La banalità dei “buoni” (ultima parte)

La banalità dei “buoni” (ultima parte)

Chi sono i “buoni”?

Attraverso i due soli esempi che vi abbiamo fornito si può avere già un primo profilo di questi soggetti, molto in voga presso l’immaginario contemporaneo.

Il “buono” è colui che s’impegna in cause ritenute “giuste” o, quanto meno, che portano legittimazione ad una sub cultura del progresso, inteso nel suo aspetto più banale, puramente superficiale, roba insomma da serie televisiva.

In particolare il “buono” porta consapevolezza di ogni tipo: politica, sociale, culturale, sessuale, alimentare, ecc.

Quindi muovere critiche a cotanta schiatta di venerabili, vuol dire attirarsi critiche d’ogni genere, in particolare quella di essere dalla parte dei “cattivi”.

Un esempio; Giulio Regeni era “buono”?

Ma certamente!

Ecco la risposta senza “se e senza ma” di chi vede in questo esempio tipico di occidentaloide, demo/progressista e globalizzato, una figura simbolica di come dovrebbero essere TUTTI i giovani, italiani in questo caso, del XXI secolo. Pronti, come novelli Prometeo prodotti in serie, ad imbucarsi ovunque la loro sola presenza possa recare luce in luoghi dove regna l’oscurità.

Solamente in Italia abbiamo una tale varietà di “razze” di buoni, differenti per estrazione culturale, ideologica, e nei campi d’intervento, da poterci ritenere giustamente uno dei migliori zoo del buonismo occidentale.

Altro esempio; le Organizzazioni Non Governative sono buone?

Ma certamente!

Le ONG sono diventate ormai le “vacche sacre” di una certo immaginario mediatico. Le ONG sono SEMPRE utili per lenire le sofferenze di chi si trova lungo il loro melenso cammino. Le ONG non hanno MAI secondi fini di natura politica, e non puntano MAI ad influenzare le scelte (di qualsiasi tipo) dei popoli che entrano nel loro focus.

Chi lavora per un’ONG, ovviamente, è trattato dai media mainstream come una sorta di Unto dal Signore, un profeta laico da ossequiare per “la scelta di vita coraggiosa ed altruistica”.

Essere “buoni”, vuol dire automaticamente essere politicamente corretti, rispettare in maniera talmudica un lessico creato apposta per non recare offesa alcuna a nessuna categoria che, in qualche modo, rientri in quelle che emanano bontà: immigrati (migranti, o meglio, profughi), derelitti di ogni ordine e grado, cui mai si chiedono responsabilità o doveri, sessualmente deviati, guerriglieri (che fanno tanto romantico), animali, certo anche loro hanno, come abbiamo visto, un posto nel focus del buonismo. Tutte categorie che ormai sovrastano qualsiasi aspetto della cultura corrente e della politica incoerente, ma che stanno portando chi di normalità vive ad un malcelato fastidio verso tutta questa bontà, che sovente mette in ombra le vere problematiche del mondo post moderno e di un Occidente in pieno declino.

La questione è che a furia di guardare con spasmodica attenzione il “diverso”, la questione romantica lontana dalla propria sfera d’origine, o intraprendere scelte che, dall’ambito puramente personale, si vogliono via via imporre come discriminanti portatrici di diritti e, quindi, di mutamenti in paradigmi che stanno alla base di comunità e società, ciò che ne potrà risultare sarà una lenta ma inesorabile disgregazione proprio di quel mondo post moderno, che avrebbe dovuto essere un amalgama gioiosa di diversità “buone”, ognuna con il suo codicillo, ognuna con la sua rappresentatività, ognuna con il suo vocabolario, tipo neo lingua alla Orwell.

Quello che i “buoni” non comprendono è che, con sempre maggior forza, si sta profilando un vero e proprio cortocircuito tra mondi che non sono ormai più compatibili.

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Gabriele Gruppo

 

 

                                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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