Il triangolo no: USA, Russia, ed Europa (prima parte)

Il triangolo no: USA, Russia, ed Europa (prima parte)

La Siria ha avuto le sue due giornate di notorietà durante la settimana appena trascorsa, una sorta di comparsata estemporanea presso la ribalta mediatica su di un conflitto, anzi, su uno dei tre conflitti tra Medio Oriente e Nord Africa, che dovrebbero ricevere maggiori attenzioni per gravità ed implicazioni. Ma si sa’ bene tuttavia che l’attenzione dell’uomo comune, e del luogo comune, è come un venticello primaverile, tanto mite, quanto irrisorio.

La tragica pantomima chimica andata in scena presso uno degli ultimi lembi di Siria “libera”, ancora in mano all’opposizione “democratica” al truce Assad (leggasi il Presidente siriano legittimo, riconfermato al potere anche dalla tornata elettorale del 2014), e la farsa missilistica made in Trump, che si sono succedute nel giro di una mano di poker, hanno lasciato sul terreno qualche decina di morti, un gran polverone, ma poco altro di concreto nell’immediato.

Quel che, secondo noi, è di  gran lunga più interessante, rappresenta il quadro complessivo che esce fuori quale effetto collaterale di queste vicende, e che sbuca esattamente sotto traccia, tra le immagini dei morti gasati di Khan Sheikhun, e lo spettacolo pirotecnico di Shayrat.

Partiamo col ribadire ciò che scrivemmo a metà Novembre 2016, all’alba della Presidenza Trump:

“(…) questo nuovo fantoccio, ritenuto da troppi ancora l’uomo più potente del pianeta, non è né una “rivoluzione”, né un qualsivoglia cambio di paradigma, e resterà il simbolo vivente di tutto ciò che è nemico dell’Europa e della sua identità; incarnato negli Stati Uniti, nel suo sistema politico e nel suo modello economico”.

Non ci siamo mai fatti illusioni sul personaggio, né su quel che poteva fare di così eccezionale da meritare un qualsivoglia tipo di ripensamento. Anzi, a ben guardare, in pochi mesi e al netto di tonnellate di fuffa mediatica, la Presidenza Trump sembra profilarsi come una sorta di accozzaglia di pupazzi, che di volta in volta saranno sostituiti da elementi del tanto vituperato, ma eterno, establishment interno al sistema politico USA. Prima del recente spettacolo siriano, nel Febbraio scorso a Washington, è saltata la testa di Michael Flynn, uomo fidato di Donald Trump, fino ad allora consigliere per la sicurezza nazionale, sostituito dal Generale H.R. McMaster, il cui curriculum vitae (VEDI) spiega il motivo per cui gli Stati Uniti hanno ritenuto vitale “per la sicurezza nazionale”, spianare a suon di Tomahawk la base militare di uno Stato SOVRANO, con cui gli Stati Uniti NON SONO IN GUERRA UFFICIALMENTE, ed utilizzando quale pretesto una vicenda che puzza di marcio a chilometri di distanza; occorreva reindirizzare la Presidenza Trump in politica estera verso canoni più classici.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, in particolare ciò dovrebbe essere evidente per coloro che nel Vecchio Continente tifavano, è proprio il caso di dirlo, per il neo inquilino della Casa Bianca, affascinati dal suo essere molto maschio alfa, un po’ come Putin, e per quei suoi toni da guascone populista, che tanto affascinano un certo tipo/umano che pascola in Europa occidentale. Toni che però sembrano aver preso la via del mutamento sostanziale, anche se nella forma resta tutta la fuffa mediatica sull’eccentricità del personaggio e sul suo essere un outsider rispetto alle élite di potere a stelle e strisce.

Balle destinate a sgonfiarsi come palloncini bucati.

 

(segue)

 

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