Il nostro I Maggio, il nostro lavoro

Il nostro I Maggio, il nostro lavoro

Nell’ultima settimana, quella che sostanzialmente ha visto l’avvicendamento tra la (pseudo) festa della (pseudo) liberazione ed il I Maggio, abbiamo avvertito molta tensione ideale, molto entusiasmo di testimonianza, presso tante realtà identitarie sia da noi frequentate e con le quali collaboriamo, sia quelle solamente osservate nelle loro attività attraverso i canali comunicativi e d’informazione.

Gran parte dell’Italia è stata percorsa da tutta una serie d’iniziative che, con sempre maggior forza e con numeri sempre più significativi, pongono in discussione le verità preconfezionate dal sistema, propinate entro i ranghi di quella “storia” che, a detta dei nostri detrattori, noi, beceri estremisti di “destra” (perdonate quest’aggettivo impreciso ma comunemente utilizzato), dovremmo meglio conoscere e studiare, per poter così esser folgorati sulla via del pensiero debole e del politicamente corretto.

Già, ma a cosa serve “studiare” la storia che il sistema propone, se essa, nei tanti decenni alle nostre spalle, non ha saputo avere una continuità ideale tale, da essere diffusa in modo capillare presso tutto il corpo della popolazione che vive in Italia?

Qual è l’eredità concreta dei valori (???) e dei principi (???), che ci consegna la repubblica nata dalla resistenza?

Se in svariati decenni di penetrazione culturale totale e parzialmente indiscussa, di storia ufficiale impartita nelle scuole di ogni ordine e grado, il tutto costituzionalmente affermato nella sua sacralità laica, il risultato è ormai la totale apatia del popolo verso le celebrazioni ufficiali, direi che è una ben misera eredità quella lasciata dalla resistenza.

Per questo fa paura la mobilitazione che, nelle più svariate forme e numeri, s’è concretizzata nelle commemorazioni per i caduti della RSI, o per gli italiani infoibati a Basovizza, o per Sergio Ramelli.

Perché in queste iniziative non c’è una retorica vacua, ormai consunta dalla misera realtà dei suoi risultati concreti.

Perché l’italietta figlia della resistenza è ormai un’entità senza più sovranità politica, declinante a livello strutturale ed economico, resa sterile dall’edonismo e dal consumismo, più forti di ogni (pseudo) verità storica, recitata come una giaculatoria ma priva di vera sostanza.

I valori e i principi che hanno legittimato dei vigliacchi ad uccidere Sergio Ramelli, o a bruciare i fratelli Mattei, sono ormai sbiaditi.

Per questo le celebrazioni in memoria di questi martiri fanno paura e fanno gridare le Istituzioni repubblicane allo “scandalo”.

Le menzogne sulla vera natura della resistenza sono nude. Per questo parlare di foibe o vedere centinaia di persone al Campo X sono cose che fanno paura al sistema.  

Perché i farisei del sistema hanno paura tanto dei numeri, quanto della forza ideale che muove questi numeri, dell’età anagrafica di questi numeri, che non coincide più con l’immagine del “nostalgico” attempato, del turista di Predappio, o di una certa “area” minoritaria ed inconcludente che gravitava più o meno consapevolmente intorno al Movimento Sociale, e a quel che esso rappresentava.

L’Italia vede oggi il consolidarsi di realtà dinamiche, comunità militanti, gruppi nuovi, lontani dai giochi di potere, ma molto vicini ai territori in cui operano, portatori di lotte che toccano sia l’affermarsi della verità storica, che della realtà in cui versa la nostra nazione. E tutto questo, dopo tanti anni di delusioni ed insuccessi, non può che essere salutato con gioia e con speranza nel futuro prossimo.

Oggi è il I Maggio, una ricorrenza che per ogni patriota identitario deve rappresentare un punto di riflessione su quel che deve essere il proprio lavoro, il proprio ruolo in questo secolo di grandi battaglie contro i nemici di sempre.

Il lavoro svolto da persone di fede che in Italia vede oggi tanto entusiasmo, tanta forza, e tanta giovinezza, secondo noi rappresenta l’occasione per andare oltre in modo definitivo a dei retaggi che ci portiamo dietro come miti incapacitanti: l’attesa di un nuovo Duce, o comunque di un uomo della Provvidenza, il settarismo inconcludente, l’esterofilia estemporanea, l’ansia da risultato immediato e la superficialità nella formazione del militante. Basta rinnovare in ogni momento lo spirito con cui tante realtà hanno manifestato in questi giorni importanti la loro capacità di essere presenti in modo serio, non prestando il fianco a polemiche strumentali, o in modo asservito ad una politica che ci avverserà sempre.

Possiamo tornare a sperare che la lotta per la nostra Italia veda in marcia gambe solide e spiriti onesti.

 Lavoriamo per questo!

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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