Cosa colpire e cosa proporre (prima parte)

Cosa colpire e cosa proporre (prima parte)

Nella nostra visione ideologica la politica rappresenta, di fatto, l’essenza etimologica da cui deriva tale parola; una vera e propria arte.

L’arte del “fare politica” è qualche cosa che prevede una giusta dose di capacità innate, di esperienze tecniche acquisite, di predisposizione e di raziocinio, di slancio ideale e di concreto pragmatismo. Tutto ciò volto ad un fine che sia nel contempo; capacità di aggredire in modo rivoluzionario ciò che rappresenta l’insieme di cardini dello status quo, per poi imporre un processo costruttivo altrettanto radicale, che dia vita ad un’alternativa credibile e solida, capace di soppiantare ciò che si vorrebbe abbattere.

Non è facile aderire a questa linea di pensiero, in particolare nell’epoca di politica “fluida” e di “pensiero debole” in cui operiamo, dove chi è portatore di un “fare politica” diametralmente opposto a questi due fenomeni, quindi non conciliabile con la praxis vigente, risulta attualmente come una sorta di leone che ruggisce nel deserto della post modernità, un luogo in cui tutto si omogeneizza, entro canoni che non prevedono la messa in discussione delle fondamenta su cui poggiano quegli agglomerati sociali definiti ancora “Stati”, sempre meno padroni del proprio destino ma sempre più funzionali ad entità di potere economico sovranazionali ed autoreferenziali.

Nel precedente articolo, abbiamo descritto per sommi capi quella che secondo noi non è, e non sarà mai, una risposta adeguata all’attuale crisi strutturale in cui versa l’Europa occidentale.

Il presente articolo, invece, ne rappresenta una continuità ideale ma costruttiva e propositiva, sempre comunque nel solco preciso di non imporre lezioni a nessuno, ma di voler stimolare delle riflessioni politiche superiori, rispetto allo squallore imperante nell’ambito tanto italiano, quanto euro/occidentale.

Il punto di partenza è “cosa colpire”. In quanto soltanto disponendo di una lista di obbiettivi realmente importanti, quelli fondamentali per il sistema/modello nemico, si può elaborare una proposta in cui ogni capitolo avrà una degna rilevanza nella pars construens.

L’esigenza di ampliare consenso, non deve essere caratterizzata dalla semplicistica riduzione del proprio bagaglio politico a mere lotte superficiali, in cui prevale il solo aspetto demagogico, privo però di spessore nei contenuti e di valore nel grado di fattibilità.

La chiarezza di un pensiero rivoluzionario, capace di raggiungere il popolo, non sta a significare la riduzione del “fare politica” all’elaborazione di soli slogan. Si può rendere comprensibile un pensiero complesso, senza degradarlo. Basta possedere il dono della sintesi politica, e non quella dell’imbonitore da televendita. E’ difficile, ma non impossibile, i risultati non saranno immediati, ma saranno più solidi nel medio/lungo termine.

Il sistema vigente nell’Europa occidentale preferisce quindi degli antagonisti che lo inseguano sul suo terreno, che si limitino ad una contestazione essenziale, minimalista, seppur in diverse occasioni anche appariscente da un punto di vista coreografico; rammentate ad esempio gli ormai estinti No Global?

Di quel sedicente e variopinto “popolo” non esiste più alcuna traccia.

Oppure crea ad hoc sedicenti opposizioni a se stesso, che andranno a rivestire il ruolo di essere delle funzionali valvole di sfogo in ambito prettamente elettorale, che andranno ad estinguersi in un secondo momento, non appena le acque si siano per così dire calmate.

Il sistema detiene ottimi metodi di autoconservazione; dissemina di trappole il suo territorio, e crea falsi bersagli, per poter distogliere l’attenzione dalle questioni realmente incisive per la sua continuità e per la sua legittimazione. Lì bisogna colpire, lì bisogna costruire l’alternativa.

Chi nutre la volontà di combattere realmente il sistema vigente in Europa occidentale, e di sostituirlo con un’alternativa credibile, deve saper colpire i punti giusti, gangli vitali connessi ed interdipendenti.

Abbiamo provato a capire quali potessero essere alcuni di questi gangli, in quello che è il contesto in cui viviamo ed operiamo, e cercheremo di offrirne un prospetto sintetico, ed una prima serie di suggerimenti su cosa puntare per costruire.

La IV Rivoluzione Industriale rappresenta il primo cardine. Abbiamo già descritto la natura di questa tematica in un precedente scritto (VEDI), tornandoci poi in diverse occasioni successive, per questo motivo utilizzeremo il contenuto di uno stralcio da esso, per introdurlo.

 “(…) Nell’arco di una quindicina d’anni, tra la fine del XX secolo ed oggi, gli eccessi della globalizzazione hanno mandato in frantumi molte certezze, facendo naufragare con esse anche buona parte di quelle favolistiche prospettive di benessere illimitato e diffuso, che dovevano coinvolgere ampie porzioni del pianeta. Per questo motivo il sistema cerca di arginare le falle, ed evitare bruschi e violenti ritorni alla realtà da parte di milioni di persone, prefigurando da un lato il “naturale” declino di un certo tipo di società borghesecentrica, che fino a poco prima doveva in teoria, essere il fine di ogni processo di sviluppo delle nazioni, mentre dall’altro propone quale antitesi a tale declino una riorganizzazione sociale generalizzata, quindi globalizzata, il cui perno sarebbe l’economia 4.0; ovvero un’economia trainata dalla robotica, dalla digitalizzazione, ed improntata ad un utilitarismo ancora più sfrenato. In cui la sostituzione dell’uomo, nei processi produttivi viene descritta, dalle solite vestali neoliberiste, come una sorta di “vangelo della liberazione” dell’uomo stesso.

Soltanto nei primi cinque anni da qui al 2020, ad esempio, questa “liberazione” ci costerà 5 milioni di posti di lavoro, sia tra tutte le nazioni avanzate che in quelle a forte propensione manifatturiera. E trattasi di stime prudenziali (fonte: World Economic Forum, “Future Jobs”). Posti di lavoro che saranno sostituiti da una sorta di caporalato tecnologico, in cui soggetti sempre più specializzati (2 milioni secondo “Future Jobs”) dovranno accontentarsi di modelli contrattuali in cui il precariato stabile sarà la pietra angolare, così come i bassi salari; ciò in ragione di un ridotto numero di posti, rispetto ad una platea di lavoratori decisamente vasta e scarsamente formata su quei principi che animarono le lotte operaie di un secolo fa, ma che restano e saranno estremamente (e drammaticamente) attuali.

Per tale motivo la stagnazione secolare, ed i suoi effetti dirompenti sulla vecchia società borghesecentrica, non sono descritti mai come un fattore eccessivamente negativo da chi muove le fila del sistema, anzi, molto spesso se ne parla quasi a cuor leggero, come di una fase transitoria, cui però seguirà una nuova fase di sviluppo.

Il fine ultimo è quello di far accettare nuove forme di schiavitù, descrivendole con i tratti futuristici e fantascientifici del progresso tecnologico. Argomenti che fanno ormai purtroppo molta presa su masse (occidentali in primis) orbate da qualsiasi principio superiore che vada oltre il consumismo.

La triste prospettiva che attende non tanto noi, uomini della stagnazione secolare, quanto i nostri figli, è quella di dover mendicare continuamente ai bordi della tavola su cui il neo liberismo farà ingrassare quei pochi eletti che avranno il potere di “spegnere” o “accendere” comparti economico/produttivi, muovere capitali virtuali ed investimenti, e che decideranno il prezzo di tutto; anche della vita umana ed il suo grado di dignità”.

Su questo punto di carattere economico s’innestano tutta una serie di appendici sociali e di riorganizzazione delle competenze interne agli apparati produttivi, la cui rilevanza ci sembra fondamentale per un’azione di critica a quelle che sono le prospettive che il sistema/modello vigente prepara per il futuro prossimo.

Ma andiamo con ordine, e facciamo un passo in dietro.

La crisi economica partita dieci anni fa ha destrutturato il vecchio status quo sociale, venendo meno la centralità della classe media sono stati modificati i parametri di riferimento per i processi di sviluppo.

Le principali nazioni dell’Europa occidentale si sono abituate a tassi di disoccupazione elevati; in Italia si arriva quasi al 12% di disoccupazione, in Francia e Portogallo si sfiora il 10%, la Spagna è al 18%. Germania e Gran Bretagna sembrano per contro “isole felici”, con i loro livelli di disoccupazione che potremmo definire fisiologici; rispettivamente al 3,9% la prima e al 4,7% la seconda. Tuttavia ci sarebbe molto da dissertare sul come questi livelli bassi di disoccupazione siano stati raggiunti e come vengano mantenuti, attraverso una flessibilità estrema ed un altrettanto estrema precarizzazione delle condizioni di lavoro, non per nulla questi due Stati sono diventati l’esempio da seguire per i neo-liberisti europei, quali modelli virtuosi per le politiche occupazionali. In oltre non si cita quasi mai il livello di “inattivi”, sempre molto alto in quelle realtà dove si supera il 10% di disoccupati, ovvero quei soggetti che non cercano lavoro, e che quindi statisticamente non rientrano nel dato di disoccupazione, tanto presso i singoli Stati, quanto nel dato statistico aggregato del blocco geografico che abbiamo come riferimento, quello euro/occidentale.

In questo quadro, tra alti tassi di disoccupazione e precarietà presa a modello, si dovrebbe inserire nel prossimo quinquennio la IV Rivoluzione Industriale, con la sua dote di disoccupazione aggiuntiva, dovuta alle conseguenti ristrutturazioni aziendali e alla scomparsa di numerose figure tecniche intermedie che, giocoforza, saranno sostituite dalla robotica e dall’informatizzazione dei sistemi produttivi.

La propaganda ufficiale descrive la così detta Rivoluzione 4.0 come una fonte di opportunità per un futuro non meglio specificato, minimizzandone le ricadute sociali nel medio/termine. Ricadute che, a nostro avviso, andranno bel oltre le stime prudenziali del documento “Future Jobs”, redatto qualche mese fa dal World Economic Forum (VEDI), e temiamo che proprio l’Europa occidentale pagherà un tributo molto elevato, sia per la natura della propria articolazione produttiva, sia per la criticità sociale e demografica presente nei suoi Stati.

Ma se il quadro è questo, e certo esso non sfugge a chi tira le fila del sistema, perché s’innesta l’ulteriore instabilità portata dal processo di sostituzione etnica?

Se la prospettiva è quella di un progressivo aggravarsi del panorama occupazionale dell’Europa occidentale, sembra a prima vista assurdo che si voglia ulteriormente destabilizzarne le fondamenta, attraverso l’immissione di milioni di allogeni, che andranno ad ingrossare non certo le fila (ristrette) della manodopera altamente qualificata necessaria allo sviluppo della Rivoluzione 4.0, bensì faranno crescere esponenzialmente la quota di lavoratori non specializzati, quota già saturata nei singoli Stati sia dagli elementi autoctoni, sia da quelli di più vecchia migrazione.

A guardarla nel suo complesso sembra una vera e propria volontà suicida, più che un processo di sviluppo. Nel giro di nemmeno un decennio avremo in Europa occidentale un mix esplosivo composto da un’instabilità sociale diffusa, retaggio della crisi 2007/2008, un aumento dei livelli di disoccupazione causati dal nuovo corso tecnologico 4.0, ed infine, cosa per altro assurda, l’immissione nei territori di migranti destinati al parassitismo, che si coaguleranno in comunità prive di controllo, e portatori non certo di valori aggiuntivi di sviluppo, ma di criticità cultuali, sociali ed economiche.

Secondo noi nulla è stato lasciato “al caso”, ed è qui che serve una critica politica antagonista capace di portare alla ribalta un progetto che, per quanto rechi dei pericoli per la tenuta stessa del sistema vigente, viene portato avanti con lucidità e determinazione dal sistema stesso, i cui nocchieri si ritengono perfettamente in grado di governarne gli effetti.

Torniamo a citare un passaggio di un nostro precedente articolo sulla questione (VEDI).

“(…) Il liberismo 4.0 in Europa prevede l’avvento di una società in cui esisteranno due distinte categorie (per non chiamarle addirittura “caste”); da un lato sezioni sociali che definiremo “alte”, composte da quel che resterà dei popoli bianchi, in una forma caricaturale e neo borghese, affiancate e corroborate da meticci ed allogeni che abbiano raggiunto il medesimo standard nella piramide sociale e produttiva. Dall’altro lato un neo proletariato composto da formule aggregative para identitarie, multi razziali e multi apartheid, e da ciò che resta delle classi medio/besse autoctone, che vedranno i loro spazi sempre più ristretti dalla presenza di queste nuove comunità allogene.

Quel che sembra profilarsi negli ultimi anni sembra essere la necessità, da parte di chi tira le fila di questi processi sociali ed economici, di accelerare i tempi di questo processo omologatorio ed etnocida, per offrire alla globalizzazione nuove prospettive di sviluppo e di legittimazione storica, in un momento di profonda crisi, a danno di un’Europa debole da un punto di vista identitario e, quindi, disarmata. Gli strumenti utilizzati vanno dall’incentivazione della così detta “migrazione economica”, che coinvolge masse provenienti dall’Africa, fino a quella che è stata la destabilizzazione degli assetti geopolitici del Medio Oriente, con la conseguente “emergenza profughi”. Il tutto ammantato e giustificato dalla teoria dell’Homo migrans, e da un umanitarismo progressista ed etnomasochista”.

Siamo di fronte ad un progetto non diviso in compartimenti stagni, dove tutto è comunicante; regressione sociale, innesto di comunità allogene, ristrutturazione dei modelli di produzione e di consumo nell’Europa occidentale.

Attenzione, qui non stiamo dissertando su presunti “complotti”, o su strane sinarchie occulte, tutto sta avvenendo alla luce del sole, esposto nei suoi caratteri più superficiali da una propaganda palese, che mira a condizionare i popoli autoctoni dell’Europa occidentale sull’ineluttabilità di questa mutazione sostanziale, organica, tanto culturale e biologica, quanto economica e sociale.

Tuttavia la sicurezza delle élite che governano il sistema ci sembra eccessiva.

 

(segue)

Share

Lascia un Commento