Il vento che muove il XXI secolo (seconda parte)

Il vento che muove il XXI secolo (seconda parte)

Globalizzazione: ineluttabilità o velleità?

Il primo problema della globalizzazione è il suo essere un presunto dogma, incontestabile, pur non avendo una matrice né ideologica, né tanto meno culturale, stabile e ben definibile. Nonostante ciò la globalizzazione è descritta sempre come un fenomeno inevitabile ed univoco, che coinvolge un tale complesso di fattori economici, politici, giuridici, tecnologici, culturali, tanto da sembrare impossibile e sovrumana una sua gestione “armoniosa” e “naturale”, così come viene spesso decantata. Piuttosto, lo sviluppo stesso della globalizzazione sembra sfidare nei fatti ogni sorta di ipotetica regolamentazione; e ciò lo si evince dall’attuale fase di instabilità geopolitica, di crisi strutturale e di tenuta dell’economia mondiale. Il termine è inteso in sintesi quale processo di cambiamento epocale ma, anche in questo frangente, non v’è nulla che non sia già avvenuto con modalità diverse nei millenni della storia umana. Ad eccezion fatta degli strumenti con cui questa “svolta” è stata messa in pratica nei nostri tempi, coerenti con il processo di evoluzione tecnologica e sociale del pianeta.

Perfino il “motore” stesso della globalizzazione appare quanto meno controverso. Spesso, infatti, esso viene associato quale prodotto funzionale agli interessi di alcuni macro soggetti politici, Stati Uniti e Cina in primis, di concerto con le multinazionali industriali ed il sistema finanziario apolide. Tuttavia tale semplificazione non regge, se si pensa a quello che è stato il risultato finale, ancora una volta per nulla “armonico” ed organizzato di questo fenomeno storico. I più complottisti poi ipotizzano che sia in atto, attraverso la globalizzazione, un sapiente progetto per un nuovo ordine politico ed economico mondiale, o una cospirazione di interessi egoistici più o meno occulti.

In altri ambiti la globalizzazione è talvolta descritta come il risultato delle innumerevoli scelte di capaci di individui, vocati ad un umanesimo tecnocratico, che anelano ad un mondo “libero” da identità e differenze tra popoli, e prefigurano il superamento stesso del concetto di Stato, a vantaggio di una super democrazia partecipativa, espletata in modo capillare attraverso gli strumenti informatici.

Prese separatamente o insieme, tuttavia, tutte le ipotesi descritte sono strettamente incompatibili con l’idea di fondo circa la causa della globalizzazione; secondo cui essa non è una fase storica contingente o di transizione verso un’epoca diversa, ma la realizzazione di un destino inevitabile, così come si pone in toto nei termini con cui s’è sviluppata fino ad oggi. Da questo punto di vista, la globalizzazione non ha nessun attore principale, ma tutti gli esseri umani, presi singolarmente o collettivamente, sarebbero i soggetti di un cambiamento il cui agente sarebbe la storia stessa, e l’ineluttabile marcia del progresso verso un futuro promettente.

Anche se raramente affermato esplicitamente, questo assunto retorico rappresenta il vero “motore” ideologico che sorregge tutti i fautori della globalizzazione, che li anima e che li spinge a giustificarne ogni incongruenza nella sua applicazione pratica.

In base a questo caposaldo, la globalizzazione è un bene proprio perché è inevitabile. Questa è l’idea che sta alla base, per certi aspetti tangente con quelli che furono i postulati più profondi del marxismo, che aveva nel mito del progresso ineluttabile e, quindi, incontestabile, la sua professione di laica visione del mondo, a tratti addirittura perfino “religiosa” nel suo dogmatismo.

Un altro aspetto che potremmo definire ideologico, vede la globalizzazione come una fonte di libertà universale, portatrice di quei principi che furono propri all’illuminismo nella sua dimensione politica: Liberté, Égalité, Fraternité. Questa versione del globalismo è molto diffusa tra quelle frange, culturali e politiche, di stampo radical/progressista. Tale dottrina, se tale si può definire, si fonda sul concetto dell’inconsistenza e della transitorietà di ogni forma di identità e specificità di fronte all’idea dell’homo migrans, ovvero, di quella che viene intesa come la naturale predisposizione dell’uomo alla migrazione e al meticciato culturale e biologico. In tale alveo ideologico la globalizzazione del XXI secolo funge da forza motrice, anche in questo frangente ineluttabile ed incontestabile, che dovrebbe travolgere nel breve lasso di questa nostra epoca tutte le resistenze alla disintegrazione delle attuali forme culturali differenziate, per raggiungere in fine una sorta di melting pot autoconsapevole e caratterizzato da un’organizzazione politica di tipo orizzontale; ovvero una sorta di democrazia di massa, egualitaria, poggiante sui diritti universali tipici dell’illuminismo e del marxismo. Tale linea di pensiero, seppur facente parte del mare magnum di idee interne alla globalizzazione, risulta essere in aperto contrasto con coloro che, invece, considerano la stessa come un fenomeno principalmente economico e tecnologico, tollerante con un certo grado di identitarismo residuale; visto come funzionale all’equilibrio sociale generalizzato, o per favorire alcuni aspetti relativi al consumismo. In realtà, tali divergenze, sono a nostro avviso null’altro che gli aspetti confliggenti di due lati della stessa medaglia, in cui lo scontro è tale in quanto polarizza un certo tipo di manicheismo, insito specialmente nella civilizzazione occidentale ultima, in cui elementi del cristianesimo tradizionale si sono per così dire “laicizzati”, omologandosi ad una visione del mondo post moderna.

Un’altra variabile del globalismo si ferma alla sola ascesa di un potere politico sovranazionale, in grado di coordinare i popoli, sempre rispettando delle residuali differenziazioni culturali, attraverso l’istituzione di un diritto planetario totalizzante, mediato tuttavia dalle singole élite politiche interne ai vecchi Stati. Questa dottrina, a dir poco velleitaria, non sembra ad oggi attirare troppe grandi passioni, se non in ristrette minoranze quasi tutte poste all’interno delle Istituzioni internazionali. Le quali tra l’altro, nel corso dell’ultimo ventennio, sovente sono state orbate di ogni autorità, fino al prevalere dell’attuale fase geopolitica multipolare (di cui tratteremo in seguito), gestita da Stati/nazione aventi ambizioni e dimensioni imperiali, che hanno reso del tutto ininfluente in termini pratici l’organismo istituzionale che doveva essere al centro di questo ipotetico processo di riorganizzazione gerarchica mondiale: l’ONU.

La difficoltà nel trovare nella cultura ufficiale, politicamente corretta e progressista, qualsiasi dissenso concreto alla globalizzazione è motivata dalla multiforme natura post ideologica di essa, in cui ognuno, sotto certi aspetti, può ritagliarsi il proprio ambito di critica superficiale, ma pur sempre inquadrato nel complesso generale del fenomeno. Qualunque sia la “globalizzazione” auspicata o, quale sia il suo sviluppo auspicato, risulta essere nei fatti impossibile qualsiasi opposizione reale se posta entro quei dettami che abbiamo esposto in questo capitolo.

Se la globalizzazione comporta l’universalizzazione dell’ordine politico, sociale, economico e culturale, una sua critica deve sicuramente essere motivata da un ideale che porti una pars construens totalmente agli antipodi; essa dovrebbe trarre spunto principalmente dalla consapevolezza circa l’impossibilità di un’applicazione della globalizzazione a lungo termine in

ambito economico, in quanto il sistema/modello di sviluppo planetario infinito, così come prefigurato, non potrà mai essere sostenibile, e la sua diffusione capillare continente per continente avrebbe effetti disastrosi per l’intero ecosistema.

Altro nodo fondamentale sta nell’opporre al “mito” dell’homo migrans, una visione del mondo neo identitaria, capace di coniugare le radici storiche di ogni popolo con le dinamiche contemporanee, offrendo la prospettiva di una miglior gestione del concetto di sviluppo e di benessere.

Nel senso più ampio di quel che vogliamo dire; occorre contrastare l’affievolimento delle tradizioni, delle identità specifiche, e la perdita nei singoli delle memoria culturale, non in ragione di uno sterile passatismo, bensì per riequilibrare i rapporti sociali, e le ambizioni al progresso che, seppur legittime, non possono prescindere da principi e valori che offrano una prospettiva e una visione del mondo superiori, rispetto al consumismo di massa e al materialismo individualista.

Se la globalizzazione promette maggiore libertà dalle singole tradizioni identitarie, stigmatizzate come vincolanti per lo sviluppo “inevitabile” del genere umano, non occorre demonizzarla per combatterla, bensì basterebbe metterne scientificamente a nudo le velleità e tutte le sue incongruenze. Dopo tutto, il concetto stesso di libertà non è necessariamente univoco nemmeno tra i fautori stessi della globalizzazione, quindi risulta essere facilmente attaccabile se si è dotati di una solida impostazione ideologica identitaria.

Oltre tutto, abbiamo ben chiara la convinzione di come la libertà, nella realtà politica ed economica prevalente, in particolar modo in Occidente, sia spesso soltanto una parola funzionale a coloro che nell’alveo della globalizzazione intendono trarre un mero profitto, strettamente collegato a ben determinati interessi o gruppi di potere. Pensiamo, ad esempio, alla finanza apolide o alle multinazionali che ormai vantano fatturati simili, se non superiori, a quelli degli Stati/nazione. O chi utilizza il tema dei diritti universali, per mortificare ogni sorta di vera opposizione ai processi di snaturamento dei popoli e delle nazioni, e accusa di metodi dittatoriali coloro che pongono in discussione, e mettono in pratica, argini contro il mondialismo.

La minaccia di una tirannia globalizzata, invece, se dovessero prevale certe istanze universalistiche, è cosa più che mai reale, visti i presupposti, data la loro natura fortemente totalitaria.

L’Occidente soffre più di altre realtà questo tipo di distorsioni e condizionamenti che, oltre tutto, hanno posto in essere anche i semi della sua autodistruzione.

La crisi economica mondiale, cominciata nell’ultima parte del 2007, ha avuto come epicentro proprio quello che potrebbe essere definito l’Occidente “estremo”; ovvero gli Stati Uniti d’America. Questa fase storica, non soltanto economica, attualmente ancora in corso e dagli imprevedibili sviluppi, abbraccia una duplice problematica: per prima cosa ha posto fine alle fuorvianti illusioni di uno sviluppo dell’economia mondiale a guida occidentale, cui dovevano adeguarsi anche le così dette nazioni emergenti, con il conseguente cascame di diritti e di libertà “made in USA” che dovevano garantire il primato morale (e politico) della democrazia nordamericana, che tutti i popoli avrebbero dovuto accogliere, con le buone o con le cattive, senza distinguo o contestazioni.

In concomitanza con il declino occidentale, è entrata in profonda crisi anche la globalizzazione stessa, intesa nella sua ineluttabilità e in quella indomabile evoluzione positiva, così come era prefigurata ad inizio secolo, che doveva rappresentarne la forza motrice, in quanto è venuta meno la stabilità economica che certamente garantiva i suoi postulati sia materiali, sia concettuali.

In questo ambito, grazie al mutare delle condizioni storiche, risultano quanto mai evidenti gli spazi per una contestazione ragionata ed efficace di ogni dottrina che faccia della globalizzazione la sua veste ideologica, o pseudo tale, quale che sia il modo più o meno consapevole di approccio, in quanto ogni ineluttabilità di tale fenomeno sembra essersi esaurita e, anzi, risulta ormai in procinto di subire una ulteriore battuta d’arresto, per via del nuovo collasso economico/finanziario che minaccia il pianeta con sempre maggior forza, e che non vede nelle élite attualmente dominanti in Occidente e nelle nazioni emergenti, dei soggetti capaci di porvi degli eventuali rimedi; né di natura preventiva, né tanto meno per un’ipotetica alternativa.

(segue)

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