Essere rivoluzionari e non soltanto dei ribelli

Essere rivoluzionari e non soltanto dei ribelli

“Ribelle” e “rivoluzionario”, due parole sovente ritenute sovrapponibili.

Sinonimi aventi lo stesso valore, o lo stesso significato.

Secondo noi non è così.

La settimana scorsa, durante la splendida conferenza incentrata sulla figura di Joseph Goebbels, che senza indugio abbiamo definito un “vero rivoluzionario” e non un semplice “ribelle”, ci siamo soffermati su questo tema, in modo breve certo ma significativo, e cercando di far comprendere le ragioni che abbiamo portato a sostegno di tale tesi, che travalica l’aspetto strettamente semantico delle parole, e che ha quale focus il fulcro di ogni azione d’antagonismo politico: raggiungere un risultato.

Il ribelle è per noi una figura che ha connotati sicuramente positivi, spesso egli è l’avanguardia di un’azione che mira a scardinare un sistema in crisi, egli è la rivolta nel senso più puro e disinteressato del termine.

Il ribelle giunge dal popolo nelle sue manifestazioni migliori, e ha quasi sempre nel popolo il suo cardine ed il suo iniziale approdo. Tuttavia il ribelle tende ad incentrare il proprio orizzonte su di un livello d’avanguardia estremo e rischioso. Egli tende a spingersi troppo in avanti, seguito da un’élite spesso autoreferenziale, che non nutre più la necessità di una solida retroguardia, o che pretende che la retroguardia stessa diventi una sorta di ulteriore avanguardia, in un moto da rivoluzione permanente, tanto idealistico quanto progressivamente disarticolato con la realtà.

Il ribelle, venuto dal popolo, o che del popolo vuol essere l’interprete, diventa ben presto una semplice figura romantica, in cui tutto il suo agire si riduce a cercare una fine tanto intensa, quanto inconcludente; poiché un’avanguardia senza una solida retroguardia può soltanto essere accerchiata dal sistema dominante, che farà a pezzi i più puri, ed assorbirà tra le sue maglie i meno intransigenti.

Il ribelle dunque non potrà portare a termine nessun progetto di alternativa ad un sistema, se non avrà la forza di mutare la sua natura, di farla progredire in un senso rivoluzionario.

Da un ribelle può nascere un rivoluzionario, grazie ad una presa di consapevolezza concreta, di quanto sia fondamentale non fermarsi ad un primo gradino della propria scala evolutiva anti-sistemica, quella per intenderci della sola pars destruens, andando oltre essa, e facendola confluire in un viatico per una realistica pars costruens.

Il rivoluzionario perciò comprende quanto sia essenziale la continua connessione con il popolo, non certo per trarne un mero consenso elettorale, bensì per indirizzare verso esso un progetto di pedagogia politica, capace di penetrare tutte le classi sociali o le differenziazioni all’interno del popolo, creare un amalgama tra le differenze, attraverso la condivisione di un percorso di rinascita identitaria e comunitaria.

Mentre il ribelle “vola” progressivamente sempre più in alto, fino a distaccarsi dalla realtà, il rivoluzionario vive la realtà, è affamato di realtà, in quanto è da essa che trae spunto la sua azione parallela anti-sistemica e propositiva.

Un monito ci sembra dunque appropriato, dopo questa breve riflessione:

Essere ribelli può apparire cosa nobile ed elevata, tuttavia, è l’essere rivoluzionari che può portare un’idea di lotta verso la vittoria finale.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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