Nel Mondo che vedo…

Nel Mondo che vedo…

Nel film Fight Club il protagonista Tyler Durden (Brad Pitt), in un contesto quasi onirico, si cimenta in un monologo breve ma carico di significato.

L’incipit del monologo è: “Nel mondo che vedo…”.

In esso viene descritto uno scenario post civilizzazione, in cui l’uomo del futuro non sarà quello globalizzato ed omologato tanto decantato quale prospettiva garantita dai nostri attuali creatori di “felicità” a buon prezzo, bensì sarà un uomo atavico, che vivrà in mezzo alle rovine di un mondo morto, un mondo che non è stato in grado di tramandare nulla, se non la sua superficialità, il vuoto di un materialismo portato all’estremo, e da questo estremo precipitato come Icaro al suolo.

Il problema non è tanto accettare o respingere questa “visione”, sarebbe cosa assai facile fare o l’una o l’altra delle due cose, in quanto in automatico si formano naturalmente, di fronte ad un simile divario di prospettive future, due distinte categorie manichee tipiche; chi ne coglie la validità, e vede effettivamente un uomo ancestrale camminare sulle rovine del nostro contemporaneo, e chi la respinge in toto, in ragione delle promesse del nuovo secolo, e dell’avvento del “migliore dei mondi possibili”.

La realtà oggettiva, questo è il vero problema del nostro tempo. La realtà dei fattori che si stanno sommando in un mix esplosivo; criticità che si sviluppano più velocemente di ogni progresso della così detta “globalizzazione”, politiche suicide volte a soddisfare unicamente libero mercato e consumismo, e molte altre scempiaggini operate a tutti i livelli della scala gerarchica del sistema vigente, senza nessuna esclusione o distinguo. E noi, ancora qui a pensare che “tutto gira intorno a noi”, e alle nostre piccole insignificanti esistenze atomizzate di occidentali maturi.

Noi, l’Europa occidentale, una bagnarola in balia degli eventi, popolata da uomini destinati ad un suicidio storico che non ha eguali nella storia, o almeno molto simile a quello che operò il sovrano azteco Montezuma, che lasciò devastare il suo fastoso (ma decadente) impero, da quelli che lui riteneva essere delle divinità: i predoni spagnoli di Cortés.

Nel nostro caso, le sedicenti “divinità” che ci stanno distruggendo per gradi, ce le siamo prima create idealmente, attraverso l’accettazione di tutto ciò che mortificava l’identità, per poi inocularle decennio dopo decennio, in forma umana/allogena, nel tessuto di comunità autoctone sempre più prospere ma sempre più ignave, accampando le più diverse giustificazioni assolutorie; atrocità coloniali da sanare, necessità economiche, declino demografico, ecc.

Potremmo andare avanti per pagine e pagine, descrivendo quella che dovrebbe essere una realtà visibile anche al più stolto; la sua origine, la sua evoluzione attuale, o il suo status quo imposto come un dogma di fede dal sistema vigente. Così come sarebbe molto suggestivo lasciarsi trasportare dalla diatriba teorica su quale futuro ci si prospetta tra uno o due secoli.

Oppure, ancora meglio, analizzare la minuta cronaca, spesso focalizzandosi proprio su ciò che il sistema vigente ci vuol rendere di più facile fruizione mediatica.

L’Europa, in particolare quella occidentale, è stata dissestata socialmente dagli effetti della crisi economica più devastante da quella sviluppatasi nel ’29, eppure ci hanno fatto prima “digerire” le misure anti-crisi, che hanno aggravato la situazione, per poi raccontarci che tale dissesto era necessario per un cambio di paradigma nei processi di sviluppo del nostro benessere. Ed i popoli si sono accontentati di questa narrazione, accettando che nel continente che ha inventato lo Stato sociale si venisse a creare un divario incolmabile tra chi vede il mondo come la sua ostrica da suggere avidamente, e chi l’ostrica se l’è ritrovata tra le basse terga. La famosa “classe media”, infatti, è un animale in via d’estinzione, tanto da un punto di vista economico, quanto demografico.

L’Europa occidentale si sta per addormentare in un lungo incubo, dal quale non si sveglierà certo facilmente.

Siamo in procinto di vedere tutti i nostri demoni che si concretizzeranno non in un lontano futuro, bensì nel volgere di massimo un decennio. E i segni ci sono già tutti, basta coglierli nella loro realtà e concretezza.

E’ ridicolo il patos cinematografico che accompagna ormai i così detti “attacchi terroristici”, fenomeno relativamente nuovo nella sua ripetizione periodica. Ridicoli sono coloro che ritengono fondata l’equazione: più attacchi terroristici/più forte sarà la nostra civiltà aperta e tollerante!

Ci stiamo cullando in seno da almeno quattro decenni i fondamentali dell’imminente sostituzione etnica!

Gli Stati/nazione dell’Europa occidentale sono pieni di metastasi etniche e razziali territoriali, che stanno prendendo consapevolezza della loro forza, rispetto ad un panorama umano autoctono bolso e pavido.

La realtà di cui parlavamo prima, quella che dovrebbe essere la pietra su cui fondare ogni prospettiva futura, essa ci riporta notizie come questa:

“Bande paramilitari di migranti pronte all’assalto”

Fonte www.opinione.it

Un articolo elaborato da documenti divulgati dai media britannici nei mesi precedenti, che di questa realtà, appunto, ne hanno già una discreta dimestichezza interna, tuttavia di casa loro, delle loro “No White Zone”, preferiscono non parlare. Una situazione in cui anche l’Italia vede molte omissioni in merito, così come in tutta l’Europa occidentale.

Meglio parlare d’altro!

Certo, meglio il sensazionalismo dello stupro di Rimini, fa scalpore, fa chiedere al popolo maggior “sicurezza”, offre qualche freccetta ai populisti da salotto…

Un fatto grave, ma che non è stato posto nella sua giusta prospettiva: la donna bianca sarà parte del bottino di una guerra razziale, e il suo uomo, se non farà nuovamente comunità con i suoi simili, verrà posto ad assistere a tale scempio, impotente, così come impotente è ormai la sua figura priva di virilità nell’Europa odierna.

E chi dovrebbe poi garantire questa sicurezza secondo la vulgata imperante, quella che va a votare, se non quel sistema che ha generato l’impunità diffusa per le nuove “risorse” umane importate. Oltre tutto, meglio focalizzare l’attenzione generale, spicciola o informatizzata che sia, su di un fatto di cronaca che può esser posto alla mercé delle più svariate opinioni, invece di mostrare un pericolo di ben più elevato rango, chiaro, che certo non darebbe adito a perniciosi distinguo, ma evidenzierebbe, senza ombra di dubbio, l’esistenza di chi vuol creare le condizioni per una resistenza etnica, e chi vorrà rinunciare, assimilarsi ai nuovi padroni senza combattere, senza resistere, senza cercare un’alternativa alla disintegrazione.

Secondo la stampa inglese il territorio italiano sarebbe ora a forte rischio di “tribalizzazione territoriale”, ovvero le bande di migranti potrebbero appropriarsi di aree e difenderle come usano fare nelle zone del centro Africa già attraversate da guerre civili e atavici conflitti tribali.

(dall’articolo citato)

La stampa inglese, come facevamo cenno pocanzi, dovrebbe rivolgere le stesse attenzioni al proprio territorio, in cui tale fenomeno è già diffuso da inizio secolo. Così com’è già diffuso in tante altre realtà dell’Europa occidentale, dalla Scandinavia alla Germania, dalla Francia all’Italia appunto. Detto questo, la visione che abbiamo del futuro prossimo, non certo quel futuro lontano, immaginato nel film da cui abbiamo tratto spunto per quest’articolo, è sempre più nitida e precisa. Essa si fonda non soltanto sulla realtà oggettiva del presente, ma anche su quella storia d’Europa in cui si formò realmente l’identità dei popoli in gran parte del continente.

La nostra identità trae origine non da epoche fastose, non da grandezze ordinate ed organizzate, all’apice della loro gloria, ma dal caos dell’Alto Medio Evo; quando una grande civiltà declinava verso il tramonto, lasciando una difficile eredità, ed il vuoto era riempito da forze confliggenti, che alla fine generarono quella che oggi chiamiamo Europa. Un discorso lungo, ma dannatamente importante, e che intendiamo affrontare presto, insieme con ciò che la realtà ci pone quali segnali del mondo che verrà. Perché se vogliamo veramente comprendere ciò che ci attende, se vogliamo veramente trovare una forza ed uno spirito progettuale per far fronte a ciò che ci attenderà tra pochi anni, allora dovremo restare ancorati saldamente alla realtà, ed avere coscienza della nostra origine, non farci fuorviare, non cedere alle lusinghe di facili scorciatoie o di compromessi.

Il mondo che dobbiamo vedere è la realtà e la nostra identità minacciata, non una visione onirica, ed il nostro impegno deve essere volto a ciò che dovremo affrontare noi, nel nostro tempo, e non rivolto a suggestivi uomini “dopo di noi”.

Dopo di noi non ci sarà NESSUNO, se non cominceremo noi a creare una nuovo mondo, OGGI!

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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