Rivoluzione 4.0 e Italia; considerazioni opposte (terza parte)

Rivoluzione 4.0 e Italia; considerazioni opposte (terza parte)

Quel che ci ha lasciati maggiormente perplessi del documento preso in esame è la scarsa, anzi assente, analisi sulle prospettive di criticità sociale, derivate da un cambio di paradigma del modello produttivo, così radicale e penetrante.

A parte qualche preoccupazione sulla polarizzazione sociale, e su quella territoriale, viene infatti ricordato che l’Italia soffre di una cronica disomogeneità nell’ambito della sua struttura di nazione, chi ha redatto il documento ha preferito puntare su di una visione ottimistica, a tratti venata da un’ingenuità di fondo, e di una (secondo noi) eccessiva fiducia nelle capacità del “genio” italico di adattarsi a quella che sarà il nuovo corso. In ogni capitolo l’ottimismo è molto spinto, e questo a nostro avviso non è segno di prudenza o di ponderazione, ma di una sostanziale ignoranza della situazione del così detto “Paese reale”.

A dieci anni dalla crisi dell’economia globalizzata, i suoi effetti nefasti stanno mutando forma, ed hanno mutato la sostanza dei modelli sociali e di produzione/sviluppo tanto in Italia, quanto nel resto dell’Europa occidentale. Le nazioni dell’Europa occidentale hanno ormai metabolizzato o la presenza di tassi di disoccupazione che un tempo erano definiti “elevati”; come in Italia e in Spagna. Oppure hanno elevato il precariato a forma mentis per il lavoratore del XXI secolo; come in Germania e Gran Bretagna.

Per di più, come se la situazione non fosse di per sé già molto grave, l’aumentare delle disuguaglianze, ed il baratro tra chi ha “sicurezze” e chi vive di “precarietà” diventa sempre più incolmabile, sono ormai fenomeni accettati e, di fatto, non trovano nemmeno una rappresentanza politica seria, che ne comprenda la pericolosità, tanto per le singole nazioni, quanto per il complesso euro/occidentale.

L’Europa, ed in particolare il suo quadrante occidentale, è a tutt’oggi e a tutti gli effetti un laboratorio sociale ed economico di eccezionale importanza. La distruzione dell’identità europea e l’avvento di nuove forme di consumatore/massa, meticcio ed indifferenziato, sarebbero niente meno che il coronamento di un processo che, gradualmente ma tenacemente, ha portato nel volgere di mezzo secolo allo stato attuale di prostrazione dei nostri popoli, nei confronti di un futuro che, sotto molti aspetti, viene visto ormai dalle maggioranze come “inevitabile”, un destino segnato.

Il liberismo ha agito bene; mortificando per prima cosa la natalità di tutti i principali Stati dell’Europa occidentale, attraverso la graduale imposizione di modelli comportamentali edonistici ed individualistici. Oggi sentiamo chi, senza nessuna vergogna e con malcelata gioia, sostiene apertamente che le giovani donne euro/occidentali sono “culturalmente non più predisposte ad avere figli”, e che l’integrazione di masse allogene serve a compensare tale sterilità esistenziale, oltre che fisica.

Il liberismo ha poi condizionato le politiche sociali degli Stati verso l’utilitarismo mercatistico ed efficientistico. Non è un “caso”, infatti, che le lobbies tecnocratiche diffondano come un dogma di salvezza la necessità di rifondare il modello economico esistente su parametri di produttività sempre più elevati, sempre più isterici, ciò a scapito di ogni altro aspetto dell’esistenza dei popoli, che dovrebbero soggiacere ad un’illusione collettiva di progresso disumanizzante. Ciò attraverso il perenne utilizzo dei “bisogni indotti”, che alzano costantemente l’asticella delle necessità nei consumi di singoli e di famiglie.

Più “bisogni indotti”, maggiore necessità di aumentare la capacità di spesa, maggiore la necessità di reperire risorse monetarie, anche attraverso l’indebitamento diffuso, capaci di soddisfare tale condizione di perenne rincorsa ai modelli di riferimento ritenuti “vincenti”. Ciò, appunto, diventa regola di vita sia per singoli, che per nuclei famigliari.

Se poi aggiungiamo a tutto questo il prevalere di una sub cultura dell’egoismo e dell’edonismo, ormai senza più freni inibitori etici o valoriali, allora possiamo ben cogliere nella sua essenza l’articolato piano che si cela dietro al processo di sviluppo futuro dell’Europa occidentale che, se da un lato dovrebbe aumentare il tenore di vita dei popoli, dall’altro punta ad inaridirne definitivamente l’anima.

Il processo di sostituzione etnica (che troverà spazio successivamente anche in questo articolo) non è altro che la degna prosecuzione di questo progetto a tappe, dai tempi medio/lunghi, ma dai risultati già oggi ben visibili.

Il liberismo 4.0 in Europa prevede l’avvento di una società in cui esisteranno due distinte categorie (per non chiamarle addirittura “caste”); da un lato sezioni sociali che definiremo “alte”, composte da quel che resterà dei popoli bianchi, in una forma caricaturale e neo borghese, affiancate e corroborate da meticci ed allogeni che abbiano raggiunto il medesimo standard nella piramide sociale e produttiva. Dall’altro lato un neo proletariato composto da formule aggregative para identitarie, multi razziali e multi apartheid, e da ciò che resta delle classi medio/besse autoctone, che vedranno i loro spazi sempre più ristretti dalla presenza di queste nuove comunità allogene.

Tutto ciò che abbiamo sintetizzato, tutte le criticità cui abbiamo fatto cenno, non sono minimamente prese in considerazione nel documento redatto dai senatori della Commissione Lavoro.

Quel che traspare è, invece, la volontà di sottovalutare in modo doloso l’avvento di un modello che andrà ad innestarsi su di un tessuto sociale fragile, e che fragile dovrà restare proprio in ragione delle necessità utilitaristiche di questa sedicente “rivoluzione”.

 

(continua…)

 

 

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