L’Occidente: analisi e riflessioni (quarta parte)

L’Occidente: analisi e riflessioni (quarta parte)

In questi tempi di equilibri precari e di grandi incognite, appare evidente la necessità di mettere in chiaro “chi siamo” e quali potrebbero essere gli sviluppi del futuro prossimo. Nessuno di noi potrà sottrarsi alle responsabilità che la storia ci porrà innanzi al cammino, sia per quella che è la nostra vita attualmente, sia quanto ci sentiamo parte o meno del modello vigente. Poco importa quale ruolo noi oggi rivestiamo nella storia contemporanea; presto dovremo mettere in conto la concreta ipotesi di dover operare delle scelte radicali. Meglio esserne pienamente consapevoli.

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership

Se ne sente parlare poco, almeno in Italia. Qualche cenno di tanto in tanto sui media principali in occasione di incontri d’alto rilievo politico tra i capi di Governo, scarne informazioni sui suoi contenuti, anche perché le trattative sono a tutt’oggi segrete, poca chiarezza quindi su modalità e finalità di quello che dovrebbe rappresentare il punto di partenza dell’integrazione economica tra il Primo Occidente ed il Medio Occidente; questo in sintesi ciò che conosce la maggior parte delle persone sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), da alcuni anni oggetto di trattative ed attualmente in fase di stallo.

Nel documento diffuso dalla UE il 9 Ottobre 2014, che è comunque l’unico ufficiale oggi disponibile in materia, il TTIP viene definito “un accordo commerciale e per gli investimenti”. L’obiettivo dichiarato dell’accordo (piuttosto aleatorio e generico) è “aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali”. L’accordo dovrebbe agire quindi in tre principali direzioni: aprire una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, uniformare e semplificare le normative tra le due parti abbattendo le differenze non legate ai dazi (le cosiddette Non-Tariff Barriers, o NTB), migliorare le normative stesse.

Questi i campi d’intervento sintetizzati dal documento diffuso dall’UE:

1-L’accordo deve contenere esclusivamente disposizioni, applicabili tra le Parti, in materia di scambi commerciali e di questioni attinenti al commercio. Esso deve confermare che il partenariato transatlantico sugli scambi e sugli investimenti si basa su valori comuni, comprese la tutela e la promozione dei diritti umani e la sicurezza internazionale.

2-L’accordo deve essere ambizioso, globale, equilibrato e pienamente coerente con le norme e gli obblighi previsti dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC)

3-L’accordo deve prevedere la reciproca liberalizzazione degli scambi di beni e servizi nonché norme riguardanti questioni attinenti agli scambi commerciali, con ambizioni molto elevate che vanno oltre gli impegni esistenti nell’ambito dell’OMC.

4-Gli obblighi assunti nell’ambito dell’accordo saranno vincolanti per tutti i livelli di governo.

5-L’accordo deve essere composto di tre elementi chiave: a) accesso al mercato, b) questioni normative e ostacoli non tariffari e c) norme.

Tutti e tre gli elementi saranno negoziati in parallelo e formeranno parte di un unico sforzo in modo da garantire un risultato equilibrato tra la soppressione dei dazi, l’eliminazione di inutili ostacoli normativi agli scambi e il miglioramento normativo, conseguendo un risultato consistente in ciascuno dei tre elementi nonché un’efficace apertura dei reciproci mercati.

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento:

1 – Accesso al mercato

L’accesso al mercato riguarda quattro settori: merci, servizi, investimenti e appalti pubblici.

Si prevede l’eliminazione di tutti i dazi sugli scambi bilaterali di merci “con lo scopo comune di raggiungere una sostanziale eliminazione delle tariffe al momento dell’entrata in vigore dell’accordo”. Sono previste misure antidumping, cioè per evitare la vendita di un prodotto sul mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quello di vendita dello stesso prodotto sul mercato di origine, e misure di salvaguardia “che consentano ad una qualsiasi delle parti di rimuovere, in parte o integralmente, le preferenze se l’aumento delle importazioni di un prodotto proveniente dall’altra parte arreca o minaccia di arrecare un grave pregiudizio alla sua industria nazionale”.

La liberalizzazione riguarda anche i servizi, che andrebbe a toccare sostanzialmente tutti i settori; si prevede anche di “assicurare un trattamento non meno favorevole per lo stabilimento sul loro territorio di società, consociate o filiali dell’altra parte di quello accordato alle proprie società, consociate o filiali”. I servizi audiovisivi non sono inclusi, visto che già godono di una particolare condizione commerciale che ne favorisce lo sviluppo su più settori geografici, utilizzando le nuove tecnologie satellitari.

La liberalizzazione riguarda anche gli appalti pubblici, per “rafforzare l’accesso reciproco ai mercati degli appalti pubblici a ogni livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e quello dei servizi pubblici, in modo da applicarsi alle attività pertinenti delle imprese operanti in tale campo e garantire un trattamento non meno favorevole di quello riconosciuto ai fornitori stabiliti in loco”. Insomma aziende europee potranno partecipare a gare d’appalto statunitensi e viceversa, anche se non risulta chiara la necessità, e le ipotizzate ricadute positive, di aprire tale settore ad una simile rivoluzione.

C’è infine un capitolo sugli investimenti e la loro tutela: nel negoziato è previsto l’inserimento dell’arbitrato internazionale Stato-imprese (il cosiddetto ISDS, Investor-to-State Dispute Settlement). Si tratta di un meccanismo che consente agli investitori di citare in giudizio i Governi presso corti arbitrali internazionali, cosa al quanto pericolosa, visto che porrebbe l’impresa privata sullo stesso livello di uno Stato sovrano.

2 – Questioni normative e ostacoli non tariffari

L’obiettivo è “rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il miglioramento della cooperazione tra autorità di regolamentazione”.

Le barriere non tariffarie sono misure adottate da un mercato per limitare la circolazione di merci e che non consistono nell’applicazione di tariffe; quindi non si parla di dazi. Sono limiti di altro tipo: limiti quantitativi, per esempio, come i contingentamenti (che consistono nel fissare quantitativi massimi di determinati beni che possono essere importati) o barriere tecniche e di standard (cioè di regolamento). Un esempio tra quelli più citati dai critici: negli Stati Uniti è permesso somministrare ai bovini sostanze ormonali, nell’UE è vietato e infatti la carne agli ormoni non ha accesso a causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo.

3 – Norme

L’ultimo punto prevede un miglioramento della compatibilità normativa ponendo le basi per regole globali. È una dicitura piuttosto generica, e non priva di chiaroscuri, ma si afferma che sono compresi i diritti di proprietà intellettuale. Si evince poi che andranno favoriti gli scambi di merci rispettose dell’ambiente e a basse emissioni di carbonio, che vanno garantiti “controlli efficaci, misure antifrode, disposizioni su antitrust, fusioni e aiuti di Stato”, lo scandalo Volkswaghen rientrerebbe in tale ambito. Si afferma poi che l’accordo deve trattare la questione “dei monopoli di Stato, delle imprese di proprietà dello stato e delle imprese cui sono stati concessi diritti speciali o esclusivi”, e le questioni dell’energia e delle materie prime connesse al commercio. L’accordo deve includere “disposizioni sugli aspetti connessi al commercio che interessano le piccole e medie imprese” e “deve contemplare disposizioni sulla liberalizzazione totale dei pagamenti correnti e dei movimenti di capitali”.

Il problema, se vogliamo utilizzare eufemisticamente tale termine, è che a pieno regime il TTIP implementerebbe sia le istanze più aggressive neo liberiste sugli Stati europei, sia la sudditanza degli interessi degli stessi nei confronti del colosso a stelle e strisce, in quanto esso rappresenterebbe, tra le due parti, l’elemento dominante, coeso politicamente ed economicamente. Mentre i risvolti negativi per gli USA sarebbero limitati a qualche capitolo relativo ai farmaci, ritenuti meno affidabili quelli europei rispetto agli standard nordamericani, aumento della dipendenza dal petrolio non shale, cui l’Europa fa ancora un grande utilizzo, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli Stati Uniti a regolamentazioni sui contratti occupazionali troppo stringenti, rispetto alla tradizionale iper flessibilità d’oltre Atlantico.

Decisamente più pesanti le criticità che il TTIP, nei suoi risvolti applicativi, riserverebbe per il Vecchio Continente:

– I paesi dell’UE hanno adottato le normative formulate dall’ONU che si occupano di lavoro (ILO), gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori europei, rispetto a quelli più labili presenti negli USA.

– L’eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci renderà più facile per le imprese scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali, cosa che avvantaggia gli Stati Uniti.

– L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM (su questo punto, non ci sono però ancora notizie precise).

– Il trattato avrebbe conseguenze negative anche per le piccole e medie imprese, e in generale per le imprese che non sono multinazionali e che con le multinazionali non potrebbero reggere la concorrenza.

– Ci sarebbero anche rischi per i consumatori perché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti. In Europa vige il principio di precauzione (l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi) mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzo monetario). Oltre alla questione degli OGM, questa critica viene sollevata relativamente all’uso di pesticidi, all’obbligo di etichettatura del cibo, all’uso del fracking per estrarre il gas e alla protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori.

– I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici quindi secondo i critici si rischia la loro scomparsa progressiva. Sarebbe a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute, che sarebbero esposti alla più selvaggia libera concorrenza.

– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe insomma la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale internazionale su contraffazione, pirateria, copyright, e brevetti la cui ratifica fu respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo, ponendo così una pietra tombale sulla sua applicazione sostanziale.

Siamo della convinzione che il TTIP rappresenti uno di quei processi d’integrazione ed omologazione economica interna alla globalizzazione, ideato prima della crisi del 2007/2008, che avrebbe dovuto interconnettere le due sponde dell’Atlantico in un unico mercato, in grado di fungere da area omogenea economicamente matura, rispetto a quelle in fase nettamente più espansiva. Come detto nel primo capitolo di questo articolo lo scenario è mutato, ed il rallentamento dell’economia mondiale ha posto l’interruzione della fase di armonizzazione delle diverse macro-aree economiche del pianeta, ivi compresa quella occidentale. Il TTIP risulta quindi uno strumento spuntato, il cui fine ormai sembra più quello d’essere un nuovo modus operandi per l’asservimento politico europeo nei confronti degli Stati Uniti, cui preme mantenere almeno le proprie prerogative di primato sull’unica area del pianeta in cui non sono ancora presenti altri competitors di rilievo, ed in cui l’UE non rappresenta al momento un valido argine a tali istanze revansciste da parte di Washington.

Che i negoziati sul TTIP siano in difficoltà lo dimostra il fallimento dell’ultimo round, l’undicesimo, tra UE ed USA; colloqui bilaterali intercorsi nella città statunitense di Miami a fine 2015, che non hanno portato a nessun risultato, se non a rimarcare la distanza tra le due parti su temi fondamentali come la sicurezza alimentare, i diritti di rivalsa delle multinazionali nei contenziosi legali con enti pubblici, e non ultima l’ingerenza finanziaria neo liberista sulle strutture di welfare degli Stati europei. Il Presidente statunitense Barack Obama, desideroso di inanellare al suo scarno carniere almeno questo trattato, prima dello scadere del suo mandato, ha dovuto constatare l’impossibilità di proseguire celermente con i negoziati.

A nostro giudizio, l’eventualità non remota di una nuova contrazione dell’economia mondiale, che prevediamo potrebbe palesarsi verso la metà del 2016, porrà seri impedimenti a che il TTIP prosegua il suo cammino, cosa per non spiacevole, visto che in sintesi altro non era se non un nuovo cappio al collo dell’Europa. Invitiamo comunque i nostri lettori ad informarsi meglio, circa le vicissitudini prossime di tale negoziato, in quanto esso s’è svolto da sempre tra burocrati e neo liberisti delle due sponde d’Atlantico, senza che i singoli Stati d’Europa potessero intervenire nelle trattative o avere prospetti sulle questioni in gioco. Per nostra fortuna, visto che l’Italia accoglie sovente normative non vagliate dalla sua classe politica, in Germania il movimento di opposizione al TTIP risulta fortissimo e trasversale, tanto che proprio in occasione dell’ultimo round di negoziati USA/UE, alti esponenti della politica germanica hanno dichiarato che: “(…) è da escludersi che il Bundenstag ratifichi un contratto commerciale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti non avendo la Germania mai partecipato ai negoziati e non avendo nemmeno potuto prendere in considerazione opzioni alternative”. Più chiaro di così…

 

Fonti del capitolo

Direttive di negoziato sul Partenariato transatlantico per gli scambi e gli

investimenti tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America (documento UE)

 

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