2007/2017: il mondo ancora appeso ad un azzardo

2007/2017: il mondo ancora appeso ad un azzardo

Chi si ricorda cosa stesse facendo tra il 14 ed il 17 Agosto del 2007, dovrebbe oggi sorridere pensando a quanto è mutata la sua vita in questi dieci anni.

Anche il mondo è mutato, in peggio da quei giorni lontani. Un mondo che sembrava lanciato verso l’alba di una nuova prosperità, detta dal ritmo di un processo, la globalizzazione, cui si attribuivano taumaturgici effetti benefici per tutti i popoli; fossero essi di consolidato benessere, oppure quelli che erano definiti “emergenti”.

Instabilità geopolitica poca, giusto le batoste che gli Stati Uniti continuavano a prendersi tra Iraq ed Afghanistan, l’Europa che viveva il suo processo d’integrazione come in una lieta favoletta dal lieto fine già scritto. La Cina era da noi definita l’economia del “fantastico”, vista la notevole mole di aspettative che la sua crescita e sviluppo avevano innescato in ogni settore del così detto made in Italy. Tuttavia, anche gli altri giganti della catena BRIC; Brasile, India, Russia, oltre che Cina ovviamente, erano l’anello di congiunzione tra le mature economie dell’Occidente, che dovevano per forza delocalizzare le produzioni ed esportare prodotti per essere competitive, e l’ultimo miglio che separava un mondo ormai ritenuto “vecchio”, quello dell’economia reale, dalle promesse di prosperità offerte dalla globalizzazione.

“Commercio libero!”, “finanza libera!”, “speculazione libera!”.

Queste erano le parole d’ordine che circolavano come precetti biblici, e che penetravano anche nel nostro quotidiano, facendoci agire spinti da quell’euforia.

Ricordate la facilità nell’ottenere un prestito da una di quelle finanziarie tanto anonime e tanto “gentili”?

Ricordate il “prestito a consumo”?

Ricordate la solidità sbandierata da TUTTO il sistema bancario ed assicurativo dell’Occidente?

Se ricordate tutte queste cose, allora potrete fare un paragone, dieci anni dopo, su quanto tutto quel modello di sviluppo fosse un castello di sterco poggiante su fondamenta di letame. Come esso sia imploso, da quell’Agosto 2007, quando emersero i primi fattori di scompenso finanziario nel sistema creditizio USA, al Maggio 2008, con il collasso della banca Northern Rock, la prima vittima illustre di una penosa lunga serie. Di come i Governi delle due sponde dell’Atlantico abbiano salvato a colpi di denaro pubblico un casinò in fiamme. Quale giustificazione il ritornello era: “Il sistema non può fallire!”. Anteponendo la sopravvivenza di un sistema, agli interessi dei popoli.

Così l’Occidente, ed il pianeta al seguito, si sono incamminati in una lunga via crucis, la cui cronologia noi, da questo sito, abbiamo cercato di raccontarla in modo freddo e spietato anno dopo anno, senza scadere né in sensazionalismi superficiali, né in altrettanto superficiali verità di comodo.

Il supplizio finale è stato evitato per un soffio. Sì, ma a quale prezzo?

Sostanzialmente, l’intoccabile sistema, con la sua speculazione virtuale, il suo appetito smisurato, e la sua arroganza, è rimasto immutato nella sostanza, mutando solamente nella forma, con operazioni di maquillage spacciata quale “stretta” agli eccessi della finanza.

Ci hanno fatto credere che “il peggio è passato”; infondo l’economia sembra tornata a crescere in tutto il pianeta (???), anche se con percentuali dimezzate rispetto al 2007. Certo, non si parla più tanto volentieri di globalizzazione, ma il casinò ha ripreso i suoi vecchi vizi come detto in precedenza. Di capitali ce ne sono fin troppi in circolazione, tutti di carta, iniettati dalle banche centrali per stimolare il ritorno alla stabilità, che fanno mucchio però con quei titoli “tossici”, custoditi in sarcofagi più impenetrabili di quello della centrale nucleare di Cernobyl. Il mercato, oggi più di ieri, è pieno di bolle speculative che coinvolgono un po’ tutti i settori; dal credito USA, che di nuovo risulta surriscaldato dalle politiche espansive, così come una decade fa ma con numeri addirittura abnormi, all’immobiliare cinese, che contiene la supernova delle  così dette “banche ombra”, fino alle materie prime, tanto virtuali quanto reali, fino ad arrivare alla cronica instabilità dell’area euro, in cui la prima valuta senza Stato è divenuta il pretesto per sfiancare definitivamente i popoli del Vecchio Continente.

Tutto normale?

Certamente!

A detta dei cantori prezzolati, dei pennivendoli di regime, e dei soliti mafiosi in giacca e cravatta, infondo era tutto previsto.

La novità, infatti, è che la più grave crisi economica dopo quella del ’29 viene ormai spacciata come l’apripista di una serie di grandi opportunità di sviluppo, di rinnovamento, di euforica fiducia nel prossimo futuro.

Quindi, partendo da questo nuovo dato di fatto, l’iter mediatico in questi anni ha avuto il seguente mutamento di termini:

Dall’Agosto 2007 e per tutto il 2009, la parola d’ordine era “minimizzare”: le economie emergenti ci salveranno, la globalizzazione sarà la nostra forza.

Dal 2010 al 2014: la parola d’ordine era “sacrifici” per un bene superiore; il Dio Mercato (troppo importante per fallire!).

Dal 2015 ad oggi: ecco che spuntano in sequenza prima l’ipotesi “stagnazione secolare”, che serviva per far capire che il peggio era passato ma che sarebbe stata lunga sistemare i cocci. Mentre di recente l’euforia ha preso le sembianze di una sedicente IV Rivoluzione Industriale, detta anche 4.0 che fa molto giovane.

Tagliando ogni fronzolo con l’accetta, viene fuori che il ridimensionamento drastico della classe media occidentale, il fallimento del percorso d’integrazione tra macro aree economiche globalizzate, le difficoltà strutturali dei BRIC, l’instabilità geopolitica in Medio Oriente, Africa, regione Asia/Pacifico, e gli smottamenti sociali e politici in America Latina, non sono altro che effetti collaterali, perfettamente gestibili dal sistema, di un processo che prometterà, di nuovo, grandi opportunità per chi saprà cogliere l’occasione storica di potersi muovere in un mondo “liquido”, in una realtà virtuale sempre più dominante, senza più di tanto doversi preoccupare che, tale processo, avrà la facoltà di creare divergenze e disuguaglianze sociali talmente profonde, da far apparire una fossa oceanica come una semplice pozzanghera.

Questa nuova formulazione dei precetti liberali, ormai declinati ed aggiornati ciclicamente da almeno due secoli, e che sono il vero cancro di questa nostra parabola di sviluppo planetario, dall’epoca moderna a quella attuale, non teme più critica politica o alternativa ideologica, infondo la crisi del 2007 ha insegnato a certi potentati apolidi che non esiste più nel mondo un potere politico talmente forte da gridare in faccia al Dio Mercato un perentorio: ”ADESSO BASTA!”.

Ormai si può dichiarare impunemente che avrà presto inizio l’epoca delle disuguaglianze elette a progresso, dello sfruttamento schiavistico elevato a rango di necessario “sacrificio” per le sacre parole: “produttività” e “competitività”.

La borghesia stessa, da cui i precetti liberali sono nati, verrà sacrificata sull’altare del nuovo corso.

“(…) Il bitcoin, le monete virtuali… Ibridazioni e mutazioni genetiche. L’e-commerce diventa banca, la logistica fa la finanza. Se so che cosa compri posso favorire altri tuoi acquisti. Una volta c’era il credito al consumo, oggi c’è il consumo per il credito. Sta nascendo una nuova antropologia digitale. Se conosco la tua domanda la determino. E questo meccanismo, per inciso, si estenderà, anche al voto politico”.

Professor Giulio Tremonti (da “Il Corriere della Sera” del 13/08/2017)

Tuttavia, noi ci siamo spinti anche oltre la sintesi tremontiana, che comunque ci puzza di tardivo ravvedimento, tipico di chi vuol proporre di chiudere la stalla (oggi), mentre avrebbe dovuto controllare i buoi (nel 2007) prima che scappassero.

La crisi della globalizzazione ha dimostrato la mollezza dei popoli sviluppati, la loro inclinazione a non voler agire contro chi li ha prima indebitati, per poi impoverirli. L’assenza di un vero antagonismo politico identitario e di massa in Europa occidentale, che minacci il cuore stesso del sistema vigente, e che denunci come fallimentare anche il modello politico della democrazia rappresentativa, dimostra come sarà facile per il mondialismo apolide imporre il liberismo 4.0 attraverso vie tanto istituzionali, quanto di vera e propria disintegrazione di quel che resta di specifico nei popoli euro/occidentali.

“(…) Il liberismo 4.0 in Europa prevede l’avvento di una società in cui esisteranno due distinte categorie (per non chiamarle addirittura “caste”); da un lato sezioni sociali che definiremo “alte”, composte da quel che resterà dei popoli bianchi, in una forma caricaturale e neo borghese, affiancate e corroborate da meticci ed allogeni che abbiano raggiunto il medesimo standard nella piramide sociale e produttiva. Dall’altro lato un neo proletariato composto da formule aggregative para identitarie, multi razziali e multi apartheid, e da ciò che resta delle classi medio/besse autoctone, che vedranno i loro spazi sempre più ristretti dalla presenza di queste nuove comunità allogene.

Quel che sembra profilarsi negli ultimi anni sembra essere la necessità, da parte di chi tira le fila di questi processi sociali ed economici, di accelerare i tempi di questo processo omologatorio ed etnocida, per offrire alla globalizzazione nuove prospettive di sviluppo e di legittimazione storica, in un momento di profonda crisi, a danno di un’Europa debole da un punto di vista identitario e, quindi, disarmata. Gli strumenti utilizzati vanno dall’incentivazione della così detta “migrazione economica”, che coinvolge masse provenienti dall’Africa, fino a quella che è stata la destabilizzazione degli assetti geopolitici del Medio Oriente, con la conseguente “emergenza profughi”. Il tutto ammantato e giustificato dalla teoria dell’Homo migrans, e da un umanitarismo progressista ed etnomasochista”.

C’è comunque da porsi tutta una serie di domande sul livello di stabilità globale e di tenuta sistemica nel suo complesso.

Temiamo che, anche in questo frangente, i malavitosi che nel 2007 portarono in dote al mondo la prima vera crisi strutturale dell’ultimo mezzo secolo, in modo irresponsabile e nell’inconsapevolezza della classe politica, stiano ancora una volta giocando d’azzardo. Elaborano progetti di medio/lungo termine per tutto il pianeta, senza però ammettere che non hanno la certezza che i fondamentali su cui giocano (anche il nostro futuro) siano così sicuri come affermano.

Il tono è di nuovo quello di chi ha la verità in tasca, solamente perché gli sono andate bene un paio di mani di poker.

Una volta domandammo ad un nostro amico croupier come si faceva a vincere in un casinò. La risposta fu lapidaria: “Non entrando in un casinò”.

Ricordiamoci queste parole quando, tra poco tempo, coloro che hanno la verità in tasca perderanno tutto, trascinando il mondo in un baratro più pericoloso di quello di dieci anni fa.

E siamo certi che ciò avverrà, la storia presenta sempre il conto.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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