrui interessi.

Questo perché in Italia la classe dirigente, delle sfumature più diverse, ignora totalmente l’importanza di una dottrina di politica estera organica e di ampio raggio. Politicanti d’accatto che parlano di difesa del made in Italy ma che non hanno la minima idea di come siano i rapporti di forza tra i più importanti attori internazionali in questa fase della globalizzazione; USA, Russia, Cina, ecc.

Senza una politica estera degna di questo nome l’Italia continuerà a non avere delle proprie sfere d’influenza per il reperimento delle materie prime, ed essendo una nazione che “trasforma”, ed esporta prodotti finiti, la cosa potrebbe alla lunga essere un problema.

Senza addentrarci troppo in ogni singola voce che riguarda la proiezione strategica che l’Italia dovrebbe avere, riteniamo che l’argomento “politica estera” avrebbe dovuto avere maggior rilievo nei pensieri e nelle proposte di chi vorrebbe sedere a Palazzo Chigi.

Siamo molto pessimisti comunque. La caratura culturale dei partecipanti alla corsa verso gli scranni parlamentari è mediamente bassa, e la conoscenza delle linee su cui si muove la geopolitica contemporanea si ferma al “Risiko!”.

Avremo di nuovo alla Farnesina un ministro con un curriculum da passeggio, magari frutto di qualche compromesso tra la ridda di partiti e partitelli, che comporrà l’ennesimo governicchio di questa repubblica delle banane.

Con buona pace della retorica sull’Italia “settima potenza mondiale”.

 

Gabriele Gruppo

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