Geopolitica, politica estera e “tifo”

Geopolitica, politica estera e “tifo”

Nel corso di questi anni, tra gli articoli presenti su questo sito e quelli redatti per la rivista di Thule-Italia, abbiamo cercato di fornire un quadro della situazione mondiale sempre più coerente con quella che è la nostra linea di pensiero, pur evitando di cadere nell’errore comune di idealizzare le diverse situazioni presenti nel panorama internazionale, applicandovi una sorta di cappello ideologico personalizzato, che altro non fa se non distorcere la realtà, rendendo fallace l’aspettativa di “informare per formare”.

Non neghiamo che anche a noi, in passato, è capitato di nutrire simpatie o vicinanze ideali verso questo o quel fenomeno geopolitico, oppure verso un determinato attore della politica extraeuropea, che forse risultava ai nostri occhi meno peggio di quel che era (ed è) offerto dalla genia di mediocri mestatori di consenso, presenti nell’ambito nazionale. Eppure tali simpatie non hanno mai raggiunto il livello “tifo”, questo perché siamo convinti che, prima di tutto, il sistema vigente a livello globale è multi-sfaccettato, quindi esso ha avuto la capacità di essersi adattato a seconda del fattore ambientale diversificato, presente nei vari continenti. Per capirci; il neoliberismo è oggi declinato in modo diverso tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, tanto nel Mondo Arabo, quanto in quello latinoamericano.

Così come il concetto di progresso ha una sua valenza in Cina, diversa da quella presente in Europa o in Africa.

Possono esserci, nella nostra visione geopolitica ed economica, dei modelli più vicini alle nostre istanze; come quello dell’Ungheria nazionalista, dominata da forze identitarie, ed ostacolata per questo dalla tecnocrazia europeista. Possono esserci nazioni extraeuropee d’interesse, come l’Iran, la cui ascesa quale contraltare all’Arabia Saudita non ci lascia indifferenti, seppur analizzando tale fenomeno con sempre le dovute cautele ed in una visione pragmatica e non idealistica della politica estera.

Infine non escludiamo personaggi che possiamo valutare positivamente per alcune caratteristiche. Il Presidente russo Putin ha delle caratteristiche che lo rendono apprezzabile, ad esempio la sua capacità di comprendere come si può riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti in Medio Oriente, alternando intraprendenza militare, con astuzie tipiche del levantinismo locale. Un buon giocatore di poker insomma, ma nulla di più, certo non il “campione” anti-sistema descritto da molti suoi “tifosi”.

Il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe desta il nostro interesse per la volontà politica di far pesare la sua nazione in modo diverso rispetto al passato. Tuttavia non ci illudiamo; Abe non riporterà mai il Giappone ai livelli di peso militare nell’area Asia/Pacifico pre 1945.

Il nostro pensiero è sempre rivolto alla necessità vitale dell’indipendenza dell’Europa, in particolare di quella occidentale, sempre più prona nei confronti del processo eterodiretto di sostituzione etnica. L’UE è de facto la tomba dell’identitarismo dei popoli che vivono entro il perimetro di questo carrozzone mal gestito, ad oriente di Vienna cominciano a sospettarlo, opponendo sempre maggiori resistenze, e ci sembra che ormai una spaccatura con la parte occidentale sia quanto meno ai suoi albori; altro che Brexit! Presumere quindi che modelli extraeuropei possano essere un esempio da seguire riteniamo sia cosa al quanto puerile, fascinazioni esterofile non salveranno l’Europa occidentale dal suo destino di campo di battaglia secondario, dominato dal caos e dalle ingerenze più diverse; tipo Siria per intenderci. Nessuno ci verrà a salvare con il suo cavallo bianco, quando la situazione comincerà a precipitare, anzi, proprio quei soggetti e quelle realtà che oggi destano entusiasmi da “rivoluzione dei popoli”, potrebbero ritenere utile partecipare al banchetto del cadavere d’Europa.

Vedere quelle che furono le grandi nazioni dell’Occidente europeo ridotte a larve, alla mercé degli eventi, incapaci di ritrovare la forza in se stesse, dato il decadimento dei loro popoli, non troverà anime pie disposte a correre in aiuto per salvarle, ma coltelli che porteranno affondi mirati e chirurgici sul Vecchio Continente al momento giusto.

Inutile quindi “tifare” oggi dall’esterno per i vari attori che si contendono la Siria o la Libia o l’Asia centrale. Inutile immaginare strampalate alleanze anti-liberiste che raggruppino elementi tanto eterogenei quanto incompatibili; ve li immaginate russi e cinesi che intervengono direttamente per puntellare il traballante trono del Presidente Maduro in Venezuela?

O pensate veramente il Presidente siriano Assad sia così indispensabile per Teheran, da non poter esser sacrificato sull’altare della Realpolitik mediorientale?

Abbiamo cercato, con questa breve riflessione, di far capire quanto non sia mutato il nostro punto di vista in questi anni in fatto di politica estera. Nemmeno quando, in tempi molto recenti, suonava la grancassa del populismo borghese in Europa occidentale, abbiamo pensato di abbandonare una linea di critica ragionata, che secondo noi è più utile di molta retorica anti-sistema, che tratta certi tempi un po’ “alla carta”, un po’ con troppo idealismo, in particolare quando si tratta di ciò che sta fuori dal nostro giardino di casa.

Dobbiamo imparare a muoverci e far politica nel mondo reale, sia all’interno della nostra nazione sia all’esterno, a pensare concretamente che siamo nel XXI secolo, e che il sistema non ha un solo volto. Evitando di inseguire scenari che gratificano la fantasia, ma che ci impediscono di elaborare non una proposta anti-sistema, bensì un progetto di sopravvivenza.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

 

 

 

 

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