Che cos’è Gerusalemme?

Che cos’è Gerusalemme?

“Che cos’è Gerusalemme?”.

Lo domanda un improbabile “crociato” ad un altrettanto improbabile Saladino, al termine di uno di quei costosi filmetti hollywoodiani che riscrivono la storia mondiale ad uso e consumo dell’american style.

Risposta dell’improvvisato Saladino: “Gerusalemme è tutto e niente!”.

Ecco, milioni di dollari inutilmente spesi “salvati” da una frase di pochi secondi che, a ben guardare, racchiude una verità difficile ed articolata; Gerusalemme è da sempre una città santa (per chi è credente nelle tre religioni del Libro), il cui destino oggi è legato alle ambizioni politiche di mediocri attori contemporanei.

Gerusalemme fa parte di quel simbolismo ancestrale in grado di sacralizzare il potere terreno, che le tre religioni monoteistiche hanno mutuato l’una dall’altra per secoli, “dimenticandosi” quanto esso fosse molto più antico, ed arrogandosi l’appellativo di “rivelate” hanno fatto a gara per la supremazia di tale “rivelazione”.

Dissertazioni teologiche a parte, interessanti ma che ci porterebbero molto lontano, Gerusalemme nel 2017 non è altro che un tassello di un’epoca in cui la geopolitica è a geometrie variabili, in cui ciò che si sta sviluppando non è un concerto per la pace mondiale, bensì un de profundis della civiltà umana post-moderna, in cui ai simboli si prediligono i brand, ai popoli i consumatori, alla cultura le “tendenze”.

L’eventualità che Gerusalemme diventi capitale dello Stato d’Israele non è una questione di vita o di morte per il XXI secolo. L’entità sionista posta in Terra Santa ha esaurito la sua funzione di ricompensa per il nazionalismo israelita, sancita dalla sconfitta dell’Europa nel 1945, quindi, quale sia la sua capitale interessa giusto ai palestinesi, e a quella fetta di elettorato del Presidente USA Trump, ancora molto vicino alle istanze dei “Fratelli Maggiori”. Infondo, se come ci ripetono gli immigrazionisti nostrani, la demografia è la chiave di lettura del futuro, a nostro giudizio Israele può farsi tutte le capitali che vuole; il suo destino nel medio/lungo termine è segnato da una scarsa natalità, e da una perdita progressiva di quelle sane virtù bellicose che ne hanno segnato la nascita.

Nemmeno il Pontefice Cattolico Francesco I s’è scomodato più di tanto sulla questione, preferendo che a parlare fosse la sua delegazione presso l’ONU, attraverso un debolissimo appello che dovrebbe ricordare “L’obbligo di tutte le Nazioni di rispettare lo status quo storico della Città Santa, in conformità con le pertinenti Risoluzioni dell’Onu”.

Infatti, durante l’omelia di Natale, il Santo Padre ha preferito altri temi, meno simbolici o teologici di Gerusalemme, ma più in linea con quello che sta diventando la Chiesa di Roma; un’ONG che punta alla sostituzione etnica dei popoli d’Europa. Non per nulla il candido prelato supremo del Vaticano, in occasione di Natale, e con la questione “Gerusalemme” ancora calda, ha pensato bene di stravolgere un paio di millenni di narrazione natalizia, con uno storytelling pro migranti da far accapponare la pelle; affermando niente meno che San Giuseppe e la Vergine Maria erano rifugiati, e che il piccolo Gesù altro non era che un profugo, che avrebbe dovuto beneficiare forse dello ius soli.

Dal nostro piccolo punto di vista, non proprio confessionale, ci ricordavamo una storia diversa…

Quindi, se Gerusalemme è “tutto e niente”, il suo destino sarà funzionale a quello di altre realtà dello scacchiere globale; una faglia di scontro tra diversi attori, tutti comunque più o meno funzionali al sistema globalizzato, e non “la” faglia di scontro. Non si spiegherebbe altrimenti l’altrettanto debole e formale presa di posizione della Lega Araba, in cui in tanti (troppi) dei suoi esponenti sono in affari con l’entità sionista, il cui denaro, evidentemente, non fa così schifo.

Ma sappiamo tutti che business is business, e che fede, religione e simboli valgono fino ad un certo punto quando ci sono di mezzo transazioni finanziarie da miliardi di dollari.

Per concludere questa poco spirituale dissertazione su Gerusalemme, ecco un messaggio via mail, giuntoci a ridosso di Natale, inviato dall’ONG Action Aid (che ci dovrebbe anche spiegare perché detenga il nostro indirizzo mail):

PAYPAL, FAI LA COSA GIUSTA!

PayPal, metodo standard per i pagamenti online di milioni di persone nel mondo, non offre i suoi servizi ai Palestinesi dei Territori Occupati di Cisgiordania e Gaza.

Questo ha delle pesanti ricadute soprattutto sulle nuove generazioni e limita fortemente lo sviluppo del nascente settore tecnologico, uno dei pochissimi in crescita e in grado di dare speranza ai giovani, in un Paese in cui più del 38% della popolazione vive in povertà. Chiedi anche tu a PayPal di fare la cosa giusta.

 

FIRMA LA PETIZIONE!

#PayPal4Palestine

 

La guerra delle valute virtuali è appena cominciata, ed anche la Terra Santa è terreno per conquiste molto terrene e poco “sante”.

 

Gabriele Gruppo

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