Il vento che muove il XXI secolo (ultima parte)

Il vento che muove il XXI secolo (ultima parte)

Tuttavia, la visione multipolare ha delle potenzialità intrinseche, che potrebbero realmente offrire spazi di manovra per la creazione di un vero antagonismo costruttivo al liberismo. La principale di queste potenzialità risiede in quella che viene definita glocalizzazione.

Fino a non molti anni fa questo termine era utilizzato principalmente in area progressista e “no global” per indicare una confusa serie di iniziative atte a contrastare la globalizzazione attraverso la dissacrazione dei suoi simboli, come le catene di fast food o della grande distribuzione commerciale, ed attraverso una concezione intimista e un po’ troppo agiografica della natura e del territorio, in pieno stile tardo-ecologista. In Italia, ad esempio, il movimento contrario al passaggio della linea ferroviaria ad alta velocità in Val Susa (Piemonte) ha insite tematiche proprie alla glocalizzazione, tuttavia espresse in modalità del tutto errate ed inconcludenti.

Secondo il filosofo e geopolitico russo Alexander Dugin, la glocalizzazione potrebbe essere applicata in modo molto più promettente proprio nell’alveo del multipolarismo, in quanto la creazione di spazi identitari a carattere imperiale andrebbe a favorire delle nuove forme di radicamento culturale e territoriale, capaci di contrastare positivamente l’omologazione che contraddistingue alcuni aspetti della post modernità attuale. Non ci si dovrebbe fermare, quindi, alla mera difesa del prodotto definito “tipico”, o dell’habitat naturale rispetto allo sviluppo infrastrutturale di un territorio, o ancora ad alcuni aspetti di folklore culturale, così come presupponevano i primi fautori della glocalizzazione, ma andare oltre, più in profondità, in un complesso di difesa identitaria in toto, senza che sia esclusa una forma positiva di progresso in armonia con le singole tradizioni e specificità.

Con la glocalizzazione non sarebbe più l’individualismo al centro dell’agire organico delle iniziative politiche, culturali, sociali ed economiche, dell’élite dominante, bensì la comunità di popolo, che assurge in quest’ottica a ruolo attivo e di sintesi delle direttive superiori o imperiali.

Sempre secondo Dugin andrebbe a prospettarsi una modernizzazione priva di occidentalizzazione, attraverso la priorità delle istanze “locali” rispetto a quelle “globali”, cosa che non escluderebbe nemmeno i popoli faceti parte l’Unione Europea che, pur essendo occidentali in senso lato, devono ritrovare la via per un ripristino della loro forza comunitaria ed identitaria, andando così a creare il loro spazio imperiale distinto dalla nefasta influenza atlantica.

Quel che secondo noi fa difetto nella teoria del filosofo russo è il rapporto tra territorio e Stato/nazione. La creazione di uno spazio imperiale ci trova più che concordi, tuttavia temiamo che senza un’articolazione intermedia, lo Stato/nazione appunto, si scivolerebbe verso un’eccessiva frammentazione etnonazionalista, da noi ritenuta estremamente pericolosa, che andrebbe ad inficiare tutto il processo multipolare, e darebbe manforte alle influenze apolidi che, nel più classico stile del divide et impera, tenterebbero così di scardinare i potenziali spazi imperiali attraverso un’unica regia.

Non per nulla la nostra attenzione a questo tema è molto alta proprio per quanto concerne l’Europa. In numerosi articoli definiamo già da tempo a dir poco “sospetto” il fenomeno di disintegrazione di realtà nazionali come Spagna, Gran Bretagna e Belgio, e a tutto quel fermento di movimenti etnonazionalisti e regionalisti che sembrano prendere sempre più piede nell’area dell’Unione Europea, la quale volge ad essi molto spesso uno sguardo a tratti palesemente arrendevole, se non di tacito appoggio. Cosa ben diversa se è uno Stato/nazione, come l’Ungheria ad esempio, a reclamare la propria volontà di difesa identitaria. In quel caso sono ben note a tutti le continue ingerenze che partono da Bruxelles o dal Fondo Monetario Internazionale, per screditare la classe dirigente al potere a Budapest, fatta oggetto di campagne denigratorie e tentativi di destabilizzazione.

L’Unione Europea è di fatto dominata da élite politiche legate alla tecnocrazia finanziaria, pregna di istanze mondialiste e liberiste. Il tema rovente della cessione di sovranità degli Stati/nazione verso la Commissione Europea, il suo parlamento e la Banca Centrale Europea, vede proprio negli Stati/nazione un argine, e la loro frantumazione in micro realtà regionali, indipendenti quanto si vuole ma deboli di fronte a Bruxelles o a Francoforte e al loro potere d’ingerenza, andrebbe a favorire non certo la glocalizzazione o la creazione di uno spazio imperiale europeo, bensì l’ennesima entità serva dell’Occidente estremo.

Nelle proposte programmatiche del Movimento di Transizione Nazionale le istanze regionali andrebbero perciò armonizzate in una sobria gerarchia di poteri entro il perimetro dello Stato nuovo. Poteri che rispettino le comunità territoriali, ma senza il venir meno di principi superiori di ordine tanto politico/organizzativo quanto culturale.

Per questo motivo riteniamo che lo Stato/nazione, seppur da ridefinire nelle sue prerogative e nelle sue funzioni, non debba essere sostituito o disintegrato, bensì rimesso in grado di affrontare le sfide per una vera concezione multipolare del mondo, ed il suo prevalere rispetto alla globalizzazione omologante.

Senza una cinghia di trasmissione autorevole ed efficiente, capace di coordinare la glocalizzazione con i vertici dell’eventuale spazio imperiale, tutto il processo multipolare resterebbe quello che è attualmente; ovvero un mondialismo ben mimetizzato, in cui il neo liberismo vanterebbe, ancora una volta, il diritto indiscusso a dirigere le scelte dei popoli senza un contraltare forte che ne smascheri la natura subdola e neutralizzi la sua coriacea resistenza.

Si badi bene, la nostra non è statolatria, bensì la volontà di ripristinare il ruolo dello Stato, quale strumento del popolo, i cui ranghi siano espressione di una selezione all’interno delle comunità, così come già prefiguravamo in un precedente articolo:

“La semplice partecipazione alla scelta degli organi di rappresentanza, senza badare alla forma etica e alla visione del mondo di chi deve rappresentare gli interessi del popolo, non ha portato a nulla se non all’asservimento della res pubblica alle necessità dell’economia liberista. Il fattore umano che si è imposto nell’ambito politico ha finito col far prevalere gli aspetti più deleteri della modernità: corruzione, superficialità, scarsa progettualità nel medio/lungo termine, e irrilevanza identitaria. Un nuovo concetto di democrazia deve racchiudere in sé gli aspetti di una scuola politica, quale scuola di vita e di rettitudine. La comunità nazionale e il bene comune devono assurgere ad uniche bussole nell’azione di rivoluzione del modello euro/occidentale. Quindi occorre non inseguire più nostalgie per quello che ha rappresentato per tutti noi il benessere diffuso e le sicurezze sociali caratterizzanti l’ultimo mezzo secolo della nostra storia, quanto saper prefigurare quel che dovrà essere un processo di decrescita sostanziale dei popoli europei, gestito da chi vuole una loro vera presa di coscienza. Tornare ad essere protagonisti anche di questa fase difficile e complessa della nostra civiltà deve diventare un cardine ideologico, da concretizzare in un programma politico”.

Per una democrazia nazionale (Thule-Italia, Novembre/Dicembre 2012)

Ciò secondo noi è valido sia per l’Europa, che per qualsiasi realtà mondiale o spazio imperiale in divenire, seppur con le dovute differenze.

Per raggiungere questo fine, specie nel Vecchio Continente luogo d’origine del concetto di Stato/nazione, occorre che si formino dei movimenti di rinascita patriotica, che si liberino del retaggio di un certo nazionalismo retrivo ed obsoleto, ed aventi invece una visione dinamica e non statica dell’identità, legata quindi non tanto alla semplice difesa di formule culturali o comunitarie immutabili, sia nella forma che nella sostanza, ma di una loro riproposizione al popolo quale avvenire per i prossimi secoli, nell’ambito di uno spazio imperiale ben definito per gli europei.

C’è chi potrebbe scorgere nelle nostre parole l’eco del Tausendjähriges Reich, quale unione di popolo in un destino organico ad un progetto ideale ed ideologico. Non neghiamo che la visione del mondo che muove le nostre intuizioni hanno in tale mito una fonte di ispirazione molto importante, se non fondamentale.

Tuttavia comprendiamo come, nell’attuale situazione storica, una posizione come questa risulti marginale, e poco attrattiva, in quanto contempla una radicale opposizione a tutto quello che può portare anche ad ottenere successi nell’immediato, magari di natura elettorale.

Il tipo di Stato/nazione che ha preso piede in Occidente ha un carattere sostanzialmente diverso, rispetto a ciò che in origine era il concetto di Stato. L’imporsi del liberalismo, della democrazia rappresentativa, il prevalere d’istanze economicistiche, rispetto a quelle della comunità, hanno reso lo Stato un attore di natura contrattuale, del tutto simile all’azienda privata. Tale fenomeno di mutazione ontologica ha snaturato il carattere organico che lo Stato dovrebbe mantenere in qualità di regolatore supremo della vita del popolo, il suo ruolo di garante del bene comune e di interessi superiori si è così costantemente affievolito, per lasciare spazio ad un tecnicismo burocratico finalizzato alla gestione dell’ordinaria amministrazione, o al semplice mantenimento dello status quo, anche qualora esso si rivelasse non più indipendente nelle sue scelte organizzative, ma influenzato da forze confliggenti con l’interesse del bene comune. Per non parlare poi dell’impronta identitaria che lo Stato dovrebbe mantenere nell’ambito del popolo che è chiamato a guidare, caratteristica che sembra essere diventata il maggior nemico di chi vorrebbe ridimensionarne radicalmente le funzioni e il ruolo. Per una certa scuola di pensiero lo Stato dovrebbe contraddistinguersi attraverso poche funzioni di controllo formale, lasciando ampio spazio all’iniziativa privata; l’unica che, invece, non dovrebbe conoscere limiti sostanziali. Ciò è per noi cosa da contrastare in ogni modo, e debellare definitivamente dalla dialettica politica.

Questa visione di Stato/nazione non confligge per noi con l’idea di un blocco imperiale europeo forte, compatto e organico, che trovi proprio nelle compagini nazionali linfa vitale per la sua esistenza.

Per questo valutiamo con estrema preoccupazione la crisi politica dei singoli Stati europei, aggravata dalla crisi economica e storica dell’Occidente. La dipendenza economica del Vecchio Continente tanto dalla finanza anglosassone, quanto dalle mostruose capacità produttive asiatiche, ha ulteriormente indebolito i principi/cardine su cui si fondavano le azioni e le iniziative degli Stati europei nei riguardi dei loro popoli di riferimento. Il tutto corroborato dall’accoglimento supino e pavido di dettami ideologici “universali” (mondialismo, terzomondismo, pacifismo ecc.), che hanno avvelenato la kultur delle singole nazioni d’Europa e intaccato la civiltà degli europei. La centralità dello Stato oggi in affanno, la sua difficoltà nel trovare sbocchi risolutori concreti all’attuale condizione di sofferenza in cui versa, e la probabile incapacità delle classi dirigenti politiche di reggere il declino dell’Occidente post moderno, sono tematiche collegate ed interdipendenti. Occorre trovare una soluzione che sia contestualizzabile con il presente storico.

Questo voler porre in chiaro tale nostra visione politica, negli intenti che ci siamo posti, serve a far comprendere meglio quanto poco ci interessi il falso “mito” del localismo o dell’etnonazionalismo, quale panacea di tutti i mali dello Stato/nazione, o altre annose questioni di lana caprina ad esso connesse, che distolgono lo sguardo dall’importanza del fine: il bene comune, rispetto al mezzo, cioè l’articolazione amministrativa dello Stato, nella prospettiva di rinascita d’Europa. Ribadiamo poi che, in qualsiasi caso, il fattore che determina il buon funzionamento delle istituzioni, centrali o locali che siano, è rappresentato dalla qualità della classe dirigente, dal suo essere all’altezza dei ruoli ricoperti e dei compiti assegnati. I fatti contemporanei ci dimostrano per l’appunto che un mezzo, per quanto ben congeniato, risulta inutile o addirittura dannoso, se utilizzato da figure incapaci o animate da interessi lesivi del bene comune.

Il fattore umano e la qualità della classe dirigente politica, restano le fondamenta di qualsiasi Stato che possa ambire nell’epoca attuale a resistere al processo di svilimento dei popoli, perpetrato nell’ambito della globalizzazione.

Tuttavia, la ricerca della semplificazione a tutti i costi, in particolare nell’epoca della comunicazione di massa, porta poi ad omologare le idee ad uno stile sempre più superficiale, in cui a prevalere è una certa estetica priva di contenuti ma grondante d’incongruenze. In Europa occidentale, dallo “scontro di civiltà”, alla retorica su fenomeni estemporanei di natura etico/morale, fino ad arrivare alla comparsa di un certo populismo reazionario, non sembrano essere ancora giunti i veri anni decisivi di collasso del sistema vigente, anche se i prodromi ci sono tutti. Così come in altre realtà mondiali, seppur con delle dinamiche differenti, assistiamo a delle similitudini, che confermano la nostra tesi di partenza sulla debolezza del multipolarismo così com’è strutturato oggi.

Ciò detto, è proprio per questo motivo che auspichiamo nell’ambito di tale polifonia d’interessi in fase di espansione l’avvento di una rottura, di forte criticità, di scontro tra soggetti, nel quadro del caos frutto di un grande collasso economico, che metta a nudo le debolezze del multipolarismo o, se vogliamo, le sue contiguità con il sistema/modello portato dalla globalizzazione, ed esalti le potenzialità che possono essere utili per l’affermazione di una vera alternativa, articolata nei diversi livelli: popolo-Stato/nazione-spazio imperiale.

Il concretizzarsi di un nuovo ordine mondiale non giungerà mai nelle attuali condizioni, in cui è la politica della ricerca di un equilibrio a dominare, bensì solo attraverso la perdita di ogni equilibrio.

Gabriele Gruppo

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