Il consenso elettorale: un mito incapacitante

Il consenso elettorale: un mito incapacitante

Quest’articolo è una sintesi politica personale, frutto di osservazioni e riflessioni che abbracciano l’arco degli ultimi due anni, le cui considerazioni, nelle nostre intenzioni, dovrebbero servire a far comprendere in modo completo ed organico, ciò che riteniamo essere fondamentale per distinguere tra ciò che è per noi pura illusione superficiale, e ciò che potrebbe essere il fondamento di una visione rivoluzionaria propositiva nell’Italia contemporanea, inquadrata nel suo contesto indiscutibile; l’Europa occidentale.

Non abbiamo mai preteso di avere la “verità in tasca”, e nemmeno ci arroghiamo il diritto di dire ad altri ciò che devo o non devono fare. Ognuno, nell’ambito in cui agisce, o nello spazio politico in cui milita, è giudice di quel che compie, ed utilizza gli strumenti che meglio si adattano ai propri obiettivi e traguardi.

Tuttavia, vorremmo offrire la nostra visione, senza pretese o velleità, di modo che ci si possa porre una domanda essenziale: “Stiamo andando nella giusta direzione?”.

Orbene, partiamo analizzando senza dubbio quella che riteniamo essere una pura e semplice fascinazione estemporanea; quel populismo borghese, spacciato quale reazione identitaria alla globalizzazione, o a ciò che i popoli dell’Europa occidentale hanno avvertito quale entità minacciosa ed omologante nelle Istituzioni dell’Unione Europea, cui è stata contrapposta una maldestra proposta politica, mirante al ripristino di paletti che avrebbero dovuto porre un nuovo limes tra il concetto rinnovato di sovranità nazionale, e la cessione di parte della stessa in ragione del processo d’integrazione europea.

Tutto parte con gli effetti socio/economici a catena derivati dalla grande crisi d’inizio secolo, dalle ripercussioni che molto hanno pesato in termini materiali sia sulla prosperità consolidata del ceto medio euro-occidentale, la cui solidità s’è rivelata effimera, sia sulle prospettive nel medio/lungo termine di questa classe sociale, molto ampia e decisamente stratificata, divenuta nei fatti l’anello debole della globalizzazione.

La disaffezione verso il processo d’integrazione europea è andato di pari passo con l’escalation delle misure che, proprio in sede comunitaria, furono prese fin dal 2011 per arginare la crisi sistemica dell’economia mondiale.

Il solco prodotto nel Vecchio Continente tra i così detti “perdenti della globalizzazione” e la classe dirigente politico/tecnocratico UE a guida tedesca, che tiene in scacco i Governi di gran parte delle nazioni europee, ha così prodotto fenomeni di rigetto, più che di vero e proprio identitarismo, fenomeni che hanno come leitmotiv la proposta di un ritorno ad un “passato” di sovranità, e di ripristino dell’importanza del ceto medio nelle scelte delle singole nazioni. Quale corollario, tutta una serie di temi ad alto impatto emotivo, derivati dagli effetti delle migrazioni ultime, dalla paura del terrorismo islamista e dall’insicurezza in generale, mixati attraverso l’utilizzo di una demagogia che tende a solleticare la pancia di un certo tipo di elettorato, ma a far poco ragionare cum grano salis sull’interdipendenza ed interconnessione di tutti i fenomeni di criticità contemporanea.

“Muri contro ponti”, “paura del nuovo e del diverso contro accoglienza e tolleranza”, “istanze conservatrici contro principi liberali e libertari”; in buona sostanza il dibattito politico in Europa occidentale s’è incentrato sui modi per fermare una sedicente ondata di reazione agli aspetti meno graditi della globalizzazione. Noi, da questo sito e nelle occasioni che abbiamo avuto di poterne parlare in pubblico, abbiamo sempre cercato di far comprendere quanto artificiale ci fosse in questa contrapposizione, e quanto essa non fosse altro che un’allucinazione mediatica, sicuramente finalizzata per disinnescare il rischio, per il sistema vigente, di veder proposte sintesi politiche realmente identitarie, capaci di andare alla radice del problema: ovvero la necessità di rigettare tutto il processo di sviluppo dei settant’anni alle nostre spalle, denunciandone gli effetti nefasti che hanno avuto sulle comunità di popolo e sulle nazioni dell’Europa occidentale.

L’effetto allucinazione è stato più che confermato nell’ultimo anno, da una sorta di “tifo” pro o contro il populismo, che ha caratterizzato diverse tornate elettorali proprio in Europa occidentale. Partito da un iniziale favore della sorte, il populismo borghese sembrava destinato a grandi successi nell’immediato. Così non è stato.

Il primo importante banco di prova elettorale, il referendum britannico che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’UE, ha visto sperticarsi il “tifo” di chi, a ragione o torto, vedeva in esso il preludio per una plateale vittoria del sovranismo. Ragionando a mente fredda, dopo quasi un anno dalla vittoria della così detta Brexit, possiamo ben affermare che quel voto tutto è stato fuorché rivoluzionario.

Nigel Farage non è mai stato un novello Oswald Mosley, e l’UK Independence Party di Farage, dopo la vittoria referendaria, ha perso la sua stessa ragion d’essere, lasciando spazio ad un’imminente schiacciante vittoria del Partito Conservatore britannico nelle elezioni politiche di quest’anno. Vittoria che confermerà in modo ancora più istituzionale l’allontanamento del Regno Unito dall’Europa, ed una sua totale adesione a quello spazio nord-atlantico formato da Stati Uniti e Canada, che dovrebbe tutelare le prerogative del liberismo di stampo anglosassone in questa fase del secolo profondamente instabile. La Brexit, in sintesi, non è stata una vittoria dell’identitarismo, quanto l’affermarsi di un carattere ancor più liberista e pro-globalizzazione già insito nella city londinese, che utilizza la Gran Bretagna come una sorta di piattaforma logistica. Queste nostre affermazioni non sono né il frutto di dietrologie, né di complottismi, basta leggere bene il discorso che il Primo Ministro britannico Theresa May, del 17 Gennaio di quest’anno (VEDI), ha tenuto presso la Camera dei Comuni per comprendere le vere finalità della Brexit, volute fortemente dall’establishment. Altro che identitarismo!

Ma andiamo oltre.

L’allucinazione, così come noi la definiamo, di un’ondata inarrestabile del populismo ha avuto due scampoli poco determinanti di ritorno alla realtà in Austria poi in Olanda, prima dell’ultima battuta d’arresto (forse quella definitiva) con le elezioni presidenziali in Francia.

Su quello che sarebbe stato il loro risultato fummo sinteticamente molto chiari già a ridosso del primo turno, così come si sono rivelate fondate tutte le nostre perplessità sul “fenomeno” Front National, non certo recenti e nemmeno superficiali.

Anche in questo caso, vedendo un certo tipo di “tifo”, sembrava che a correre per l’Eliseo ci fosse Leon Degrelle, e non l’esponente di un partito borghese, moderatamente nazionalista, vagamente propenso ad un sovranismo economico, e caratterizzato da un approccio ondivago su quella che doveva essere la nuova veste della Francia nell’ambito del processo d’integrazione europea.

Il risultato finale, che ha visto per il Front National sfumare lo scranno presidenziale con un notevole divario di voti rispetto al candidato organico al sistema, l’edipico pupazzetto Emmanuel Macron, conferma una prassi già vista altre volte in passato, dove per arginare il pericolo FN si coagulavano gli elettori di tutto il così detto “arco democratico”, che in pratica hanno consegnato la Francia a ciò che può esser considerato il meno peggio, rispetto a chi, seppur con molta approssimazione, viene considerato alieno ai principi su cui si fonda la Republique.

Quel che lascia sgomenti, secondo noi, ma ciò che offre la misura e la caratura interna alla dirigenza del Front National, è stata la reazione alla sconfitta.

L’ormai ex candidata all’Eliseo, la miciona Marine Le Pen, invece di comprendere i limiti del populismo, ha preferito prendersela con il nome del partito e con il suo simbolo. A quanto pare le ultime due frattaglie politiche dell’eredità paterna non le vanno più a genio, ed ha in animo un cambio di immagine, che possa giovare alla presentabilità del partito presso un elettorato più moderato, quindi ancora più borghese.

Consigliamo alla miciona, se vuol scegliere qualche cosa di più accattivante per il suo progetto di marketing politico, di evitare un nome tipo Alliance National. In Italia ha portato molta sfiga a qualcuno.

Non meno sintomatico di una pochezza nella dirigenza del Front è stato l’atteggiamento della (de facto) numero due del partito; la micetta Marion Le Pen, nipote della miciona, che ad urne ancora calde e sconfitta confermata ha annunciato il suo “addio” alla politica attiva, abbandonando a tempo di record l’accampamento della Zia. Una faida interna al clan Le Pen che rende il populismo francese una farsa, e ci asteniamo da ulteriori commenti.

Tutta qui questa marea che doveva travolgere il sistema?

Tutto qui il “risveglio” dei popoli europei contro l’establishment tanto interno agli Stati, quanto interno ai centri di potere dell’Unione?

Evidentemente sì, e nulla, ma proprio nulla, ci fa sperare che ci sia qualche cosa che possa far mutare la rotta ad un fenomeno che, invece di assestare spallate mortali al sistema imperante in Europa occidentale, ne ha rafforzato istanze e legittimazione. Nulla si scorge all’orizzonte, nemmeno in Germania, dove anche Alternative für Deutschland sembra esser ormai in fase di stallo, e men che meno in Italia, in cui l’allucinazione è una farsa all’ordine del giorno.

Dal nostro punto di vista, la debolezza del populismo contro il sistema vigente sta nella sua incapacità di comprendere che esso non permetterà mai il prevalere di istanze che violino i suoi fondamenti esistenziali. Cercare di scardinare il sistema tentando una scalata ai suoi vertici risulta impresa impossibile, velleitaria, ed anche qualora un movimento populista per miracolo riuscisse a conquistare la maggioranza relativa in un qualsiasi parlamento dell’Europa occidentale, esso non potrà mai modificare in modo radicale la costituzione in vigore in quello Stato.

La lezione degli anni ’30 è servita alla democrazia liberale per raffinare i suoi strumenti di autodifesa. Spazi di manovra come quelli che riuscirono ad ottenere le rivoluzioni nazionali, in Italia ma soprattutto in Germania, durante quegli anni, sono oggi impensabili; troppo rigide le carte costituzionali, troppo complicate le modalità di una loro revisione dei principi fondativi (VEDI).

La capacità poi del sistema di coagulare forze anche eterogenee, ma che pur sempre si riconoscono in una certa visione del mondo, e di mobilitare l’elettorato contro un ipotetico “pericolo” per la democrazia, è una realtà confermata dai fatti.

Per questo motivo riteniamo che la ricerca di un consenso elettorale sia un mito incapacitante per coloro che recano istanze veramente identitarie, in quanto il rischio è quello di finire per diventare uno strumento inconsapevole di legittimazione del sistema, soprattutto in una fase storica come questa, in cui le criticità prodotte dai suoi stessi principi si fanno più stridenti.

Pur nella consapevolezza di questo dato di fatto incontrovertibile però, è proprio da qui che intendiamo partire, e presto cercheremo di offrire una proposta a chi vorrà ascoltarla.

 

Gabriele Gruppo

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