L’Occidente: analisi e riflessioni (ultima parte)

L’Occidente: analisi e riflessioni (ultima parte)

In questi tempi di equilibri precari e di grandi incognite, appare evidente la necessità di mettere in chiaro “chi siamo” e quali potrebbero essere gli sviluppi del futuro prossimo. Nessuno di noi potrà sottrarsi alle responsabilità che la storia ci porrà innanzi al cammino, sia per quella che è la nostra vita attualmente, sia quanto ci sentiamo parte o meno del modello vigente. Poco importa quale ruolo noi oggi rivestiamo nella storia contemporanea; presto dovremo mettere in conto la concreta ipotesi di dover operare delle scelte radicali. Meglio esserne pienamente consapevoli.

 

Il Giappone quale Estremo Occidente?

Il Giappone per noi è sempre stato una grande incognita politica e geopolitica.

Se uno dovesse analizzarne sviluppi e modalità degli ultimi vent’anni in poche righe, potrebbe sintetizzare il tutto in un unico aggettivo: “statico”.

Il più occidentale tra le nazioni orientali, fatto uscire dall’Asia con ben due bombe atomiche dagli Stati Uniti, per diventare  il protettorato di un Occidente tanto geografico, quanto arrogante, che ha preteso dal Giappone di rinunciare alla sua anima, e di mantenere solamente gli aspetti più utilitaristici della sua grande Kultur, forse anche quelli più folkloristici, ed abbandonare qualsiasi tensione che lo portasse a superare quel ruolo imposto di gigante economico e di nano politico, ripristinando quella spinta vitale che permise al Giappone all’inizio del XX secolo di fronteggiare alla pari le nazioni d’Occidente, mentre tutti gli altri popoli in Asia all’epoca chinavano la testa.

Il Giappone contemporaneo porta i connotati di Shinzo Abe. Anche se in Italia s’è parlato molto (forse troppo) della stucchevole diatriba tra il Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe appunto, desideroso di ridefinire il perimetro di autodifesa del Sol Levante proprio in Asia, ed i suoi detrattori, per lo più aderenti al Partito Comunista Giapponese (pura archeologia politica!), che vorrebbero mantenere inalterata la costituzione pacifista imposta dopo il 1945 dagli Stati Uniti. Strano destino, ironie della storia!

Una carta costituzionale vergata dall’occupante capitalista, oggi difesa dai nipoti di Marx in salsa di soia.

Altra stranezza, corsi e ricorsi della storia, le ricette economiche del Governo Abe, definite Abenomics, in questi anni si sono dimostrate più stataliste di quelle in vigore in nella Cina (formalmente) comunista. In primo luogo una politica fiscale espansiva mirata a stimolare la crescita attraverso l’aumento della spesa pubblica, va detto che il debito pubblico giapponese non è nelle mani di nessun soggetto internazionale e quindi non è soggetto a speculazioni finanziarie, sfiora 250% del PIL. Poi una politica di quantitative easing (ovvero una politica monetaria espansiva), che ha indebolito lo yen, la divisa valutaria nipponica che è anche una moneta di riserva pari al dollaro, favorendo le esportazioni. Infine un programma di riforme strutturali di lungo periodo che consenta un aumento degli investimenti del settore privato nazionale, maggiore concorrenza tra enti pubblici e privati e un innalzamento del tasso di popolazione attiva. Mentre i primi due capisaldi della strategia economica di Abe sono riusciti, in anni di recessione globale, a porre il Giappone in una condizione di relativa stabilità, il terzo caposaldo stenta ad essere messo in pratica, in ragione di calcoli squisitamente politici. In quanto il rischio sarebbe quello di scontentare settori produttivi e corporativi molto forti nella nazione asiatica, che a salti nel vuoto troppo azzardati, anche se potenzialmente promettenti, preferiscono il mantenimento dello status quo, che ha retto le sorti economiche della società nipponica dal dopoguerra ad oggi.

Il vero dilemma economico per il Giappone è rappresentato dalla situazione d’incertezza che serpeggia nel resto del pianeta; in cui tra nazioni emergenti in affanno e l’Occidente per la gran parte inconsapevole dei rischi di una nuova crisi globale, il Governo Abe rischia di trovarsi in mezzo alla tempesta, senza aver potuto sviluppare alternative di autoconservazione del modello di sviluppo nipponico già molto ridimensionato dalla vivacità delle economie emergenti durante il primo decennio del nuovo secolo.

I problemi per il Sol Levante non si limitano però solamente alla sfera economica, ma si legano anche a quello che dovrà essere il ruolo di Tokyo da un punto di vista strategico e geopolitico. Come accennato in precedenza, l’intenzione del Primo Ministro Abe di rivedere la costituzione pacifista, in particolare gli articoli relativi all’impiego della dotazione militare del Giappone, hanno avuto un’eco molto distorta presso i media italiani. In realtà la questione è molto più stringente, e non coinvolge semplici questioni costituzionali, bensì è in gioco proprio il ruolo del Giappone in un’Asia profondamente mutata.

Tokyo, storico alleato USA nell’Estremo Oriente, vede con preoccupazione sia l’arretramento strategico nordamericano, che comunque mantiene una forte presenza nell’area, dovuto alla politica estera di ripiego della Presidenza Obama, sia alla crescente aggressività di Pechino, che non nasconde le sue mire di primato regionale, oltre che globale, attraverso lo storico protettorato esercitato sulla Corea del Nord, e sui riflessi relativi alla militarizzazione della penisola coreana, ed una serie di rivendicazioni territoriali su tutta una serie di isole ed isolotti, disabitati ma che si trovano in posizioni strategiche lungo i mari estremorientali, ed il cui controllo sarebbe capace di mutare i ben più interessanti confini marittimi tra Giappone e Cina, tra Cina e Corea del Sud, e tra Cina e Vietnam. Per questo motivo Shinzo Abe, spinto anche da un sincero patriottismo, ha deciso di varare tutta una serie di iniziative che ridiano smalto alla dignità nazionale che, secondo una linea di pensiero che si sta sviluppando molto nel Giappone contemporaneo, a dispetto di qualsiasi rigurgito pacifista, potrebbe garantire non tanto un ritorno a forme di imperialismo storicamente superate, quanto ad una forza deterrente contro chiunque ponga le proprie istanze revansciste, o si voglia porre quale dominus dell’Oriente asiatico. Il confronto e lo scontro, tra questa politica di rinato orgoglio nipponico e l’attivismo di Pechino, sta permettendo ad Abe, oltre che a dar fiato ad un certo giustificabile revisionismo storico, anche di far lievitare le spese militari a quasi 5 mila miliardi di yen (quasi 40 miliardi di euro) nel bilancio per l’anno fiscale 2015.

Il Giappone dunque dovrà scegliere cosa fare in futuro, e lo dovrà fare in modo rapido: o guardare ancora ad Occidente, quale sua estemporanea appendice estrema, oppure rimettere piede in Asia, riconquistando così non soltanto un ruolo nel continente, ma anche la sua perduta identità.

 

Gabriele Gruppo

 

Fonte del capitolo

www.ispionline.it

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