L’Occidente: analisi e riflessioni (terza parte)

L’Occidente: analisi e riflessioni (terza parte)

In questi tempi di equilibri precari e di grandi incognite, appare evidente la necessità di mettere in chiaro “chi siamo” e quali potrebbero essere gli sviluppi del futuro prossimo. Nessuno di noi potrà sottrarsi alle responsabilità che la storia ci porrà innanzi al cammino, sia per quella che è la nostra vita attualmente, sia quanto ci sentiamo parte o meno del modello vigente. Poco importa quale ruolo noi oggi rivestiamo nella storia contemporanea; presto dovremo mettere in conto la concreta ipotesi di dover operare delle scelte radicali. Meglio esserne pienamente consapevoli.

Il Medio Occidente: gli Stati Uniti

Avendo analizzato il ruolo degli Stati Uniti in moltissimi articoli passati ed in numerose occasioni durante questo nostro lavoro, riteniamo opportuno, per il seguente capitolo, limitarci ad un bilancio della Presidenza Obama che andrà ad esaurirsi nel 2016, aprendo così la strada al mutamento d’inquilino della Casa Bianca nel Novembre prossimo.

Che dire, il Presidente Barack Obama, in carica per due mandati (otto anni in tutto), non lascerà certo un ricordo indelebile nella storia mondiale né tanto meno in quella patria, questo è poco ma sicuro. Definito al suo esordio dai cantori del progressismo mondiale come un “Kennedy nero”, del suo lontano (viso pallido) predecessore non ha dimostrato nemmeno di saper averne lo stile originale e carismatico, capace di far presa sull’immaginario collettivo. Il quasi ex Presidente Obama ha promesso molto ed ottenuto poco, predicando benissimo durante il primo mandato (2009/2012), e razzolando in modo diametralmente opposto in quello che sta per terminare.

Negli Stati Uniti si suol dire che se un esponente politico riesce a percorrere due mandati presidenziali, il primo dovrebbe essere utilizzato per mantenere le promesse, il secondo per entrare nella storia.

Analizzando il primo mandato il bilancio non ci sembra esaltante.

Come aveva promesso durante la sua prima corsa alla Casa Bianca, Barack Obama è riuscito ad introdurre una riforma della finanza, il Financial Stability Plan (FSP), incentrata sull’evitare  rischi futuri provocati dagli eccessi speculativi di Wall Street, eccessi che avevano alimentato la crisi economica del 2007/2008. Tuttavia, proprio durante l’iter del FSP, l’allora Segretario al Tesoro Timothy Geithner, uomo Federal Reserve, riuscì a mitigare tale riforma svuotandola di fatto nei contenuti più penalizzanti per la finanza speculativa che, passata la tempesta, è tornata a “giocare” in modo spregiudicato centinaia di milioni di dollari, tra reali e virtuali, attraverso prodotti derivati ad alto rischio. Una libertà di manovra dovuta grazie anche alle politiche d’intervento valutario della Fed, che hanno letteralmente inondato di liquidità il sistema economico USA per anni, così capace di superare la crisi ma  ponendo gravi ipoteche debitorie sul futuro prossimo della nazione.

Nel 2010 Obama firmò la storica riforma sanitaria, attraverso la quale era prevista la copertura assicurativa a 32 milioni di americani che ne erano sprovvisti, ed ha esteso il Medicaid, il programma assicurativo per i poveri attraverso il budget federale.

La riforma poteva anche avere un impatto decisivo, ma la maggior parte degli americani, culturalmente impreparati in materia, non ha mai compreso la riforma e non ne ha mai goduto reali benefici, mentre i repubblicani già promettono di abrogarla in futuro, nel caso di una presidenza posta sotto loro egida. Circa venti Stati dell’Unione hanno inoltre aperto azioni legali contro la riforma nel corso degli anni, inficiandone così gli effetti sul sistema sanitario nazionale che, nel suo complesso, resta quello di sempre.

Gli Stati Uniti sarebbero dovuti diventare nei progetti iniziali di Obama una nazione capace di essere d’esempio nella lotta al riscaldamento globale.  Tuttavia Obama non è mai riuscito a far approvare al Senato, nemmeno quando i democratici detenevano la maggioranza dei seggi, la legge con cui intendeva combattere il cambiamento climatico, nonostante l’impegno internazionale reiterato più volte, anche nell’ultimo vertice sul clima svoltosi a Parigi nel Dicembre 2015, di tagliare le emissioni di gas serra negli Stati Uniti del 17% entro il 2020. In compenso l’implementazione delle ricerche estrattive di shale oil e shale gas mantengono, seppur in modo autarchico, la dipendenza statunitense dagli idrocarburi.

In politica estera, se la Presidenza Bush era caratterizzata da un interventismo rozzo e sul messianico ruolo degli Stati Uniti nel Mondo, Obama ha tirato sostanzialmente i “remi in barca”, inaugurando con l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton l’avvento del nebuloso soft power; una sorta d’ingerenza democratica di Washington nei diversi scacchieri geopolitici, vedi le sedicenti “Primavere Arabe”, per poi ripiegarsi in un balbettio di buone intenzioni e di scarsi risultati con l’avvento dell’attuale Segretario di Stato John Kerry, la cui capacità di gestire la proiezione statunitense in ambito internazionale è da valutarsi pari a zero, o quanto meno degna di un dilettante.

Il secondo mandato targato Obama appare, ad esser buoni, ancora meno entusiasmante e la nostra intenzione è quella di soffermarci più che altro sui poco noti risvolti della politica economica interna di questa Presidenza, il cui risultato più vistoso riguarda il debito pubblico USA. Il Kennedy nero è riuscito, infatti, a stabilire un record che probabilmente rimarrà, questo sicuramente sì, nella storia: ha aumentato il debito pubblico statunitense più lui che tutti i suoi predecessori messi insieme.

Per la fine 2016, quindi tra un anno, le stime previste dai maggiori centri d’analisi finanziaria americani parlano già chiaramente; la Presidenza Obama sarà riuscita nella sua chiusura a creare tanto debito pubblico quanto ne avevano fatto tutti gli altri 43 Presidenti degli Stati Uniti, da George Washington a George W.Bush, in oltre 225 anni di storia!

Attualmente, infatti, il debito pubblico americano supera i 18 mila miliardi di dollari e cresce al ritmo di 3,45 miliardi al giorno, quindi, secondo gli analisti finanziari raggiungerà i 20 mila miliardi alla fine del mandato presidenziale di Obama (Novembre 2016) e dato che quando è stato eletto per la prima volta (Novembre 2008) il debito pubblico americano era pari a 10 mila miliardi di dollari, i conti sono presto fatti, e non sono proprio una garanzia per la solidità del colosso nordamericano, viste le nubi di una nuova crisi dell’economia mondiale che partirà proprio nel 2016. E’ bene ricordare, cosa che noi facciamo da sempre, a chi con enfasi parla di “locomotiva” americana in ripresa, giusto per qualche dato relativo ad occupazione e consumi interni, che questa sedicente ripresa economica made Obama poggia su pilastri al quanto instabili e contingenti ad un preciso ciclo post bolla sub prime del 2007. Ciclo che si sta per esaurire.

Per prima cosa, in barba alla presunta anima “verde” dell’establishment democratico, Obama in testa, gli USA sono riusciti ad emanciparsi parzialmente dalla dipendenza da fonti energetiche straniere, che erano principalmente provenienti da Nigeria, Venezuela e soprattutto da  Arabia Saudita, non utilizzando fonti rinnovabili ma implementando l’estrazione interna di idrocarburi, come già descritto più volte in lavori precedenti, supportando così la (pseudo) ripresa economica statunitense anche attraverso questo tipo di sinergia composta da minori costi d’importazione delle materie prime, e sviluppo dell’industria estrattiva, con relativo indotto, e con la prospettiva di far diventare gli USA da importatore netto di idrocarburi, ad esportatore di alto livello. Una chimera comunque, infatti è bastato che il cartello OPEC decidesse per tutto il 2015, su spinta saudita, di stroncare l’industria dello shale oil statunitense, attraverso un ribasso considerevole del prezzo del greggio OPEC sui diversi mercati d’export, per far riportare già dei contraccolpi considerevoli su questo pilastro della ripresa nordamericana.

La questione “lavoro” risulta poi quanto mai difficile. Attente analisi dei dati, lontane dalle campane a festa che ascoltiamo sui media italici circa la ripresa a stelle e strisce, fanno riscontrare un radicale cambiamento del modello lavorativo degli americani, un cambiamento in senso peggiorativo, che avrà fatto anche scendere in questi ultimi tre anni fino al 5% il livello ufficiale della disoccupazione USA, ma dagli effetti sociali devastanti. Grazie alla politica occupazionale della Presidenza Obama, la classe media s’è impoverita drasticamente, dopo aver subito la batosta del 2007/2008, e molte sue porzioni sono andate ad ingrossare quello che potremmo ben definire un “neo proletariato” urbano, caratterizzato da condizioni economiche instabili, dovute alla precarietà dei tipi di lavoro offerti dal mercato, e ai bassi salari conseguenti, che costringono sempre più lavoratori ad accettare due impieghi contemporaneamente pur di raggiungere un salario decente. Nessuno poi cita il numero di “inattivi” negli USA; ovvero di quei disoccupati che hanno rinunciato a cercare lavoro. Offriamo perciò un paragone che può chiarie le idee: il numero di inattivi negli Stati Uniti ha riportato la forza/lavoro della nazione a livelli numerici di quarant’anni fa, nonostante la popolazione attuale sia, rispetto a quell’epoca, considerevolmente cresciuta. Aggregando il tasso di disoccupazione ufficiale (5%), con quello degli inattivi (tra il 10% ed il 15%), si arriva alla percentuale incredibile del 15% di senza lavoro, anche se altre fonti ne denunciano un buon 20%. Questi numeri fanno letteralmente a pugni con il livello di ricchezza posseduto da una minima parte degli americani: soltanto l’1% della popolazione USA detiene il 50% della ricchezza nazionale! E dire che una delle perle della demagogia di Obama & C. è sempre stata quella relativa ad un’attenzione “particolare” verso i più poveri da parte di questa Presidenza, ormai al suo capolinea.

Infine, giusto per rimarcare la pesante eredità che gli USA dovranno gestire nel dopo Obama, la dipendenza della super potenza dagli investimenti esteri è diventata una sorta di intoccabile caposaldo per il “mito” della ripresa, talmente importante da costringere addirittura il Tesoro a falsare le notizie sulle reali intenzioni dei vari creditori esteri, Cina, Giappone ed Europa, nel proseguire un massiccio sostegno al debito di Washington. Il debito pubblico continua ad aumentare ed allo stesso tempo vengono meno i finanziatori, la Fed non potrà più proseguire nella sua politica di stimoli valutari, e quindi il tracollo degli Stati Uniti non potrà che essere questione di poco tempo, forse accompagnerà l’inizio della prossima legislatura, e chiunque sarà al timone della Casa Bianca non potrà che spendere qualche maledizione verso chi l’ha preceduto.

 

Fonti del capitolo

StampAlternativa (wordpress.thule-italia.net)

Rivista Thule-Italia, anno 2014: “Il XXI secolo e la civiltà degli idrocarburi”

www.wallstreetitalia.com

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