Una prima analisi: i nanetti da giardino e l’utopia del “glocal”

Una prima analisi: i nanetti da giardino e l’utopia del “glocal”

La recente crisi politica nella regione spagnola della Catalogna, e quella che sembra essere la sua attuale farsesca evoluzione, hanno acceso molto animi e commenti tanto sui media, quanto sui social network. Al netto del fatto che tale questione non è ancora da dirsi conclusa, i prodromi di una fine ci sono tutti e si può oggi guardare ai fatti con un minimo di freddezza in più. Dal canto nostro, infatti, abbiamo fin da principio preferito attendere la scansione degli eventi, prima di azzardare opinioni o analisi di sorta, avendo come l’impressione di vedere dietro ai fatti nudi e crudi, qualche cosa di più del tifo “pro” o “contro” la secessione catalana.

Ma facciamo un passo in dietro nel tempo.

Giusto tre anni fa, nel Settembre del 2014, analizzammo in un focus la questione dell’indipendentismo scozzese, prendendo una posizione chiara; l’articolo si intitolava “Contro l’indipendenza della Scozia ma non per amor di Gran Bretagna” (VEDI).

Anche in quel frangente ci si trovava di fronte ad una scelta quasi obbligata, tra chi vedeva nell’indipendentismo scozzese una forma di “risveglio” dell’identitarismo dei popoli europei, e chi stigmatizzava tali sentimenti in nome di un cammino, secondo una credenza ormai inevitabile, verso l’omologazione del Vecchio Continente attraverso il rafforzamento dell’Unione Europea, ed il suo crescente ruolo di gestione delle singole sovranità nazionali. Peccato che proprio uno dei cardini dell’indipendentismo scozzese verteva nella permanenza del neo Stato delle Highlands entro il perimetro blu stellato di Bruxelles.

Con il referendum del Giugno 2016, quello per avviare la famigerata Brexit, notammo il confermarsi del paradosso di una Scozia che voleva restare nell’UE, mentre nel resto del Regno Unito, Londra ed Irlanda del Nord parzialmente escluse, si spingeva per il divorzio da Bruxelles e da tutto il carrozzone UE.

Con l’indipendentismo catalano il paradosso si ripete; un sedicente neo staterello regionale, che rivendica la propria autodeterminazione rispetto all’autorità dello Stato/nazione d’appartenenza, pur volendo però soggiacere ad un potere centrale sovranazionale come quello dell’Unione.

Nessuno sembra porsi la questione del perché di tale schizofrenia. Eppure, a nostro avviso, qui sta il bandolo della matassa, o meglio, ciò che per noi squalifica ogni sorta di identitarismo che percorra simili binari. In quanto se l’Unione Europea è, de facto, una tecnocrazia al servizio della finanza apolide, ci sfugge il motivo per cui l’indebolimento di uno Stato/nazione, che sia la Spagna o la Gran Bretagna poco importa, attraverso l’asportazione per via elettorale di una sua regione possa esser ritenuto auspicabile se, alla fine, a trarne vantaggio è un’entità sovranazionale, che per giunta agisce per conto di forze anti-identitarie.

Bisogna poi fare molta attenzione ad un altro fattore; una bandiera è affascinante, ma occorre sempre ben guardare la mano che tiene quella bandiera.

Tanto a ridosso dell’attuale crisi catalana, quanto in altri termini riguardanti, ad esempio, la particolarità di Londra o Parigi quali future città/Stato, abbiamo sentito parlare del neologismo “glocal”.

Con il termine glocal s’intende niente meno che una realtà locale, avente particolarità tali capaci di interconnetterla con la globalizzazione.

Dietro all’indipendentismo catalano si cela la volontà di Barcellona, una cosmopoli in fase embrionale, di staccarsi da una realtà identitaria tradizionale, come quella della Spagna, per proiettarsi in una dimensione globalizzata senza più vincoli di sorta. L’ideologia che si cela dietro alla “bandiera” catalana è ferocemente anti-identitaria, tanto quanto l’indipendentismo scozzese è funzionale alla creazione di un inutile nanetto da giardino, pur avendo motivazioni storiche maggiormente fondate.

In sintesi, il sistema che ambisce alla disintegrazione delle identità europee, e all’omologazione di esse in un quadro funzionale alla globalizzazione, è capace di cavalcare istanze che sembrano confliggere con essa, come nel caso dei regionalismi più diversi, che sempre più hanno l’avallo di soggetti come George Soros, o di prospettare l’armonizzazione di istanze locali attraverso l’applicazione dell’utopia glocal.

Il rischio è di perdere di vista ciò che è funzionale al sistema e ciò che veramente dovrebbe rappresentare una resistenza identitaria. Occorre tifare di meno per i nanetti da giardino, ed aprire meglio gli occhi.

 

Gabriele Gruppo

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