Rivoluzione 4.0 e Italia; considerazioni opposte (seconda parte)

Rivoluzione 4.0 e Italia; considerazioni opposte (seconda parte)

Il documento redatto dalla commissione senatoria comincia già con due grandi illusioni, perché di questo si tratta, che permeano le così dette “certezze” sulla 4.0 in salsa italica, spacciate dai media, ove e quando trattano di questo argomento.

“(…)Le grandi fabbriche affrontano il superamento delle linee e la loro sostituzione con “isole” autonome dove convivono uomini e macchine, team di lavoratori e robot. Le piccole imprese accentuano invece una caratteristica tutta italiana della divisione del lavoro, sono concentrate nei distretti, specializzate in produzioni di nicchia e si adoperano per far convivere abilità artigianali classiche con quelle digitali. Anche il nuovo rapporto con i consumatori sconvolge la organizzazione del lavoro, tanto che alcuni studiosi affermano che la fabbrica intelligente sta alla personalizzazione di massa come la fabbrica taylorista stava alla produzione di massa. Il pensiero manageriale non può avere oggi lo sguardo rivolto al passato, ma deve produrre lo sviluppo di soluzioni innovative e sperimentali per favorire l’emergere di principi organizzativi rivoluzionari in grado di rendere fluido, competitivo e “umano” l’ambiente produttivo”.

Per prima cosa i relatori sembra si siano dimenticati del processo di delocalizzazione manifatturiera, portato avanti a tappe forzate fin dall’inizio del XXI secolo, che ha determinato la creazione delle così dette “filiere lunghe” produttive.

Infatti, la nostra prima attenzione su questo argomento, si è sempre focalizza soprattutto su quelle che sono a nostro giudizio le devianze economiche, insite nel tessuto produttivo italiano ormai da un ventennio.

In molte occasioni c’è capitato di notare quanto fosse importante, per una certa vulgata mediatica, porre l’accento sulla necessità per le imprese di internazionalizzarsi, pur mantenendo un certo grado di relazione con il territori nazionale, in modo da non perdere l’onda lunga (ipotetica) dei mercati emergenti, e sulle prospettive (tutte da verificare) che essi offrirebbero nell’immediato futuro.

Purtroppo però viene sempre omesso che dietro al verbo “internazionalizzare”, si celano dei veri e propri tranelli; primo fra tutti quello relativo alla delocalizzazione degli impianti produttivi, su diversi livelli della filiera materia prima/prodotto finito, dal territorio nazionale verso altri luoghi del pianeta.

Non ci dilungheremo troppo su tale argomento, visto e considerato che esso è da noi sempre stato trattato con dovizia di particolari nel corso della nostra decennale opera di controinformazione.

Il nostro intento è quello di dimostrare quanto sia stretto il legame tra i processi di delocalizzazione manifatturiera, ormai consolidati, con la IV Rivoluzione Industriale. Ciò sia per far comprendere la gravità dei processi in corso, e quindi sulla loro ricaduta  sociale ed occupazionale complessiva, sia per motivare altre nostre argomentazioni, già accennate nel recente passato, sull’interconnessione esistente tra 4.0, sostituzione etnica, e cessione di sovranità dal complesso Stato/nazione, ad entità sovranazionali.

Per fare un primo esempio concreto di quel che intendiamo dire, quando parliamo di “filiere lunghe”, prendiamo in oggetto il Gruppo Mapei, di cui è amministratore unico niente meno che l’ex Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

Dei quasi ottanta stabilimenti di questo colosso della chimica per l’edilizia, solamente dieci si trovano in Italia (fonte www.mapei.com), una disparità numerica non da poco, e che certo non è solamente giustificabile con la necessità aziendale di potersi sviluppare a livello internazionale, presso le aree di consumo dei prodotti. Infatti, non ci risulta che le manifatture cinesi, che hanno inondato il mercato italiano, siano giunte in Europa per avvicinarsi di più ai consumatori finali. Quindi perché il Gruppo Mapei non dovrebbe produrre integralmente in Italia?

A questa considerazione si potrebbe obbiettare dicendo che i prodotti Mapei sono di alta qualità, mentre quel che importiamo massicciamente dalla Cina è spesso non all’altezza di certi standard. Verissimo, tuttavia ci sembra che il paradosso cui abbiamo fatto cenno, nella prima parte di questo focus economico, trovi la sua conferma.

 

Altro esempio il Gruppo Barilla.

La produzione Barilla si svolge in 30 siti produttivi, distribuiti in nove diverse nazioni; 9 in Italia e 12 all’estero. I mulini; 4 in Italia e 1 all’estero. Gli stabilimenti con mulino integrato sono però 1 in Italia e 3 all’estero (fonte www.barillagroup.it).

In questo caso si può vedere come la metà della produzione di questo marchio “Made in Italy”, provenga da nazioni fuori dall’Italia, tra le quali Turchia e Messico. Non è dato sapere quale beneficio ci sia per l’Italia in una simile dislocazione della filiera, mentre ben sappiamo quali vantaggi abbia il Gruppo Barilla.

Il nuovo corso di rivoluzione dei processi produttivi, attraverso robotica ed informatica sempre più invasivi, non avrà certo il suo focus d’azione in quelle sezioni di filiera in cui il Sig. Barilla, o il Sig. Squinzi, hanno già maggiori margini di “risparmio” su costo della manodopera e vicinanza con il mercato di sbocco.

E’ quindi più logico pensare che il prezzo più alto sarà pagato da quelle parti di filiera poste sul territorio italiano.

Indi per cui ci sembra puerile che i relatori del Senato repubblicano auspichino o, peggio, siano certi, che i gruppi manageriali ai vertici delle imprese nazionali debbano:”(…) produrre lo sviluppo di soluzioni innovative e sperimentali per favorire l’emergere di principi organizzativi rivoluzionari in grado di rendere fluido, competitivo e “umano” l’ambiente produttivo”.

Nessun amministratore delegato, nessun manager, italiano o straniero che sia, operante sul nostro territorio nazionale, avrà intenzione di rinunciare alla possibilità di omologare ulteriormente la forza/lavoro in Italia, con la scusante della 4.0, a parametri sociali ed economici già vigenti in aree produttive extraeuropee; in cui magari l’innovazione tecnologica arriverà, ma in modo più blando, in quanto il basso costo della produzione, è anche dovuto ad una manodopera che, specializzata o meno, resta comunque in balia di uno scarso potere contrattuale con il padronato.

(continua…)

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