Sostituzione etnica e liberismo 4.0

Sostituzione etnica e liberismo 4.0

Proseguiamo idealmente i nostri “Appunti di Settembre”, con un approfondimento che riteniamo a dir poco fondamentale, per comprendere le dinamiche che si stanno muovendo contro l’identità e l’integrità dei popoli dell’Europa occidentale.

Liberismo 4.0 e sostituzione etnica sono, senza ombra di dubbio, posti entro medesimi binari, ed hanno identica finalità; portare un colpo definitivo ad ogni “rischio”, per il sistema imperante, liberale e borghese, di trovarsi a dover esser messo in discussione da nuove forme di risveglio identitario del nostro continente. Un rischio che le élite neo liberiste ed apolidi non vogliono correre. Un rischio che potrebbe portare al fallimento complessivo del progetto di omologazione planetaria ai dettami imposti dal Dio Mercato che qui, in Europa, ha senza dubbio uno dei suoi principali snodi.

L’Europa, ed in particolare il suo quadrante occidentale, sono a tutti gli effetti un laboratorio sociale ed economico di eccezionale importanza. La distruzione dell’identità europea e l’avvento di nuove forme di consumatore/massa, meticcio ed indifferenziato, sarebbero niente meno che il coronamento di un processo che, gradualmente ma tenacemente, ha portato nel volgere di mezzo secolo allo stato attuale di prostrazione dei nostri popoli, nei confronti di un futuro che, sotto molti aspetti, viene visto ormai dalle maggioranze come “inevitabile”, un destino segnato.

Il liberismo ha agito bene; mortificando per prima cosa la natalità di tutti i principali Stati dell’Europa occidentale, attraverso la graduale imposizione di modelli comportamentali edonistici ed individualistici. Oggi sentiamo chi, senza nessuna vergogna e con malcelata gioia, sostiene apertamente che le giovani donne euro/occidentali sono “culturalmente non più predisposte ad avere figli”, e che l’integrazione di masse allogene serve a compensare tale sterilità esistenziale, oltre che fisica.

Il liberismo ha poi condizionato le politiche sociali degli Stati verso l’utilitarismo mercatistico ed efficientistico. Non è un “caso”, infatti, che le lobbies tecnocratiche diffondano come un dogma di salvezza la necessità di rifondare il modello economico esistente su parametri di produttività sempre più elevati, sempre più isterici, ciò a scapito di ogni altro aspetto dell’esistenza dei popoli, che dovrebbero soggiacere ad un’illusione collettiva di progresso disumanizzante. Ciò attraverso il perenne utilizzo dei “bisogni indotti”, che alzano costantemente l’asticella delle necessità nei consumi di singoli e di famiglie.

Più “bisogni indotti”, maggiore necessità di aumentare la capacità di spesa, maggiore la necessità di reperire risorse monetarie, anche attraverso l’indebitamento diffuso, capaci di soddisfare tale condizione di perenne rincorsa ai modelli di riferimento ritenuti “vincenti”. Ciò, appunto, diventa regola di vita sia per singoli, che per nuclei famigliari.

Se poi aggiungiamo a tutto questo il prevalere di una sub cultura dell’egoismo e dell’edonismo, ormai senza più freni inibitori etici o valoriali, allora possiamo ben cogliere nella sua essenza l’articolato piano che si cela dietro al processo di sviluppo futuro dell’Europa occidentale che, se da un lato dovrebbe aumentare il tenore di vita dei popoli, dall’altro punta ad inaridirne definitivamente l’anima.

Il processo di sostituzione etnica non è altro che la degna prosecuzione di questo progetto a tappe, dai tempi medio/lunghi, ma dai risultati già oggi ben visibili.

Il liberismo 4.0 in Europa prevede l’avvento di una società in cui esisteranno due distinte categorie (per non chiamarle addirittura “caste”); da un lato sezioni sociali che definiremo “alte”, composte da quel che resterà dei popoli bianchi, in una forma caricaturale e neo borghese, affiancate e corroborate da meticci ed allogeni che abbiano raggiunto il medesimo standard nella piramide sociale e produttiva. Dall’altro lato un neo proletariato composto da formule aggregative para identitarie, multi razziali e multi apartheid, e da ciò che resta delle classi medio/besse autoctone, che vedranno i loro spazi sempre più ristretti dalla presenza di queste nuove comunità allogene.

Quel che sembra profilarsi negli ultimi anni sembra essere la necessità, da parte di chi tira le fila di questi processi sociali ed economici, di accelerare i tempi di questo processo omologatorio ed etnocida, per offrire alla globalizzazione nuove prospettive di sviluppo e di legittimazione storica, in un momento di profonda crisi, a danno di un’Europa debole da un punto di vista identitario e, quindi, disarmata. Gli strumenti utilizzati vanno dall’incentivazione della così detta “migrazione economica”, che coinvolge masse provenienti dall’Africa, fino a quella che è stata la destabilizzazione degli assetti geopolitici del Medio Oriente, con la conseguente “emergenza profughi”. Il tutto ammantato e giustificato dalla teoria dell’Homo migrans, e da un umanitarismo progressista ed etnomasochista.

L’Europa “invecchia”, dicono, l’Europa “ha bisogno” di forze giovani per la sua prosperità e per il suo sviluppo futuro, sia in termini economici sia sociali. Questi due concetti, ormai divenuti costanti nella vulgata mediatica imperante, rappresentano la giustificazione al processo di sostituzione etnica. Essi sono costantemente inoculati presso i popoli dell’Europa occidentale, divenuti simili a rane bollite, incapaci cioè di una qualsiasi reazione biologica o culturale. Ad eccezione di velleitari sussulti, prontamente ammortizzati nei loro effetti, che non hanno nulla di organico o strutturale, ma che non sono altro che innocui colpi di coda, del tutto inefficaci contro un progetto ed un relativo processo che ha radici lontane, e che può contare dalla sua innumerevoli servi; forze politiche, ascari culturali e vestali del “pensiero debole”, capaci di condizionare le masse, indorandogli per così dire la pillola, con manfrine umanitaristiche.

Il liberismo 4.0 si pone con la messianica promessa di una nuova rivoluzione economica, e di un ritorno al benessere diffuso, pur omettendo le modalità con cui tutto ciò verrà perseguito e le ricadute su tutti noi, e sulle generazioni a venire.

Così come abbiamo scritto in numerose occasioni, e ne siamo sempre più convinti, soltanto chi saprà contrastare questo miraggio mortale, attraverso nuove forme di comunitarismo identitario, potrà fare della parola “resistenza” una bandiera per quell’Europa che non vuol morire.

 

Gabriele Gruppo

 

 

                                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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