Un passo in dietro (a proposito di globalizzazione)

Un passo in dietro (a proposito di globalizzazione)

Facciamo, come si suol dire, un passo in dietro.

Nel corso degli ultimi articoli abbiamo spesso fatto cenno a come sia l’attuale situazione di criticità mondiale, sia le risposte che il sistema offre, siano il frutto di quello che non indugiamo nel definire il “fallimento” della globalizzazione, così come concepita e proposta per quasi un decennio da inizio secolo. E come l’origine del processo di globalizzazione abbia nell’Occidente il suo punto d’origine, ed il suo primo sviluppo organico.

Non da oggi quindi, e lo ribadiamo con forza, siamo convinti che il fenomeno denominato globalizzazione sia stato una filiazione diretta della degenerazione dei principi universalistici che hanno avuto appunto il loro punto d’origine in Occidente, e che l’idea che la globalizzazione fosse un processo cui la storia avrebbe inevitabilmente teso giungere, risieda nel “mito del progresso” economico senza limiti geografici e senza più impedimenti, o frontiere culturali ed identitarie, frutto delle naturali (queste sì) differenze tra popoli, culture e civiltà, coltivato da molte scuole di pensiero moderne e post moderne. Un progresso omologante, capace di adeguarsi in un primo momento alle peculiarità delle diverse popolazioni del pianeta, per poi soppiantarle da un unico stile di sviluppo, in cui l’elemento economico avrebbe portato a compimento un’opera di distruzione dei fattori diversificanti tra i popoli: dalla politica alla religione, dalla cultura ai processi di produzione/consumo, ecc. Il tutto corroborato da un altro “mito” progressista, che confida nell’avanzamento tecnologico capillarmente diffuso quale fattore capace di sancire nuove forme di libertà individuali e di benessere, svincolate da ogni limes identitario.

In questa prospettiva possiamo cogliere l’essenza più deviata dell’occidentalismo, applicata ad una logica universalistica, in cui, come poc’anzi accennato, l’elemento Ovest non è più sinonimo di una precisa area geografica o di civiltà, bensì l’edulcorazione di questi due elementi nell’ideologia mondialista ed economico/liberista. Non v’è nulla di naturale nella globalizzazione, essa rappresenta per lo più una fase storica in cui l’ideologia mondialista ha provato ad innescare un percorso a tappe partito dall’Occidente e diffusosi nel resto del pianeta, attraverso il processo d’integrazione di macro aree economiche nei diversi continenti.

Nel suo processo di sviluppo la globalizzazione è partita fattivamente da un punto “A”, ed avrebbe in seguito dovuto giungere al suo compimento quasi definitivo in un punto “B” nell’arco di qualche decennio.

Il punto “A” era rappresentato dall’Occidente atlantico che, sul finire del XX secolo deteneva il primato di modello vincente uscito dalla lunga fase di equilibri che furono propri alla Guerra Fredda. In tale contesto storico, caratterizzato da un formale unilateralismo detenuto dagli Stati Uniti, con l’Europa occidentale a fungere da cavalier servente dei burattinai di Washington e di Wall Street, si sarebbe dovuta porre in essere l’enfasi modernizzatrice apportata dal libero mercato e dal commercio internazionale, ormai indipendenti da problematiche dovute a contrapposizioni geopolitiche su vasta scala, cui avrebbero dovuto trarre beneficio aree potenzialmente promettenti di sviluppo economico. L’Occidente avrebbe garantito la stabilità sostanziale planetaria, attraverso l’unilateralismo militare statunitense, permettendo così alle forze economiche e finanziarie di potersi radicare in altre aree del pianeta, e di espandere i processi di produzione/consumo tipici del modello occidentale.

Il primo decennio del XXI secolo non è stato altro che l’articolarsi di questo percorso.

Tuttavia, nonostante la pervicacia con cui la globalizzazione s’è articolata nei cinque continenti, il fatidico traguardo, ovvero il punto “B”, non è stato raggiunto nei tempi previsti, ed anzi, sono state smentite tutte quelle ipotesi che davano per certo il suo compimento.

Il motivo di tale mancato traguardo, che rende tutta la globalizzazione di fatto ferma su di un binario morto, è riscontrabile negli effetti dovuto alla crisi economica iniziata tra il 2007 ed il 2008 partita proprio dall’Occidente atlantico.

Molto s’è detto e scritto sulla prima crisi economica nell’era della globalizzazione, e non riteniamo sia questa la sede opportuna per analizzarne le cause e la cronistoria. Quel che ci preme sottolineare è che in ragione di tale emergenza economico/strutturale, non è avvenuto il famoso “passaggio di consegne” tra la declinante potenza occidentale e le nuove realtà economiche: Cina, India e Brasile, solo per citare i più importanti soggetti che sembravano destinati a sorpassare a colpi di crescita in punti di PIL i maturi modelli di sviluppo di Stati Uniti ed Europa occidentale. Ciò è avvenuto in ragione della necessità di evitare un tracollo complessivo dell’intero Ovest investito dalla crisi finanziaria, ammortizzando tale valanga proprio attraverso la crescita delle così dette economie emergenti, in una sorta di compensazione planetaria, che ha sicuramente evitato il peggio ma che ha, come detto, orbato il processo di globalizzazione in quelli che erano i tempi previsti ad inizio secolo. In oltre, cosa se vogliamo ancora più incisiva, la realizzazione di grandi fusioni tra economie regionali, lo sviluppo di nuovi mercati di produzione/commercio/consumo, e la loro successiva integrazione in un armonioso consesso globalizzato, appaiono compromessi o, quanto meno, fortemente limitati.

L’Occidente ha dunque una doppia responsabilità. In primis, attraverso il primato statunitense, ha permesso l’instaurarsi a guida del globo di un modello degenerato, che ha finito con il far porre in essere la primarietà della visione economico/finanziaria, rispetto a quella identitaria e comunitaria, per poi infettare, attraverso l’utopia universalista di tale visione, il procedere della storia e lo sviluppo del futuro, facendo della globalizzazione il veicolo di contagio sia degli aspetti più deleteri dell’occidentalismo, sia il rischio di un collasso sistemico generalizzato, che è soltanto rimandato, ma che sarà inevitabile.

La globalizzazione, proprio per tali ragioni, non è da ritenersi un processo irreversibile, in quanto, un suo tracollo, porterà a ridefinire assetti economici, geopolitici e ad abbandonare concetti che, fino ad oggi, sembravano essere il destino improrogabile cui il pianeta era destinato. E’ sintomatico di ogni crisi che colpisca un’epoca di grande prosperità, la storia è lì a dimostrarlo; non esistono forme di sviluppo eterne, ma una ciclica sequenza di albe e tramonti, ed il tramonto sta per giungere. Nella nostra Weltanschauung ciò sta a significare che per l’Ovest, ed in particolare per quella parte dell’Europa che è da sempre il primo occidente, è tempo di un ritorno, anche duro e drammatico, alle origini, ovvero al ripristino delle sue fondamenta comunitarie ed identitarie a discapito di quel che nella nostra contemporaneità, con senile tenacia, tenta di sopravvivere a sé stesso.

Ciò non è da ritenersi un male assoluto, né una iattura, bensì la logica conclusione di un tragitto verso il nulla che ha anteposto l’economia ed il profitto, agli uomini e alle loro civiltà differenziate.

Quel che deve oggi far mobiliare chi si ritiene portatore di principi differenzialisti ed identitari, è la risposta che il sistema sta fornendo al declino del “mito” di una globalizzazione portatrice di frutti benefici per tutti, indistintamente. Il nuovo “mito” della IV Rivoluzione Industriale, che in origine doveva integrarsi con il processo di globalizzazione, rappresenta un pericolo per due ovvie ragioni:

- Esso non è altro che il colpo di coda di un animale ferito a morte, che ha provocato da sé i prodromi del suo fallimento.

- Il nuovo “mito” sarà portato avanti con maggior veemenza, utilizzando l’attuale fase storica, in cui troviamo una condizione di stallo economico senza via di sbocco (la così detta “stagnazione secolare”) e d’instabilità geopolitica generalizzata.

Dopo questo doveroso “passo in dietro”, riteniamo di aver offerto un quadro completo di quel che si sta profilando nell’immediato futuro, ovvero da qui ai prossimi anni. Resta da definire la pars construens, che sarà oggetto di ulteriori articoli.

 

Gabriele Gruppo

 

 

                                                           

 

 

 

 

 

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