L’Occidente: analisi e riflessioni (seconda parte)

L’Occidente: analisi e riflessioni (seconda parte)

In questi tempi di equilibri precari e di grandi incognite, appare evidente la necessità di mettere in chiaro “chi siamo” e quali potrebbero essere gli sviluppi del futuro prossimo. Nessuno di noi potrà sottrarsi alle responsabilità che la storia ci porrà innanzi al cammino, sia per quella che è la nostra vita attualmente, sia quanto ci sentiamo parte o meno del modello vigente. Poco importa quale ruolo noi oggi rivestiamo nella storia contemporanea; presto dovremo mettere in conto la concreta ipotesi di dover operare delle scelte radicali. Meglio esserne pienamente consapevoli.

Il Primo Occidente: l’Europa

E’ molto difficile parlare di Europa oggi, in quanto non è chiaro a nessuno che tipo di Europa si voglia edificare per secolo nuovo.

L’Europa è stata il fulcro primigenio di quel che è l’epoca in cui viviamo, ne è stata la matrice, e la sua parabola declinante fu prefigurata ben prima del secondo conflitto mondiale, avvenimento storico spartiacque che ne decretò il declino, sancendo sia la fine del suo primato, sia l’avvento dell’Occidente atlantico. Sì, perché l’Europa altro non è se non il Primo Occidente, quello spazio geografico e di civiltà che ebbe relazioni dirette, ed interconnessioni forti con le altre due direttrici che, in questi mesi, abbiamo tratteggiato; l’Est ed il Sud.

Cos’è l’Europa del XXI secolo?

E’ per noi doloroso dirlo ma essa non rappresenta più nulla di fondamentale per il resto del pianeta, tutt’al più potrebbe essere metaforicamente paragonata ad un “circolo di signore per bene”, così come definimmo questo continente già qualche anno fa. Il Vecchio Continente è “vecchio” in ogni senso. Vecchie sono le residuali manie di protagonismo di alcune sue nazioni, Gran Bretagna e Francia ad esempio, che ancora hanno l’ambizione di poter avere un ruolo di autonomia rispetto al padrino statunitense, ma che in realtà null’altro sono se non delle tigri di cartapesta, timorose di dover affrontare un’epoca di nuovi ruggenti leoni, capaci, loro sì, di tener testa ai colpi di coda dell’imperialismo a stelle e strisce. Vecchi sono i suoi problemi, derivati da un declino tanto culturale quanto biologico dei suoi popoli, incapaci ormai di sentirsi comunità e che prediligono il termine società. In fine, vecchio è il suo approccio con il resto del Mondo, in cui prevale quello stupido senso di superiorità morale, dovuto al semplice fatto di aver abbracciato in modo supino i dogmi della democrazia rappresentativa, che è stata capace di coltivare una classe dirigente politica mediocre ed estemporanea, e del liberismo economico, andando in alcuni casi persino contro i propri interessi, pur di non ricevere dalla finanza apolide qualche lettera scarlatta sotto forma di rating.

Quel che resta del sedicente sogno europeista è rappresentato in certe occasioni dal richiamo ad una comune radice continentale fondata su principi che, di fatto, hanno sgretolato quella che era la vera forza vitale dell’Europa; la differenziazione dei suoi popoli, capaci tuttavia di strutturare una civiltà votata ad un’univoca volontà di potenza. Vedere le macerie di quello che fu un grande continente è, per noi, una ferita aperta e dolorosa.

Non possiamo essere fieri di quella che è l’Europa con cui dobbiamo confrontarci. Gli anni dell’ultimo entusiasmo per il futuro globalizzato che si prospettava ad inizio secolo, in cui appunto l’Europa si arrogava il ruolo di super potenza morale, democratica e pacifista, hanno lasciato il posto, dopo la grande crisi economica, ad una stagnazione non soltanto materiale, in punti di PIL, ma soprattutto hanno reso il nostro continente completamente asservito a logiche mercatistiche. Chi domina oggi l’Europa non è un popolo o uno Stato, cosa che sarebbe stata auspicabile, bensì delle élite tecnocratiche, che utilizzano i mediocri burattini del democraticamente corretto quale paravento dei loro interessi e dei progetti che hanno posto in cantiere. Ci fa sorridere chi afferma che l’attuale Unione Europea sia “a guida tedesca”. La Germania della nostra epoca non è né il Reich della Casata degli Hohenzollern, né quello del Nazionalsocialismo, bensì una semplice macchina economica, votata all’autodistruzione etnica, e alla perdita della propria identità in nome del multiculturalismo e del meticciato, funzionali alla sacralità della “crescita” del PIL, e a meri calcoli di medio termine sulla tenuta del sistema federale tedesco inquadrato in ambito UE e dell’area euro.

Non esiste quindi nessuna forza identitaria che domini l’Europa, e ciò rappresenta una vera sconfitta per un continente che ha fatto della sua identità il proprio punto di forza lungo secoli di storia.

Quella che attualmente definiamo “Unione Europea” (UE), altro non è che un controsenso. Non è una federazione di popoli o di Stati, retti da univoche linee/guida in ambito politico o di strategia geopolitica, non è una comunità di culture che perseguano l’intento di offrire al Vecchio Continente una prospettiva unitaria fondata sulla preservazione e sullo sviluppo delle identità specifiche, armonizzate da una volontà di potenza. L’Unione Europea non è che un’accozzaglia di economie, tenute insieme a forza da una moneta leviatana, cui per altro non tutti gli Stati dell’UE aderiscono, condizionata da ossessive regole di bilancio e da una ricerca spasmodica di stabilità finanziaria, condizioni adatte solamente all’appetibilità presso i mercati di borsa e agli investimenti extraeuropei, uniche ambizioni dei tecnocrati che governano questa entità politicamente acefala, in cui l’unica Istituzione forte, e realmente determinante, non è altro che la Banca Centrale Europea (BCE), verso cui guardano con ossequio tutti i burattini che governano le diverse cancellerie del Vecchio Continente assoggettate all’euro.

Paradossalmente questa unione, il cui fine doveva essere quello di sostituirsi agli Stati/nazione, fu posta in essere durante gli anni di “vacche grasse”, in cui si decantava la fine della storia, ed in cui nel mondo poteva esserci spazio per un’Europa unificata, ricca e stabile. I processi d’integrazione continentale avvenivano, fino al 2008, nella più demagogica spensieratezza, e si prospettava la lenta disgregazione delle identità nazionali, ad opera di un processo di omologazione generazionale lento ma costante. L’unilateralismo statunitense dei primi anni del secolo era visto come un atteggiamento da criticare in modo blando e distaccato; infondo l’Europa poteva farsi scudo della propria volontà di assurgere a super potenza morale, una sorta di “faccia accomodante” dell’Occidente atlantico ed americanizzato, nonostante alcune importanti nazioni all’interno dell’UE; Gran Bretagna, Italia e Spagna, avessero intrapreso la via del collaborazionismo attivo verso il gendarme di Washington, nella sua presunta lotta al terrorismo globale in terra afgana ed irachena.

Già in tale frangente storico si creò una frattura comunque ben visibile sia all’interno dell’Europa che all’esterno di essa, una delle numerose che si sono succedute in questi anni di crisi geopolitiche ed economiche, che non hanno fatto altro che rimarcare l’inconsistenza del sogno unitario continentale, le cui fondamenta si fanno sempre più fragili.

Occorre cambiare il modo con cui vediamo, e giudichiamo, l’Unione Europea, provando anche ad ipotizzare un suo mutamento essenziale nell’ambito dell’attuale assetto multipolare che domina il nostro tempo, senza lasciarci affascinare da teorie ed idealismi che sovente dimenticano il contesto storico in cui siamo. Se di un’automobile non apprezziamo le prestazioni del motore, perché cambiare tutta l’automobile? Cerchiamo invece di modificare al meglio, anche radicalmente, quelle parti che non corrispondono alle aspettative e alle esigenze che ci siamo posti, con qualche cosa di più prossimo ai nostri scopi.

Da un punto di vista geopolitico l’Unione Europea è un’entità più virtuale che reale.

Le nazioni del Mondo nel XXI secolo sono divise grossolanamente in tre categorie:

1-Potenze globali, aventi dimensioni continentali. Per intenderci Russia, Cina, India, Stati Uniti e per certi aspetti Brasile, che per motivi combinati di estensione geografica, di popolazione e d’importanza economica, hanno grosse capacità di proiezione strategica e competitiva.

2-Potenze regionali. Queste nazioni hanno, nel corso degli ultimi vent’anni, acquisito un peso politico ed economico in specifiche aree strategiche del pianeta. Iran e Turchia nell’ambito arabo/musulmano, il Venezuela nel Centro America durante la fase ascendente del chavismo, o il Kazakistan in Asia centrale.

3-Soggetti “al seguito”. Tutte le restanti nazioni del pianeta, che sovente, per cause e motivazioni differenti, gravitano nella sfera d’influenza tanto delle potenze globali che di quelle regionali.

L’Unione Europea di fatto non rientra in nessuno dei tre gruppi indicati, pur avendo tutte le caratteristiche per assurgere al ruolo di potenza globale. Questo per l’assenza di una politica estera comune, che abbia un approccio ideologico e pratico definiti, e di una reale ossatura di politica economica integrata, oltre che, cosa fondamentale, di una prospettiva politica unitaria che non implichi la distruzione delle sue differenziazioni interne o che, per contro, ne esasperino i risvolti più centrifughi, come nel caso del regionalismo. Elementi fondamentali questi, ancora appannaggio dei singoli Stati da cui è composta, la cui mancanza rendono l’Unione un soggetto tratteggiato in modo approssimativo, che a livello internazionale non riveste un ruolo decisivo, se non per velleitarie questioni poste nell’ambito del pensiero debole, quali l’esportazione della democrazia, la difesa dei diritti umani o i vertici sull’inquinamento globale. Tutte tematiche dal peso specifico pari a zero nel processo di definizione di una grande potenza moderna, capace di potersi confrontare alla pari di altre nel quadro delle relazioni multipolari.

Gli Stati europei che ancora detengono posizioni internazionali di rilievo, Gran Bretagna, Francia e Germania, faticano a mantenere le loro prerogative con sempre maggior evidenza; strette tra l’impossibilità di essere delle potenze globali, e la mancanza di volontà fin qui tenuta nel rafforzare gli strumenti dell’Unione Europea che potrebbero svolgere un ruolo in tal senso. La Gran Bretagna, come precedentemente scritto, ha di fatto surrogato la propria indipendenza politica ed economica alle scelte di Washington, ritagliandosi in questi decenni il ruolo di servile portabandiera degli interessi a stelle e strisce in Europa.

Il contenitore vuoto deve essere perciò riempito, occorre dargli nuove funzioni che garantiscano gli interessi del Vecchio Continente nelle sue componenti nazionali, ed implementare la capacità di proiezione strategica europea nelle aree di maggior interesse planetario. Creare una vera economia comune portatrice degli interessi dei popoli e non delle multinazionali apolidi o delle lobbies finanziarie, e che sviluppi un sistema sinergico che dia una voce chiara e una forza armonica alle peculiarità dei popoli europei. Ritenere che nazioni singole come la Spagna o la Germania ad esempio, seppur depositarie di un grande passato, possano evitare la forza travolgente delle nuove potenze globali è pura utopia. Così com’è inopportuno sperare che il soggetto ibrido denominato “Unione Europea”, con tutte le sue imperfezioni e lacune, possa essere ritenuto credibile di fronte alle sfide del XXI secolo. La crisi dell’area euro, così come si è articolata dal 2007/2008 ad oggi, e come sta procedendo nella sua ciclica riproposizione, o la così detta “emergenza migranti”, hanno dimostrato tutta la debolezza e l’inconsistenza che contraddistingue il processo d’integrazione continentale fin qui portato avanti; temi sempre affrontati con modalità emergenziali, e con visioni d’intervento di breve respiro.

Pur credendo fermamente nelle prerogative specifiche delle singole nazioni e dei popoli, non possiamo che ritenere indispensabile, se vogliamo veramente sopravvivere come entità storica e culturale, indirizzare gli sforzi dei popoli europei verso una reale integrazione positiva, capace di far parlare l’Europa con una voce sola nel Mondo del XXI secolo.

Per prima cosa serve che tra i membri dell’Unione i mercati di beni industriali e dei servizi siano gradualmente regolati da norme univoche, che superino o eliminino quelle esistenti, e garantiscano un comune codice che disciplini lo sviluppo dell’economia europea, pur mantenendo costante la necessità di non livellare le caratteristiche nazionali, ma di armonizzare le differenze in un quadro organico. Anche nei regolamenti contrattuali per i lavoratori del continente, deve essere costruita una legislazione uniformante valida per tutte le nazioni, così come nelle politiche di welfare, capace di rispondere sia alle necessità d’innovazione, sia al mantenimento di quelle tutele sociali che hanno reso l’Europa un vero esempio di progresso in tal senso. La debolezza del troppo diversificato sistema europeo in queste materie, e la gelosia dei singoli Stati per i propri modelli interni di riferimento, complice anche la crisi economica ed i suoi strascichi strutturali, hanno messo a nudo tutta l’inadeguatezza di gran parte delle politiche nazionali presenti nell’UE nel reggere l’urto della competitività globale, prestando così il fianco alla speculazione apolide, che pochi anni fa ha approfittato dell’instabilità finanziaria dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) quale falla da cui entrare per destabilizzare l’area euro, e quindi l’Unione nel suo complesso. Attualmente tale pericolo appare scongiurato, grazie all’interventismo monetario posto dalla BCE in questo frangente di crisi, tuttavia il problema resta, ed una nuova prossima contrazione dell’economia mondiale, già prevista per il 2016, potrebbe riportare in auge tutta l’inadeguatezza strutturale del sistema Europa.

Occorre smetterla con il divario tra nazione facenti parte dell’Unione Europea, e nazioni dell’area euro. Tutti gli Stati rappresentati nell’UE devono, e sottolineiamo devono, aderire anche alla moneta comune, che andrebbe sicuramente ripensata nel suo ruolo economico continentale. In quanto l’armonia del processo integrativo dei soggetti del Vecchio Continente non può più ammettere i “distinguo” valutari, o il mantenere un piede in due scarpe ad opera di alcuni Stati. Le singole divise monetarie di Stati facenti parte dell’UE ma non dell’area euro, come la sterlina inglese o la corona svedese, recano incongruenze nei processi decisionali economici dell’UE, e limitano fortemente la credibilità d’Europa nel suo complesso, ritenuta debole politicamente e alla mercé di soggetti più forti meglio organizzati.

La Banca Centrale Europea dovrà avere potere di vigilanza attraverso maggiori prerogative rispetto all’attuale missione di tenuta della stabilità inflattiva, e la facoltà d’intervento negli squilibri sistemici dei circuiti bancari dei singoli Stati. Tuttavia, perché ciò possa rappresentare una vera svolta, le singole banche centrali dovranno ritornare di proprietà degli Stati, quindi dei popoli, e non avere al loro interno influenze di tipo privatistico, e la gran parte dei circuiti creditizi andranno nazionalizzati. Dall’Eurotower di Francoforte non dovranno più essere consentite pericolose esposizioni debitorie degli istituti di credito continentali, o eccessi speculativi sui mercati finanziari, attraverso strumenti di controllo operativi e sanzionatori, tipici delle banche centrali nazionali. In particolare dovrà avere luogo la separazione netta tra banche commerciali e banche d’affari presenti in ambito UE; queste ultime verranno sottoposte ad un regime di sorveglianza speciale, da parte unicamente della BCE, fino al loro definitivo superamento, in quanto fonte d’infezione neo liberista.

La BCE non potrà mai essere un prestatore di ultima istanza nelle vertenze relative ai debiti sovrani, come la Federal Reserve Bank statunitense, se prima non verrà posto in essere da parte degli Stati aderenti all’UE una cessione di sovranità, con la messa a disposizione di percentuali di patrimonio pubblico, a garanzia della stabilità della BCE stessa.

Le politiche di reperimento e gestione delle risorse energetiche, e quelle di pianificazione infrastrutturale d’interesse continentale dovrebbero essere centralizzate. Il coordinamento di questi fattori potrebbe essere appannaggio di due consigli comunitari specifici, composti da plenipotenziari nazionali, che garantiranno per prima cosa la priorità degli interessi generali dell’Unione, rispetto a diatribe interne ai singoli Stati, in base ad un mandato di collaborazione vincolante, che abbia come punto di partenza lo sviluppo settoriale, inquadrato nel primato dell’Unione. Tali enti potrebbero avere potere d’intervento diretto, e non negoziabile, sui territori interessati.

Le finanze pubbliche dei singoli Stati, pur restando parzialmente autonome, a nostro giudizio dovranno contemplare la presenza di una soprintendenza vigilante comunitaria, cosa che già avviene, seppur con criteri di fondo ed una visione unicamente ragionieristica, e non pertinente con i dettami di difesa delle prerogative dei popoli. Le politiche di bilancio, lasciate alla discrezionalità pura delle istituzioni nazionali, seppur utili mal si coniugano con il processo integrativo continentale, e non garantiscono di evitare situazioni che pongano in serio pericolo l’intera Unione; così come si evince dalla passata condizione di crisi dell’area euro, scatenata da agenti speculativi endogeni al continente, che trovarono varchi in situazioni endogene ad esso, in alcuni casi condizionati da eccessi nella spesa pubblica poco oculata e clientelare; vedi Grecia.

Il secondo passo sarebbe la creazione di un direttorio europeo d’azione politica.

Il Parlamento europeo, la Commissione europea, il Consiglio d’Europa e tutta la burocrazia stratificatasi tra Bruxellese Strasburgo, sono una pletorica somma di enti inutili. Fatta salva la Corte di Giustizia dell’Unione, che comunque necessiterebbe di una revisione delle proprie funzioni, nel quadro delle nuove figure di coordinamento e controllo precedentemente tratteggiate, non occorrono doppioni comunitari di istituzioni presenti già nell’ordinamento politico dei singoli Stati membri.

La difesa delle specificità nazionali, in particolare, non necessita di rappresentanze partitiche continentali, o di un super governo. Restiamo fermi nella nostra convinzione di fondo: che per armonizzare l’Unione occorra che le rappresentanze politiche dei popoli europei svolgano funzioni proponenti, mentre le istituzioni apicali del continente rivestano il ruolo di vigilanza del rispetto delle priorità d’interesse comune, e di rappresentanza dell’Unione Europea sugli scacchieri globali, attraverso una politica estera aggregata.

Una maggior devoluzione di competenze periferia/centro non implicherebbe necessariamente la perdita d’indipendenza delle nazioni interne all’UE, quanto una presa d’atto della necessità di velocizzare e coordinare i processi decisionali più importanti per l’Europa, lasciando agli organi politici “locali” il compito di recepire ed applicare tali decisioni comuni, pur mantenendo un alto grado di autonomia in ambiti specifici, che toccano direttamente il carattere distintivo dei popoli.

Più che da un super governo europeo, o da un elefantiaco parlamento comune, gli Stati/nazione del continente dovranno far convergere la loro necessaria esigenza di rappresentatività in un direttorio d’azione politica, che dia voce alle singole istanze, ma che sia capace d’intervenire nella scelta delle priorità da seguire, per rafforzare il processo integrativo, e l’affermazione di una solida identità europea in campo internazionale.

Inutile negare che il peso specifico degli Stati sarà diverso in questo direttorio, ma occorre una svolta dirigista, capace di far prevalere per certi aspetti salienti il modello o i modelli che risultino essere maggiormente efficaci nel confronto con le altre potenze globali.

Le nazioni d’Europa possono e devono mantenere delle prerogative intoccabili, che comunque non andrebbero ad incidere sul progetto comunitario, o sul soggetto rappresentativo in gestazione, se si utilizzasse una certa dose di pragmatismo politico, accompagnata dalla certezza di poter raggiungere, attraverso un coordinamento di obbiettivi globali, risultati mai ipotizzati dai Trattati di Roma ad oggi, che ridarebbero all’Europa quel ruolo nel Mondo sottrattogli dai loschi figuri della foto di Yalta.

Ai puristi del nazionalismo, alle vestali dell’ortodossia patriottarda, queste nostre proposte suoneranno oscene. Ne siamo certi. Tuttavia, in un’epoca come questa, ci domandiamo quanto potremmo durare, soli soletti, nelle nostre gloriose ma piccole patrie avite d’Europa, rispetto alle dinamiche globali. Il Vecchio Continente, pur mantenendo le specificità insite che l’hanno caratterizzato e reso grande per secoli, non può più permettersi il lusso di procrastinare la comparsa di un soggetto politico articolato, che lo rappresenti in modo unitario, capace di coniugare le caratteristiche peculiari dei popoli europei, con la dinamicità di un’azione di coordinamento efficace e di ampio respiro storico.

Le politiche agricole, parte della giurisdizione penale e civile e dei i sistemi scolastici, le tradizioni culturali, etico/morali, e tutto quello che tocca da vicino l’identità dei popoli europei non necessitano di avere una serrata irreggimentazione attraverso l’azione politica dei centri apicali dell’Unione, quanto un naturale interscambio tra gli Stati/nazione, che è già insito nella comunità d’intenti superiori.

Negli anni di crisi dell’area euro il processo di cessione di sovranità degli Stati ha avuto una decisa accelerazione. Perché dunque non cogliere l’occasione per elaborare un progetto d’integrazione diverso da quello percorso fino all’inizio del XXI secolo?

Invece di partorire mostruose, quanto inutili, costituzioni continentali, o mantenere in vita l’elefantiaco Parlamento europeo, servono strumenti più diretti, senza intermediazioni bizantine. Ponendo quale primo traguardo politico la convergenza d’interessi differenti e differenziati, contro il rischio d’abbordaggio definitivo della finanza apolide contro l’Europa.

Questa lezione deve essere recepita anche da chi vorrebbe per l’Europa una classe dirigente più attenta ai popoli che ai mercati, alla difesa identitaria rispetto alle istanze della globalizzazione.

Gli ideali devono concretizzarsi in modelli organizzativi seri e pragmatici, capaci di dare risposte certe a problematiche concrete. Come affermiamo da molto tempo, la retorica del “sangue contro l’oro” non basta più, così come non è più rinviabile lo svilupparsi di un nuovo iter politico che integri nell’Unione le nazioni, senza che esse sentano violate le loro prerogative di specificità. Allo stesso tempo deve prendere corpo la consapevolezza che solamente bilanciando cessioni di sovranità su questioni strategiche, con le diverse specificità nazionali, si potrà evitare per l’Europa di tramutarsi in quello che a suo tempo definimmo un “circolo di signore per bene”, legate al passato ma prive di una spinta vitalistica verso il futuro.

 

Nota dell’autore

Il presente capitolo rappresenta lo sviluppo consequenziale del nostro precedente lavoro: “Focus Europa”. Edito in due parti dalla Rivista di Thule-Italia nell’anno 2012.

(segue)

 

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