Appunti di Settembre: “il neo liberismo 4.0″

Appunti di Settembre: “il neo liberismo 4.0″

Poco più di un anno fa, analizzavamo l’inizio della crisi finanziaria che colpì nel vivo l’economia cinese (VEDI), parlando, non senza concrete certezze di un “nuovo 2007” alle porte.

In realtà, ciò che è avvenuto nell’arco di questi mesi, è andato oltre l’immaginabile. Il sistema neo liberista che domina la fallimentare epoca della globalizzazione, ha messo da parte non tanto dei sedicenti “principi”, di cui è privo, quanto la propria fideistica ortodossia; secondo cui il mercato sarebbe in grado di superare ogni sbandata, attraverso una sorta di autoregolamentazione e che, nell’eventualità del fallimento di una simile panacea, sarebbe in grado di coordinare contromisure necessarie, atte a salvaguardare i suoi dettami fondamentali. Un po’ com’è avvenuto nell’ambito delle economie occidentali, in cui la classe politica ha sfoderato tutta la sua acquiescenza nei riguardi dei trust finanziari, i quali hanno mantenuto la loro teorica “purezza” ideologica, pur avendo dovuto coinvolgere gli Stati nelle diverse azioni di arginamento del danno.

In Cina abbiamo osservato come, nell’ambito di un dirigismo politico ferreo, e tutt’altro che servile nei confronti dell’economia, l’azione di contenimento del danno abbia visto proprio nelle élite del Partito Comunista Cinese il fattore trainante, capace con metodi non certo in uso presso l’Occidente di congelare il rischio sistemico derivante dal collasso del suo ipertrofico e sregolato complesso di banche in “chiaro”, e banche “ombra”.

Il salvataggio dirigista non ha comunque evitato di mostrare tutte le anomalie di un sistema di sviluppo che, ad oggi, mostra come si suol dire le sue incongruenze. Non per nulla l’economia cinese, che doveva essere la locomotiva della globalizzazione, vive un deciso ridimensionamento delle proprie capacità di crescita (VEDI). Ciò ha avuto come effetto, lungo tutto l’arco del 2016, dei prevedibili effetti collaterali negativi su quegli Stati che, da sempre, hanno fornito al colosso asiatico materie prime d’ogni genere, e che hanno goduto in quest’ultimo decennio del vertiginoso aumento dei prezzi delle commodities, che andava di pari passo con la crescita del PIL cinese, e della sua bulimia di materie prime.

Il calo dei prezzi delle materie prime dovuto a tale congiuntura negativa all’ombra della Grande Muraglia, senza dimenticare la “guerra” fatta a colpi di ribassi sul prezzo del petrolio ingaggiata dall’Arabia Saudita, contro USA ed Iran (VEDI), hanno portato numerosi ed importanti settori del pianeta a patire non poco; Canada ed Australia (VEDI), America Latina (VEDI), ma anche Africa (VEDI), rischiano e rischiano grosso, se non ci sarà all’orizzonte una nuova ripresa globale dei consumi, presso i principali mercati principali di trasformazione. Quindi Cina, ma anche Europa e Stati Uniti. Una ripresa cui nessuno crede, anche perché non esistono al momento premesse di sorta, che possano far da volano per una nuova stagione di sviluppo vigoroso. Anzi, la globalizzazione appare quanto mai in stallo, ed il suo futuro non è roseo nel medio termine, per questo motivo si parla, con sempre maggior rilevanza, di una prospettiva di “stagnazione secolare” (VEDI) per buona parte dell’economia mondiale, accompagnando questo termine con l’ipotesi di una nuova “rivoluzione industriale” portata dalle nuove tecnologie.

Per quale motivo associare ad un dato negativo, la stagnazione secolare, con un nuovo “mito” economico, ovvero la IV Rivoluzione Industriale?

Secondo noi la ragione sta proprio nelle dinamiche fallimentari con cui la globalizzazione ha, alla fine, fatto i conti del proprio sviluppo degenerato.

Nell’arco di una quindicina d’anni, tra la fine del XX secolo ed oggi, gli eccessi della globalizzazione hanno mandato in frantumi molte certezze, facendo naufragare con esse anche buona parte di quelle favolistiche prospettive di benessere illimitato e diffuso, che dovevano coinvolgere ampie porzioni del pianeta. Per questo motivo il sistema cerca di arginare le falle, ed evitare bruschi e violenti ritorni alla realtà da parte di milioni di persone, prefigurando da un lato il “naturale” declino di un certo tipo di società borghesecentrica, che fino a poco prima doveva in teoria, essere il fine di ogni processo di sviluppo delle nazioni, mentre dall’altro propone quale antitesi a tale declino una riorganizzazione sociale generalizzata, quindi globalizzata, il cui perno sarebbe l’economia 4.0; ovvero un’economia trainata dalla robotica, dalla digitalizzazione, ed improntata ad un utilitarismo ancora più sfrenato. In cui la sostituzione dell’uomo, nei processi produttivi viene descritta, dalle solite vestali neoliberiste, come una sorta di “vangelo della liberazione” dell’uomo stesso.

Soltanto nei primi cinque anni da qui al 2020, ad esempio, questa “liberazione” ci costerà 5 milioni di posti di lavoro, sia tra tutte le nazioni avanzate che in quelle a forte propensione manifatturiera. E trattasi di stime prudenziali (fonte: World Economic Forum, “Future Jobs”). Posti di lavoro che saranno sostituiti da una sorta di caporalato tecnologico, in cui soggetti sempre più specializzati (2 milioni secondo “Future Jobs”) dovranno accontentarsi di modelli contrattuali in cui il precariato stabile sarà la pietra angolare, così come i bassi salari; ciò in ragione di un ridotto numero di posti, rispetto ad una platea di lavoratori decisamente vasta e scarsamente formata su quei principi che animarono le lotte operaie di un secolo fa, ma che restano e saranno estremamente (e drammaticamente) attuali.

Per tale motivo la stagnazione secolare, ed i suoi effetti dirompenti sulla vecchia società borghesecentrica, non sono descritti mai come un fattore eccessivamente negativo da chi muove le fila del sistema, anzi, molto spesso se ne parla quasi a cuor leggero, come di una fase transitoria, cui però seguirà una nuova fase di sviluppo.

Il fine ultimo è quello di far accettare nuove forme di schiavitù, descrivendole con i tratti futuristici e fantascientifici del progresso tecnologico. Argomenti che fanno ormai purtroppo molta presa su masse (occidentali in primis) orbate da qualsiasi principio superiore che vada oltre il consumismo.

La triste prospettiva che attende non tanto noi, uomini della stagnazione secolare, quanto i nostri figli, è quella di dover mendicare continuamente ai bordi della tavola su cui il neo liberismo farà ingrassare quei pochi eletti che avranno il potere di “spegnere” o “accendere” comparti economico/produttivi, muovere capitali virtuali ed investimenti, e che decideranno il prezzo di tutto; anche della vita umana ed il suo grado di dignità.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Share

Lascia un Commento