“The future of Jobs”: un sogno per pochi, un incubo per molti

“The future of Jobs”: un sogno per pochi, un incubo per molti

Di questo testo facemmo cenno in un nostro precedente articolo (VEDI), prendendo come spunto una sintesi (molto succinta a dire il vero) redatta da Assolombarda. Tuttavia, consapevoli di quanto sia importante andare alla fonte delle cose, abbiamo voluto approfondire quello che il concilio neo liberista vorrebbe tratteggiare come il percorso della sedicente IV Rivoluzione Industriale.

Alla fine siamo andati a “spulciare” tra le oltre 160 pagine del famigerato “The Future of Jobs”, redatto ad inizio 2016 dal World Economic Forum, scoprendo delle cose interessanti e facendo delle deduzioni a dir poco agghiaccianti.

La prima cosa che balza subito all’occhio (vedi immagine) è che il report del WEF, o meglio, che questo vero e proprio “libro dei sogni” taglia fuori dalle sue prospettive il Canada, tutta l’America latina, ad esclusione di Messico e Brasile, tutta l’Africa, esclusa la Repubblica Sudafricana, quasi tutto il Medio Oriente, esclusa Turchia ed Arabia Saudita, esclude l’Asia centrale, la Russia, l’Europa orientale, quella meridionale, tranne l’Italia, tutta la Scandinavia, mentre in Estremo Oriente sono tagliate fuori la Corea nelle sue due entità e la Birmania.

Già qui ci sorge un dubbio: se questa sedicente “rivoluzione” dovrà essere un fenomeno globale, così come conclamato nel testo, perché non comprendere nel report aree di certo non marginali; come la Russia, o il Canada, o l’Iran, ecc.

Nazioni che sia da un punto di vista economico, sia geopolitico dovrebbero godere di maggior attenzione, nel quadro di un così ambizioso progetto di sviluppo.

In questo modo i dati derivati dal documento, tutti i dati, non sono altro che parziali, oltre che puramente velleitari.

Se il processo della “Rivoluzione 4.0”, così come affermato, avrà effetti di medio/lungo termine, effetti radicali per giunta, la sua teorizzazione non può basarsi su aree e nazioni prese ci sembra un po’ a casaccio, un po’ ripercorrendo linee di pensiero occidentaliste. Sì, perché guardando il mappamondo di “The Future of Jobs” scorgiamo una visione analitica che tiene conto dell’Occidente (non tutto), di alcune realtà extra-occidentali aventi diverso peso, con la Cina inclusa più per la sua incontestabile funzione di motore della globalizzazione, che per una reale affinità d’intenti con le nazioni prese in esame dal WEF.

A ciò si somma un’incognita conseguente: ci saranno aree del pianeta, per giunta molto grandi, escluse dalla paradisiaca prospettiva della nuova età dell’oro tecno-liberista?

Evidentemente siamo ancora nel campo dei “forse”, quindi non v’è certezza che la Rivoluzione 4.0 sia cosa imminente.

Ma soprattutto, quelle nazioni che ad oggi non risultano “gradite” ad una vulgata mediatica allineata su certi binari, e politicamente corretta, saranno poste ai margini del “paradiso”? O ci saranno aree ritenute talmente insignificanti da non dover essere nemmeno degnate di considerazione?

Terza incognita.

Nel testo si legge, per pagine e pagine, sempre la solita entusiastica minestra riscaldata di come lo sviluppo del futuro prossimo, ieri posto sotto il nome di “Globalizzazione”, oggi di “IV Rivoluzione Industriale”, sia incontestabilmente destinato a concretizzarsi, in quanto fenomeno evolutivo naturale della storia umana, tutta roba già sentita, e da noi modestamente confutata.

Quindi, possiamo dire definitivamente archiviato il processo d’integrazione globale, così come fu ipotizzato e/o applicato per oltre un decennio?

Evidentemente sì, se adesso è giunto il nuovo sogno di prosperità, che non soltanto dovrebbe innestarsi in un quadro di stagnazione (secolare) post crisi, ma addirittura essere appannaggio soltanto di realtà economiche che, o per il loro essere mercati avanzati di produzione e consumo (USA, Germania, Giappone, ecc.), o per via del loro peso demografico (India e Cina), non potranno mai rappresentare l’universalità del processo di rivoluzione tecnologica in fieri.

Possiamo quindi ipotizzare uno sviluppo 4.0 che, per così dire, sarà articolato in una sorta di doppio binario?

Da quel che si può desumere dal report del WEF ciò sarà in qualche modo un tratto distintivo del 4.0 rispetto alla globalizzazione. Se, infatti, la globalizzazione aveva una prospettiva (e un’arroganza) universale, la IV Rivoluzione Industriale vedrà ipoteticamente l’esclusione di aree non ritenute idonee a tale processo. Quindi destinate ad essere passivamente al traino di chi sarà protagonista (o sedicente tale) del “nuovo che avanza”.

Ultima nota stonata, di tante, il documento WEF si basa su dei sondaggi, presi attraverso determinati campioni tra gli attori economici delle nazioni in oggetto.

Sì, avete letto bene, niente più grandi teorie, niente più linee d’indirizzo modello tavole di Mosè, o fondamenta ideologiche di qualche tipo.

La IV Rivoluzione Industriale manifesta la sua venuta, e la sua volontà di innestarsi nella storia, attraverso dei SONDAGGI.

Non stupiamoci di ciò. Nell’epoca delle agenzie di rating, nella civilizzazione del social network, del pensiero fluido e del cloud, anche una “rivoluzione” arriva attraverso le percentuali di un sondaggio, o in quello che viene definito il “sentiment” degli operatori. Per questo motivo, attualmente, nessuno ha ancora levato critiche contro chi parla a cuor leggero di questo nuovo sconvolgimento socio/economico in arrivo, se mai avrà il tempo di arrivare. Perché semplicemente esso non è altro che una delle molte ipotesi sul futuro prossimo del XXI secolo.

Tutto ciò è molto preoccupante secondo noi. In quanto si stanno predisponendo in molte nazioni, tra cui l’Italia, strumenti di politica sociale ed organizzazione economica atti ad accogliere acriticamente la “IV Rivoluzione Industriale”, in altri, come in Cina, si stanno avviando i primi esperimenti per una totale automatizzazione delle produzioni manifatturiere. Sul fronte “critiche” a questo fenomeno ancora tutto tace.

Infatti, l’entusiasmo con cui sempre si accompagnano i focus di propaganda mediatica sull’argomento, sono un misto di mezze verità, condite da molta superficiale retorica fantascientifica. In Italia, giusto per guadarci in casa, sia il Presidente del Consiglio Renzi, sia il Presidente di Confindustria Boccia, tanto per citare due nomi noti “a caso”, quando parlano della sedicente rivoluzione 4.0 utilizzano toni a dir poco irritanti; in un mix di fascinazioni e di visioni da “scoperta dell’America”. E, come sempre, sul fronte “critiche” tutto tace.

Quel che temiamo è che si stia puntano troppo su di un’incognita, le cui ricadute sui popoli e sulle nazioni potrebbero essere pericolosamente sottovalutate, ed essere più letali della finanza allo schema Ponzi.

Qui non si tratta di una sorta di neo luddismo, qui non stiamo bandendo una crociata contro il progresso scientifico. Semplicemente temiamo che la storia si ripeta a breve distanza dalla crisi iniziata quasi dieci anni fa. Ricordate da cosa fu provocata?

La crisi iniziata nel 2007, portata dagli effetti collaterali nefasti della globalizzazione, e dal suo esser stata sostanzialmente un’opera incompiuta e mal gestita, i cui costi si sono riversati su chi l’ha subita e non su chi ne ha capitalizzato gli aspetti speculativi, potrebbe riproporsi in altri termini, forse ancora più impattanti, andando a colpire un’architettura socio/economica con già dei seri problemi strutturali in numerose parti del globo.

La superficialità con cui si elaborano documenti come “The future of Jobs”, il modo con cui vengono mediaticamente trattati certi presunti “mutamenti”, o gestiti da classi dirigenti politiche impreparate e mediocri, non ci lascia certo ben sperare. Non è soltanto in gioco un cambio di paradigma nel modo di produrre beni e servizi; la sedicente rivoluzione 4.0 potrebbe semplificare in modo peggiorativo le diverse componenti sociali, così come abbiamo già prefigurato in un recente articolo (VEDI), puntando ad una bipolarizzazione globale tra due caste, che risulterebbe funzionale all’eterno obbiettivo del liberismo apolide: non avere più impedimenti nei suoi progetti di omologazione dei popoli.

Cosa potrebbe andar nuovamente contro tale prospettiva?

E’ presto per dirlo, anche se noi, nei prossimi lavori, tenteremo di offrire il nostro punto di vista in modo ragionato e motivato.

 

Gabriele Gruppo

Il report del WEF lo si può scaricare in versione pdf da questo link:

http://www3.weforum.org/docs/WEF_Future_of_Jobs.pdf

 

 

                                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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