Uscire dalla trappola dell’interesse sul denaro (terza parte)

Uscire dalla trappola dell’interesse sul denaro (terza parte)

E’ dunque giusto domandarsi se non sia opportuno un ripensamento radicale del modello di riferimento che, di fatto, ha penetrato e contaminato ogni aspetto della vita dei popoli, non soltanto europei, ma a livello globale.

Sì, perché il processo di globalizzazione, che ha letteralmente sconvolto ogni forma di resistenza differenzialista, inizialmente soltanto in campo economico, ma che punta da sempre ad una vera omologazione planetaria nella sostanza, persegue la degradazione di ogni Kultur a mere manifestazioni folkloristiche, subordinate ai dettami dei processi standardizzati di produzione e consumo.

Il prevalere della finanziarizzazione economica, del capitale speculativo, rispetto al capitale industriale, o alla ricchezza prodotta nel complesso dell’economia REALE, è il grande dramma della post modernità. Il XXI secolo reca le stigmate dei tassi d’interesse su titoli, azioni, commodity, in pratica, ogni cosa deve essere misurata in base al suo rendimento presso i mercati, veri e propri templi dell’economia liberista, in cui dominano i sacerdoti di una divinità materialista, che si nutre dell’anima e del sangue dei popoli.

Nulla po’ o deve restare fuori dall’agone dei mercati, nulla può o deve sfuggire agli algoritmi che spostano masse virtuali di denaro verso campi che possono far aumentare la ricchezza di chi ha avuto accesso ai rozzi “misteri” della fede liberista.

 

Scrive sempre il nostro lungimirante Feder:

“(…) l’interesse è il Santissimo; mai nessuno ha finora osato scuoterlo; mentre la proprietà, la nobiltà, la sicurezza della persona, e della proprietà, i diritti della corona, le convinzioni private e religiose, l’onore militare, la patria, la libertà, sono sempre più o meno fuori legge, l’interesse è sacro ed inviolabile. (…) Il pagamento degli interessi del Reich è l’alfa e l’omega del bilancio dello Stato. Il suo peso gigantesco trascina la nave dello Stato nell’abisso ed eppure… è soltanto un grande imbroglio… un immenso inganno, ordito esclusivamente a beneficio dei grandi potentati finanziari”.

Le nazioni sono indebitate dai loro Stati, i quali hanno permesso che una corda fosse posta al collo per la necessità malata di acquisire capitali sui mercati. Ciò, come è ben descritto da Feder, porta gli Stati ad entrare nel circolo vizioso dei tassi d’interesse sui loro debiti “venduti” e “comprati”, in una sala scommesse in cui è SEMPRE il mercato a vincere, ed è sempre il mercato, coi suoi sacerdoti e le sue vestali, ad avere l’ultima parola, rispetto a popoli e nazioni.

Le classi dirigenti politiche che, specie in Occidente, hanno perduto ogni capacità di contestare il sinedrio delle borse, non hanno ad oggi più nessuna libertà nel decidere le linee di sviluppo dei propri Stati, in quanto c’è sempre il mercato ad avere l’ultima parola, e ad essere consultato dalla politica con reverenza e fede. Con l’incedere anno dopo anno dei processi di globalizzazione, questo processo di asservimento della Res pubblica nei confronti della finanza è diventato sempre più marcato, e sempre più incontestabile.

Nel XXI secolo nessun capo di Stato o di Governo si sognerebbe mai di denunciare tale condizione di asservimento dei molti verso delle élite di fatto apolidi, cui nessun popolo ha mai dato mandato per decidere del proprio destino e del proprio sviluppo. Quelle poche “mosche bianche”, come nel caso delle esperienze indigeniste e populiste in America Latina; Argentina, Bolivia, Venezuela, ecc., che hanno provato a sviluppare delle alternative, hanno finito comunque per doversi arrendere. Troppo debole la loro posizione nella grande scacchiera globale, troppo velleitarie le loro aspettative.

Non poteva durare, infatti, il loro tentativo di resistenza nel difendere un’alternativa che si fondava sull’alto prezzo delle materie prime d’inizio secolo, sui cui si fondano le loro economie di nazioni esportatrici. E’ bastato il rallentamento delle economie più sviluppate e strutturate, tanto emergenti quanto occidentali, per far entrare in crisi anche le “mosche bianche” del Sud America, che lentamente, ma inesorabilmente, stanno rientrando in quei ranghi che avevano denunciato e da cui si volevano allontanare; i ranghi del libero mercato.

E’ tutta una questione di peso specifico nella scacchiera globale. Secondo noi, non potrà esserci una reale alternativa a questo sistema usuraio che non coinvolga un grande soggetto imperiale, la cui classe dirigente politica abbia deciso di spezzare le catene poste dalla finanza apolide.

 

(Segue)

 

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