I monumenti (non) fanno l’identità

I monumenti (non) fanno l’identità

Che cos’è l’Italia?

Una, nessuna, centomila, se volessimo parafrasare un famoso romanzo del secolo scorso. In quanto non esiste, né all’interno della nostra nazione, né tantomeno all’estero, in Europa o nel resto del pianeta, una visione univoca di questa penisola, dalla grande storia, ma dal mediocre presente. Dovrebbe essere ormai cosa assodata la non coerenza di un’Italia vista “dal suo interno” e un’Italia vista “da fuori”. Così come il peso e la considerazione che noi italiani (???) abbiamo di ciò che siamo, e di quello che in realtà rappresentiamo nel XXI secolo.

Recenti fatti, tanto di cronaca interna, quanto di politica estera, dovrebbero far capire a chi parla di “Italia” solamente in termini superficiali, mediaticamente e comunemente diffusi, tutta la fallacità della sua visione.

Il 2 agosto 1847 Metternich, Cancelliere di Stato dell’Impero d’Austria, scrisse, in una nota inviata al Conte Dietrichstein, membro del corpo diplomatico asburgico, la famosa e controversa frase “L’Italia è un’espressione geografica”, anche se la frase esatta fu: “La parola Italia è un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle”.

Dobbiamo ammettere, con una certa amarezza, che poco è mutato nei quasi due secoli che abbiamo alle nostre spalle; l’Italia resta un soggetto poco incisivo nella politica mondiale contemporanea, relegato nella seconda fascia delle decisioni importanti in Europa. Anche se qui ci si vanta ancora di essere (ospiti) nel novero delle potenze economiche, la voce dell’Italia è flebile, spesso fatta oggetto di scherno e di tiri mancini da parte dei nostri sedicenti “alleati”.

“Viviamo nel paese più bello del Mondo”. Frase fatta che ci ripetiamo come un mantra consolatorio. Perché il nostro stile di vita, grossolanamente raffazzonato in una serie di luoghi comuni, è invidiato da altri popoli meno “felici” (o furbi) del nostro. Siamo mediterranei quando dobbiamo auto assolverci dalle nostre deprecabili lacune, siamo europei quando vorremmo esser presi sul serio nell’assise internazionale.

Questa schizofrenia rende l’Italia tanto fragile quanto ininfluente. Fragile, perché incapace di affrontare e risolvere i problemi radicati in questa sommatoria di bipedi che ancora ci ostiniamo a chiamare “popolo”. Ininfluente perché le fragilità che non affrontiamo sono l’arma prediletta dai nostri sedicenti “alleati” per metterci a cuccia ogni volta che si presenta la necessità di avere uno spazio geografico docile, da poter trattare come il figlio della serva.

Siamo onesti, almeno con noi stessi, l’individualismo atomizzante è il tratto distintivo dell’italiano post moderno, e comunque di tutta quella poltiglia umana che definiamo “Europa occidentale”, ne è permeato fin da piccolo l’italiano di ogni estrazione sociale, è insito nella (sub) cultura di massa che ci propinano da decenni, è negli stili di vita e di educazione. Se vogliamo veramente trovare una scialuppa di salvataggio,  contro il caos che sta per abbattersi su questa nostra “espressione geografica”, alla fine dovremo seriamente cominciare a contarci per contare e discriminare per sopravvivere; eticamente, culturalmente e spiritualmente. Le comunità allogene l’hanno compreso fin troppo bene, ed agiscono di conseguenza, sfruttando le crepe di un Basso Impero, maturo per collassare.

Eppure siamo qui, in balia degli eventi, a disquisire su dei non sensi, mentre la storia sta preparando il conto salato da farci pagare.

Mai come in questa Estate da insolazione delle coscienze abbiamo sentito le grancasse del sistema parlare di Fascismo; dallo stabilimento balneare desideroso di notorietà, alla disputa sui monumenti e le opere che Mussolini fece erigere in Italia, nel tentativo di creare, de facto, un’identità ideale che partisse dalla Roma antica, fino al controverso Risorgimento, per giungere al Fascismo quale sbocco naturale, identitario ed unitario. Grande illusione quella di Benito Mussolini, che puntualmente collassò nel momento in cui l’Italia, e gli italiani, dovettero far fronte ad una sfida in cui dalla retorica si era passati ad una realtà fatta di sacrifici veri, di cannoni tonanti, e di bombardieri Alleati sulle nostre città.

Quei pochi che allora avevano creduto alla sintesi mussoliniana furono dei veri eroi, ma erano una minoranza esigua, purtroppo non rappresentativa del popolo intero. Così come minoranza furono gli antifascisti veri, che proprio in ragione di tale loro condizione minoritaria, compresero furbescamente quanto fosse poco importante abbattere i monumenti e le opere infrastrutturali del regime fascista. Infondo già c’erano e potevano avere una loro utilità ed un loro pregio, perché quindi scomodarsi in una superflua opera iconoclasta, così poco in sintonia con il carattere lassista di gran parte della nazione. Infondo, tali opere, non avevano potuto adempiere alla loro missione di amalgama identitaria, visto che la maggior parte degli italiani attese che la tempesta finisse senza prendere posizione, andavano quindi bene così com’erano, bastava giusto togliere qualche fascio di troppo.

Su questo tema, arrivato quasi per caso alla ribalta delle cronache, abbiamo visto molti aizzare la loro voce contro il Presidente della Camera Boldrini che, forse per mantenere alta l’attenzione sulla sua inutilità esistenziale, vorrebbe abbattere quelle opere “fasciste” che nemmeno il CLN volle toccare.

Che lo faccia!

Sarebbe la prima volta che la Repubblica nata dalla resistenza andrebbe a compiere un atto realmente rivoluzionario, capace di far comprendere (FINALMENTE!) che identità vuol dare al popolo italiano. Infondo non è mai troppo tardi.

Tranquilli però, non vedremo le ruspe spianare l’EUR, non vedremo quell’azione di sistematica cancellazione materiale che, invece, fu portata avanti nella Germania sottomessa ai vincitori a ridosso della sua sconfitta. Tranquilli, il turismo è una risorsa importante per questa italietta senza spina dorsale, ed un pochino di (remunerativa) nostalgia non ha mai disturbato nessuno  da queste parti. Siamo il popolo del “volemose bbbene”, e se in Austria non c’è una Braunau in versione Predappio, è perché i crucchi sono sempre stati dei fessacchiotti.

Qui in Italia i monumenti non fanno identità, sono per il 90% di questo nostro popolo un fattore puramente estetico, di folklore, o prettamente turistico.

Secondo voi, un ragazzo italiano nato nell’anno 2000, che richiamo identitario può avere da un mucchio di pietre vecchie, il cui nome è stato costretto ad imparare a scuola (se va bene) tipo ventriloquo?

L’identitarismo nel XXI secolo è stato ridotto ad un pacchetto/applicazione da smartphone; veloce, superficiale, destinato ad essere sostituito da sempre nuovi aggiornamenti.

L’eternità non è contemplata, la sostanza è troppo difficile da veicolare per social network.

E se un mucchio di pietre è solamente vecchiume, e nulla più, allora anche la loro scomparsa sarebbe vissuta dai più con lo stesso patos da rane bollite, che contraddistingue l’italiano al passo con questi tempi, dominati dalla mentalità Ikea.

 

Gabriele Gruppo

 

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