L’Occidente: analisi e riflessioni (prima parte)

L’Occidente: analisi e riflessioni (prima parte)

In questi tempi di equilibri precari e di grandi incognite,appare evidente la necessità di mettere in chiaro “chi siamo” e quali potrebbero essere gli sviluppi del futuro prossimo. Nessuno di noi potrà sottrarsi alle responsabilità che la storia ci porrà innanzi al cammino, sia per quella che è la nostra vita attualmente, sia quanto ci sentiamo parte o meno del modello vigente. Poco importa quale ruolo noi oggi rivestiamo nella storia contemporanea; presto dovremo mettere in conto la concreta ipotesi di dover operare delle scelte radicali. Meglio esserne pienamente consapevoli.

L’Occidente: fine di un primato e globalizzazione

Per ben due secoli l’Occidente, nell’accezione più ampia del termine, ha dominato sotto tutti i punti di vista, diventando l’asse portante del pianeta nel suo percorso di sviluppo moderno e, negativamente, anche contribuendo in modo decisivo alla decadenza di quel “Mondo della Tradizione”, che aveva mantenuto quasi inalterata fino ad allora la sua natura e i suoi ritmi millenari in gran parte dei continenti.

Il primato dell’Occidente ha avuto origine dalla prorompente vivacità culturale e dall’aggressività politica ed economica dell’Europa occidentale, palesatasi in modo organico con gli Stati nazionali fin dal termine del XVIII secolo, per poi trasferirsi dal 1945, dopo il fatidico secondo conflitto mondiale, oltre Atlantico, in un primato dell’Ovest rinnovato ed incarnatosi nel dominio statunitense. Al netto di quel che può essere la verità storica, ovvero che gli Stati Uniti siano senza dubbio una sorta di filiazione degenere dell’Europa, tra questi due modelli di primato il divario intrinseco è stato sostanziale; colto ed elevato quello europeo, il cui fine era un dominio imperiale che, nonostante tutto, preservava ancora dei blandi principi differenzialistici ed identitari. Grossolano ed omologante quello degli Stati Uniti, caratterizzato da una spinta quasi messianica all’universalismo, la cui vera natura è però sempre stata quella di asservire il pianeta alla demonia economico/finanziaria di quelle lobbies plutocratiche onnipotenti, che ne hanno indirizzato la storia e la politica fin dai primi anni dell’indipendenza (4 Luglio 1776). Si potrebbe quindi ben distinguere in certi tratti della storia tardo/moderna l’esistenza di un conflitto interno all’Occidente, per lo più mai dichiarato apertamente, se non in alcune fasi del XX secolo, in particolare dalle ideologie identitarie del Vecchio Continente. Un conflitto in cui il primato dell’Ovest europeo ha avuto la peggio, rispetto a quell’Ovest americano, che ha saputo abilmente inserirsi nelle due guerre mondiali, trionfando così quale beneficiario ultimo del dissanguamento delle nazioni d’Europa, “liberate” dagli Stati Uniti ma destinate al consequenziale tramonto della loro potenza, e a un ruolo di sudditanza sempre più marcato. L’esempio più lampante di tale processo di svilimento delle prerogative di potenza d’Europa è ben rappresentato dalla Gran Bretagna; ostile alla nascita degli Stati Uniti, con cui ingaggiò un’aspra guerra per impedirne l’indipendenza, sprezzante nei loro confronti durante i decenni del suo primato coloniale planetario, per giungere in fine a doverne completamente accettare la supremazia durante le fasi salienti della sordida Conferenza di Yalta (Febbraio 1945), in cui il moribondo Presidente statunitense Roosevelt impose la propria linea di accondiscendenza con l’Unione Sovietica al sedicente “alleato” europeo, il Primo Ministro britannico Churchill che, di fatto, rimase estromesso da qualsiasi libertà d’azione o d’influenza nelle scelte finali rispetto al potente, e prepotente, “alleato” atlantico.

L’Occidente nella seconda metà del XX secolo è perciò stato senza dubbio dominato dalla pax americana, il suo sviluppo organico è avvenuto sotto l’egida dell’atlantismo; un’amplificazione in sintesi di quei principi che avevano nella democrazia rappresentativa il caposaldo politico, e nel libero mercato, declinato però in forme più o meno ortodosse in Europa, il caposaldo economico. Tutto questo nel quadro della contrapposizione con il blocco sovietico, ed in cui il resto del pianeta vedeva soggetti che, di volta in volta, potevano essere vicini ad uno o all’altro dei due “mondi” dominanti, o potevano scegliere una linea di equidistanza da essi. In tale contesto storico, che a dire il vero non può certo esser considerato esteso da un punto di vista temporale, il “mondo” occidentale ha raggiunto il culmine del benessere materiale e dell’influsso tanto politico quanto culturale (o pseudo culturale), rispetto ad un pianeta che, al netto del modello sovietico, sembrava destinato a stare in posizione di subalternità e di soggezione rispetto al baricentro nordatlantico. Un “mito” quindi, quello del modello occidentale, che era parametro di successo in ogni campo, un primato che in teoria avrebbe dovuto essere la stella polare del progresso per ogni popolo, anche e soprattutto dopo il collasso del modello sovietico; quest’ultimo impossibilitato in fieri a rappresentare un esempio competitivo nel medio/lungo termine rispetto all’Occidente, e fatalmente destinato a scomparire dopo una terminale breve fase di paralisi, in cui l’URSS guidata dal Segretario del PCUS Gorbačëv tentò in vano di riformare internamente le proprie strutture, nella speranza di poter sopravvivere al proprio fallimento ideologico, storico e, quindi, esistenziale.

Deve comunque esser tenuta in considerazione una cosa di estrema importanza: nonostante la vittoria di Pirro sul modello sovietico, il primato assolutistico dell’Occidente atlantista non ha comunque goduto di una duratura conquista temporale. La sua vocazione universalistica, infatti, unita al progredire dei nuovi dettami del liberismo economico/finanziario, cui tutto il pianeta ad oggi aderisce seppur declinandolo in diverse forme, ne hanno decretato il dissolvimento progressivo in quella che è oggi maldestramente definita “comunità internazionale”, ovvero uno degli attori presenti nell’evo contemporaneo multipolare e globalizzato del XXI secolo, in cui si contrappongono realtà diverse, a volte conflittuali, anche se non integralmente antitetiche.

L’Occidente è attualmente una voce nel consesso mondiale, seppur ancora di peso, ma non quella prettamente dominante o che possa vantare delle prerogative assolute ed inderogabili di primato, rispetto a quelle soggettività politiche, economiche e di potenza, che si sono poste ed imposte alla ribalta dell’ultima quindicina d’anni. La vocazione disgregatrice ed omologante dei principi occidentali, presenti in stato embrionale fin dalla loro prima teorizzazione moderna, quella per intenderci che andò ad animare tutte le rivoluzioni borghesi del XVIII secolo, ha portato dopo duecento anni alla paradossale subalternità dell’Occidente geografico, Nord America e parte dell’Europa, ad un processo di mutamento del concetto di primato, che non sembra più essere appannaggio solamente di un popolo o di una sommatoria di nazioni, come fu fino al 1989, bensì anche di forze sovranazionali ed apolidi, libere da vincoli geografici o culturali, capaci di imporsi in modo invasivo rispetto alla vita di popoli e nazioni, spesso addirittura surclassando tali sovrane forme di organizzazione umana, in nome di precetti che non si fondano sulla res pubblica o sul primato della comunità, bensì sul dogma del profitto e del suo essere perseguito sfruttando qualsiasi condizione favorevole.

Analizzando questa vera e propria involuzione del primato occidentale/atlantico, possiamo affermare sena alcuna remora che il Nazionalsocialismo sia stato sicuramente l’ultimo argine che si poteva contrapporre con efficacia sia alla deriva atlantista dell’Europa, sia al prevalere delle forze disgregatrici ed apolidi che premevano per l’avvento della supremazia statunitense e, quindi, della sua successiva degenerazione, sfociata in quella che oggi è indicata con il termine “globalizzazione”.

Non sembri questa una forzatura ideologica ma una nostra certezza. Infatti, solamente una forza capace di fondere ed armonizzare istanze di modernità con ancestrali principi identitari poteva ambire ad interrompere il percorso a tappe che ha in primis orbato l’Europa occidentale del suo ruolo storico, e che ha successivamente fatto tracimare a livello mondiale i piani della finanza apolide d’integrazione ed omologazione planetaria, posti a pieno regime con l’avvento del nuovo secolo; in cui il primato americano altro non è stato se non l’incubatore perfetto di tale processo, cui oggi si delega tuttavia un ruolo sempre meno determinante, in quanto esauritasi quasi completamente la sua funzione di potenza unilaterale.

Proprio nell’ambito del presente articolo ci sembra perciò opportuno porre in essere quella che è per noi la “globalizzazione”, che dall’Occidente ha avuto sena alcun dubbio il suo punto di origine.

Per prima cosa vorremmo specificare due concetti per noi di fondamentale importanza: la globalizzazione NON E’ UN PROCESSO NATURALE e NON E’ UN FENOMENO IRREVERSIBILE.

Come detto in precedenza il fenomeno denominato globalizzazione è una filiazione diretta della degenerazione di principi universalistici, che hanno trovato nell’Occidente atlantista la loro prima area di sviluppo. In particolare, i dettami economici liberisti, che hanno nell’universalismo occidentale una delle loro fonti ideologiche e di legittimazione, rappresentano il vero motore della globalizzazione. L’idea che essa sia un processo cui la storia avrebbe inevitabilmente teso giungere, risiede nel “mito del progresso” economico sena limiti geografici e senza più impedimenti frutto delle naturali (queste sì) differenze tra popoli, culture e civiltà, coltivato da molte scuole di pensiero moderne e post moderne. Un progresso omologante, capace di adeguarsi in un primo momento alle peculiarità delle diverse popolazioni del pianeta, per poi soppiantarle da un unico stile di sviluppo, in cui l’elemento economico andrebbe a disintegrare i fattori diversificanti: dalla politica alla religione, dalla cultura ai processi di produzione/consumo, ecc. Il tutto corroborato da un altro “mito” progressista, che vede nell’avanzamento tecnologico capillarmente diffuso un fattore capace di sancire nuove forme di libertà individuale e di benessere, svincolate da ogni limes identitario.

In questa prospettiva possiamo cogliere l’essenza più deviata dell’occidentalismo applicata ad una logica universalistica, in cui, come poc’anzi accennato, l’elemento Ovest non è più sinonimo di una precisa area geografica o di civiltà, bensì l’edulcorazione di questi due elementi nell’ideologia mondialista ed economico/liberista. Non v’è nulla di naturale nella globalizzazione, essa rappresenta per lo più una fase storica in cui l’ideologia mondialista ha provato ad innescare un percorso a tappe partito dall’Occidente e diffusosi nel resto del pianeta, attraverso il processo d’integrazione di macro aree economiche nei diversi continenti.

Nel suo processo di sviluppo la globalizzazione è partita fattivamente da un punto “A”, ed avrebbe in seguito dovuto giungere al suo compimento quasi definitivo in un punto “B” nell’arco di qualche decennio.

Il punto “A” era rappresentato dall’Occidente atlantico che, sul finire del XX secolo deteneva il primato di modello vincente uscito dalla lunga fase di equilibri che furono propri alla Guerra Fredda. In tale contesto storico, caratterizzato da un formale unilateralismo detenuto dal Stati Uniti, con l’Europa occidentale a fungere da cavalier servente dei burattinai di Washington e di Wall Street, si sarebbe dovuta porre in essere l’enfasi modernizzatrice apportata dal libero mercato e dal commercio internazionale, ormai indipendenti da problematiche dovute a contrapposizioni geopolitiche su vasta scala, cui avrebbero dovuto trarre beneficio aree potenzialmente promettenti di sviluppo economico. L’Occidente avrebbe garantito la stabilità sostanziale planetaria, attraverso l’unilateralismo militare statunitense, permettendo così alle forze economiche e finanziarie di potersi radicare in altre aree del pianeta, e di espandere i processi di produzione/consumo tipici del modello occidentale.

Il primo decennio del XXI secolo non è stato altro che l’articolarsi di questo percorso.

Tuttavia, nonostante la pervicacia con cui la globalizzazione s’è articolata nei cinque continenti, il fatidico traguardo, ovvero il punto “B”, non è stato raggiunto nei tempi previsti, ed anzi, sono state smentite tutte quelle ipotesi che davano per certo il suo compimento.

Il motivo di tale mancato traguardo, che rende tutta la globalizzazione di fatto ferma su di un binario morto, è riscontrabile negli effetti dovuto alla crisi economica iniziata tra il 2007 ed il 2008 partita proprio dall’Occidente atlantico.

Molto s’è detto e scritto sulla prima crisi economica nell’era della globalizzazione, e non riteniamo sia questa la sede opportuna per analizzarne le cause e la cronistoria. Quel che ci preme sottolineare è che in ragione di tale emergenza economico/strutturale, non è avvenuto il famoso “passaggio di consegne” tra la declinante potenza occidentale e le nuove realtà economiche: Cina, India e Brasile, solo per citare i più importanti soggetti che sembravano destinati a sorpassare a colpi di crescita in punti di PIL i maturi modelli di sviluppo di Stati Uniti ed Europa occidentale. Ciò è avvenuto in ragione della necessità di evitare un tracollo complessivo dell’intero Ovest investito dalla crisi finanziaria, ammortizzando tale valanga proprio attraverso la crescita delle così dette economie emergenti, in una sorta di compensazione planetaria, che ha sicuramente evitato il peggio ma che ha, come detto, orbato il processo di globalizzazione in quelli che erano i tempi previsti ad inizio secolo. In oltre, cosa se vogliamo ancora più incisiva, la realizzazione di grandi fusioni tra economie regionali, lo sviluppo di nuovi mercati di produzione/commercio/consumo, e la loro successiva integrazione in un armonioso consesso globalizzato, appaiono compromessi o, quanto meno, fortemente limitati.

L’Occidente ha dunque una doppia responsabilità. In primis, attraverso il primato statunitense, ha permesso l’instaurarsi a guida del globo di un modello degenerato, che ha finito con il far porre in essere la primarietà della visione economico/finanziaria, rispetto a quella identitaria e comunitaria, per poi infettare, attraverso l’utopia universalista di tale visione, il procedere della storia e lo sviluppo del futuro, facendo della globalizzazione il veicolo di contagio sia degli aspetti più deleteri dell’occidentalismo, sia il rischio di un collasso sistemico generalizzato, che è soltanto rimandato, ma che sarà inevitabile.

La globalizzazione, proprio per tali ragioni, non è un processo irreversibile, in quanto, un suo tracollo, porterà a ridefinire assetti economici, geopolitici e ad abbandonare concetti che, fino ad oggi, sembravano essere il destino improrogabile cui il pianeta era destinato. E’ sintomatico di ogni crisi che colpisca un’epoca di grande prosperità, la storia è lì a dimostrarlo; non esistono forme di sviluppo eterne, ma una ciclica sequenza di albe e tramonti, ed il tramonto sta per giungere. Nella nostra Weltanschauung ciò sta a significare che per l’Ovest, ed in particolare per quella parte dell’Europa che è da sempre il primo occidente, è tempo di un ritorno, anche duro e drammatico, alle origini, ovvero al ripristino delle sue fondamenta comunitarie ed identitarie a discapito di quel che nella nostra contemporaneità, con senile tenacia, tenta di sopravvivere a sé stesso.

Ciò non è da ritenersi un male assoluto, né una iattura, bensì la logica conclusione di un tragitto verso il nulla che ha anteposto l’economia ed il profitto, agli uomini e alle loro civiltà differenziate.

 

Nota dell’autore

Il presente capitolo è frutto unicamente delle teorizzazioni che abbiamo sviluppato in questi anni.

(segue)

 

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