Il vento che muove il XXI secolo (terza parte)

Il vento che muove il XXI secolo (terza parte)

Multipolarismo e glocalizzazione: potenzialità e criticità in divenire

Nell’ultimo ventennio s’è anche parlato molto di un “nuovo ordine mondiale” (new world order); dapprima come conseguenza della fine della Guerra Fredda, che aveva contraddistinto gran parte della seconda metà del XX secolo, e successivamente quale sbocco delle mutate condizioni economiche e politiche generali, conseguenti all’evoluzione della globalizzazione.

In tale contesto la tematica prevalente era, ed è ancora attualmente, atta a stabilire la forma di questo nuovo ordine, e quella che dovrebbe essere la sua forza motrice dominante.

Con una certa dose di frettolosità, in principio si riteneva che il destino cui era segnato il XXI secolo fosse quello dell’unipolarismo statunitense, per via della presunta “vittoria” degli Stati Uniti d’America nel confronto con quello che fu il blocco sovietico durante la Guerra Fredda, e per l’idea, tutta occidentale, di un prevalere nel medio/lungo termine dei suoi principi ideologici e del suo modello economico. Se, per certi aspetti, la cosa può essere vera per un arco temporale ben definito, ma di breve durata, ovvero quello che va dall’implosione dell’URSS (1991/1992), fino all’attentato di New York nel Settembre del 2001, è stata proprio la fase più acuta dell’interventismo geopolitico nordamericano a porre le premesse per una nuova ridefinizione degli equilibri mondiali. In realtà, mentre un certo antagonismo dipingeva gli Stati Uniti d’America come una sorta di Impero cinematografico da contrastare, fu proprio dietro le quinte di questa coreografia che si mossero le dinamiche per quella che s’è ormai evoluta come fase storica contemporanea.

L’unilateralismo geopolitico USA fondava la sua forza, oltre che su di una fascinazione messianica del proprio ruolo derivata dal retaggio protestante della sua cultura, anche e soprattutto dal prevalere dell’economia finanziaria all’interno della nazione nordamericana, e quello che fu il suo crescente peso nelle scelte politiche e sociali durante i due mandati presidenziali di George W. Bush (2001/2009). La funzione del dollaro poi, quale valuta di riferimento negli scambi commerciali internazionali e nelle transazioni di borsa, rafforzava questo fenomeno, ipertrofizzandone gli effetti più contrastanti su scala globale; in termini di crescita dell’economia, condizionata più in generale anche, ma non solo, dalle dinamiche della finanza apolide, e nelle ricadute negative complessive provocate dalla crisi sistemica esplosa nel biennio 2007/2008. Un collasso che non ha solamente indebolito i fondamentali economici della potenza statunitense e, di riflesso, del resto del mondo, ma ne ha inficiato tutta l’azione di proiezione geopolitica successiva, con un conseguente arretramento nel così detto “soft power”; caratterizzato per sommi capi dal progressivo disimpegno bellico soprattutto in Iraq ed Afghanistan, e da un minor interventismo militare generalizzato nei vari quadranti d’interesse strategico USA, a cui fu preferita l’eterodirezione destabilizzante, come nel caso della sedicente “Primavera Araba”, o come per le complesse vicende ancora in divenire dell’Ucraina. Il “soft power” s’è sviluppato come fenomeno difensivo del ruolo statunitense nel mondo e di arginamento dell’esuberanza geopolitica cinese e russa, o per favorire l’alleato saudita in Medio Oriente nella sua lotta organica contro la crescente ascesa dell’Iran. Esso ha contraddistinto gran parte della politica estera del Segretario di Stato USA Hillary Clinton, durante la prima  Presidenza Obama (2008/2012), decretando nella sostanza, se non nella forma, la fine di una certa visione del mondo e di sviluppo della storia per così dire “americanocentrica”. Attualmente la politica estera di Washington ha cercato di riprendere una certa direzione espansiva, seppur nei limiti dell’attuale condizione di criticità economica in cui versano gli Stati Uniti, cui la seconda Presidenza Obama sta cercando di porre rimedio in modo quanto meno fallace.

Di pari passo con l’ultima fase dell’unilateralismo della presidenza Bush, e in concomitanza con il soft power di quella Obama, e nel quadro successivo più ampio della crisi economica mondiale, quelle che sono state definite “nazioni emergenti” (Cina, Russia, India e Brasile), le principali realtà nazionali del Vecchio Continente (Germania, Francia e Gran Bretagna), ed  in misura minore l’Unione Europea, che ancora oggi cerca una propria identità complessiva ben definita, o i protagonisti del Mondo Arabo/musulmano (Iran, Turchia e Arabia Saudita) e di quello latinoamericano, hanno sviluppato i presupposti per una nuova dialettica geopolitica avente connotati direttivi a geometrie variabili, fondata principalmente sul prevalere di interessi strategici propri ai singoli soggetti, ben distinti da quelli che furono ipotizzati ad inizio secolo, in cui avrebbe dovuto invece veder prevalere il ruolo decisionale del “gendarme del pianeta” a stelle e strisce, rispetto alle altre nazioni.

Il multipolarismo, così come viene definito tale fenomeno ormai indiscutibile nella sua realtà, non è altro che il risultato della somma di quelle linee d’indirizzo di politica internazionale e di commercio estero, che possono essere tanto convergenti quanto divergenti le une con le altre, in modo continuo o discontinuo, che caratterizzano tutta quella serie di attori appena citati, o players mondiali, consolidati ormai con un carattere non più in linea con l’ipotesi di un new world order avente la globalizzazione come fine ultimo, e gli Stati Uniti quale motore politico ed in parte economico.

La filosofia che supporta il multipolarismo, vede nell’attuale condizione storica l’occasione unica di sanare quell’errata impostazione di partenza americanocentrica, sostituendola con una che sia più in linea con la polifonia di players mondiali attualmente in campo, e di potenze regionali sempre più svincolate da obblighi o complessi di sudditanza con un’unica superpotenza, come per nazioni tipo la Turchia o il Venezuela, da noi analizzate nel loro sviluppo con dovizia di argomentazioni durante questi ultimi anni.

La globalizzazione, nell’ottica del multipolarismo, viene respinta nelle sue caratteristiche totalitarie ed omologanti di stampo occidentale, ma non per quanto concerne quei risvolti positivi, che favorirebbero il processo evolutivo economico delle singole nazioni, basato su principi che non andrebbero a snaturare l’essenza identitaria dei popoli, ma utili ad elevare la loro condizione di vita a seconda della specifica kultur. In pratica, non sarebbe più la globalizzazione ad adattare o forzare i popoli ai suoi connotati, bensì l’esatto contrario. Nella concezione multipolare, non c’è solo un tipo di società standardizzata quindi, cui l’uomo dovrebbe tendere quale fine, e non dovrà esistere un ordine gerarchico di dominio per così dire “morale” o materiale di una superpotenza rispetto al resto delle nazioni, bensì una pluralità di diversità, che intrattengano rapporti simbiotici o che si confrontano per l’affermazione di prerogative nazionali d’interesse strategico o economico, di natura identitaria o religiosa, in quelle che noi definiamo regioni/faglia o regioni di scontro, in cui risulta più intenso sia il rapporto d’antagonismo tra palyers mondiali, sia tra potenze regionali.

Certe linee di pensiero ritengono in oltre che il confronto tra unilateralismo e multipolarismo sia già stato perciò superato de facto, e che ci troviamo attualmente a vivere una planetaria riorganizzazione di forze e di sfere d’influenza multipolari, il cui sbocco sarà un “nuovo ordine mondiale” vero e duraturo, in cui anche il tema del progresso risulterà influenzato dalla differenziazione tra gli spazi imperiali che andranno a formarsi, in quanto condizionato dallo spirito dei popoli e dalla loro natura plurale.

Riteniamo però tale visione fuorviante ed imperfetta, in quanto non tiene conto di una criticità fondamentale: la contiguità esistente tra l’attuale sistema organico/totalizzante che, seppur in fase di stallo, resta vigente nella sua essenza, e la prospettiva multipolare così teorizzata. Infatti, seppur utile ad archiviare gli aspetti più appariscenti dell’omologazione globale, il multipolarismo non pone delle vere alternative al liberismo economico che ha portato il mondo, ad esempio, alla crisi finanziaria del 2007, ma tende ad offrire dei semplici palliativi, che sovente sono utilizzati strumentalmente dalle élite al potere nei singoli Stati per finalità contingenti. E’ il caso della Russia, realtà oggi molto amata da un certo tipo di identiraristi per la sua posizione di contrasto al residuale spirito d’ingerenza statunitense, ma che non ha da opporre nulla che non sia diverso dal modello di sviluppo economico occidentale, se non dei richiami allo sciovinismo imperiale zarista, sovietico, o panrusso, funzionali alle sue rivendicazioni geopolitiche. Stesso discorso lo si potrebbe fare nei confronti della Cina; il cui fine è quello di egemonizzare i mercati di consumo di beni, siano essi vecchi o nuovi, e non certo di assurgere a modello alternativo, in quanto è stato proprio grazie al processo di globalizzazione dei processi produttivi e commerciali che il colosso asiatico ha potuto trarre la fonte della sua forza espansiva.

Seppur il multipolarismo abbia una valenza positiva nell’affermare l’importanza della creazione di spazi imperiali identitari e differenziati, capaci di superare alcune lacune insite negli Stati/nazione, ma senza lo sbocco mondialista di una regia diretta dalle Nazioni Unite, esso cade secondo noi proprio nel tema più importante: quello del modello alternativo di sviluppo dei popoli.

Accettare il libero mercato nella sua essenza, o comunque in delle sue variazioni di adattamento alle specifiche realtà etniche e culturali, vuol dire innestare un agente infettivo in un organismo potenzialmente sano. Per cui il risultato sarebbe non la trasformazione del veleno in medicina, ma di porre le premesse per la sopravvivenza di quelle forze apolidi che ancora governano i processi di globalizzazione e che potrebbero, alla lunga, influenzare negativamente il futuro multipolare.

Seppur ritenendo preferibile una dimensione geopolitica multipolare, rispetto a quella unipolare a direzione statunitense, non possiamo accontentarci del “bicchiere mezzo pieno”, nella certezza poi che i fondamentali sistemici di sviluppo e di progresso restino immutati o che, al limite, possano spostare il loro baricentro dall’Atlantico all’Asia sotto mentite spoglie. Gli oligarchi russi o i tecnocrati cinesi non sono per noi diversi dai bankers anglosassoni o da chi siede nei consigli d’amministrazione delle multinazionali pseudo “europee”. Per questo motivo, ribadiamo, non riteniamo soddisfacente la prospettiva offerta dal multipolarismo, in quanto non affronta il vero nodo del XXI secolo: il sistema/modello liberista, e la sua conseguente influenza nei processi economici e di sviluppo sociale.

(segue)

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