La lunga notte di Erdoğan

La lunga notte di Erdoğan

L’ultimo anno è stato per la Turchia estremamente turbolento e carico di tensioni.

Un anno in cui lo Stato anatolico ha dovuto affrontare sia criticità interne, di natura tanto terroristica quanto politica, sia criticità esterne, per via della posizione di Ankara nei confronti della guerra civile siriana, e della conseguente ondata migratoria che vede il territorio turco utilizzato quale “ponte” verso l’Europa.

Da un anno la Turchia è posta sotto l’attacco continuo dallo Stato Islamico, o di chi per esso, e dei separatisti curdi del PKK, in un connubio tra vecchie e nuove tensioni. Dal mese di Luglio del 2015, all’ultimo attentato all’aeroporto internazionale di Istanbul, sono stati circa 200 i morti e migliaia i feriti, provocati da terroristi suicidi che si sono fatti esplodere in mezzo alla folla, o dalle autobomba esplose ad Ankara e nelle principali città della nazione; colpendo indistintamente civili inermi ma anche, e forse soprattutto, militari e forze di polizia.

Una vera e propria strategia della tensione, in cui il mix prodotto dalla mai risolta “questione curda” e dagli effetti collaterali dell’ambiguità dell’attuale leadership al potere nei confronti dello Stato Islamico, ha scadenzato anche la dialettica politica nazionale turca; già da molto tempo divisa tra la fiducia nei confronti dell’uomo forte Erdoğan, cui vanno comunque riconosciti grandi meriti al netto delle critiche sulla sua evoluzione istituzionale, e coloro che vorrebbero ritornare ad una Turchia pre-Erdoğan.

I militari che, nella tarda serata di ieri, hanno cercato di defenestrare il Sultano, si rivolgevano fiduciosi a quel 50% di turchi che vorrebbero lasciarsi alle spalle la stagione politica dell’islamismo identitario in salsa turca, che dura ormai da oltre un decennio, per riportare la propria nazione verso quei binari che l’avevano resa una vera e propria eccezione nel Mondo musulmano: laicità ed atlantismo.

Le condizioni sembravano ai golpisti all’apparenza favorevoli; l’escalation di attentati, certo, ma anche una palese difficoltà di Erdoğan nel mantenere quel ruolo di baricentro politico indispensabile per la nazione, cui però andavano sommati i timori e le accuse, sempre più frequenti, di voler trasformare la Turchia da una nazione (seppur limitatamente) democratica, ad una satrapia tanto de facto quanto de iure, attraverso un lento ma inesorabile smantellamento di quella costituzione kemalista, tanto cara proprio alla casta in divisa, con cui il Presidente ha sempre avuto un rapporto conflittuale.

Una difficoltà politica per Erdoğan nel mantenere questa vera e propria anomalia di un mutamento istituzionale in senso autoritario, operato con strumenti di volta in volta più decisi, ma sempre entro il rispetto formale della costituzione turca, sfociata nel Maggio scorso con le dimissioni di Ahmet Davutoğlu, sia dal ruolo di Primo Ministro, sia da Presidente dell’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), il partito su cui si fonda il potere del Presidente della Repubblica Erdoğan, in ragione di un dissidio crescente sul peso istituzionale e di prerogative tra i due esponenti politici.

Davutoğlu, in più occasioni da noi analizzato in diversi articoli, è stato il tessitore (secondo noi geniale) della nuova politica estera turca, e del riposizionamento geopolitico di Ankara, che avrebbe dovuto concretizzarsi in un bilanciamento tra gli storici rapporti con Stati Uniti ed Europa, ed i nuovi interessi nutriti per quel sogno “neo ottomano”, in cui si dovevano fondere, secondo Erdoğan e l’AKP, la tradizione culturale islamica, il nazionalismo secolarizzato, ed il ruolo della Turchia nel Grande Medio Oriente.

Un sogno ridimensionato negli ultimi anni dall’effimera eredità della sedicente “Primavera Araba”, che ha visto il progressivo fallimento della sperimentazione dell’Islam politico in Egitto e Tunisia, fortemente appoggiato dalla Turchia, e dall’ascesa dello Stato Islamico tra Siria ed Iraq, nel quadro macro regionale della lotta tra Arabia Saudita ed Iran, in cui Ankara riveste un ruolo palese da “terzo incomodo”.

In questo quadro si deve analizzare il fallito golpe militare di ieri sera.

Una parte dell’esercito, che oggi scopriamo esser stata relativamente minoritaria all’interno delle forze armate turche, riteneva che fossero maturi i tempi per assestare un colpo definitivo all’era Erdoğan; contando magari sull’appoggio di quei partiti d’opposizione, e su quelle frange della società civile turca, che non si riconoscono nell’attuale modello impernate nella nazione, e che ne avversano la leadership sempre più autoritaria.

Un fatale errore quello dei golpisti.

Poche centinaia di persone, tra Istanbul ed Ankara, si sono infatti precipitate nelle vie e nelle piazze a festeggiare i militari insorti, e non si sono viste immagini di adesione popolare massiccia al colpo di mano, così come invece ci furono qualche anno fa durante la presa di potere del Generale Abd al-Fattah al-Sisi in Egitto.

La gloria dei militari kemalisti s’è spenta in una notte, mentre l’astro di Erdoğan sembra esser tornato più fulgido, rispetto agli ultimi mesi in cui, tra scandali, attentati e problemi interni al suo partito, c’è stato chi con troppa enfasi già prospettava una sorta di suo tramonto imminente.

Durante le prime ore del golpe, quando ancora la situazione appariva confusa, abbiamo avuto modo di sentire fior di analisti recitare un prematuro de profundis di Erdoğan, palesando sicurezze e certezze fuori luogo, anche perché esternate lontano dai fatti e dal contesto.

Che il Sultano di Ankara non stia simpatico all’Occidente, specie ad una certa vulgata demo/progressista, è fuor di dubbio, che abbia delle problematiche nella gestione del suo regno anche, tuttavia la prudenza non ha certo brillato tra le due sponde dell’Atlantico, forse perché in alcune capitali occidentali questo golpe aveva ricevuto un avallo preventivo, forse frettoloso, che però non teneva conto della situazione reale della Turchia, e di quanto sia ormai radicato il potere di Erdoğan.

Non essendo noi degli habitué del facile complottismo, riteniamo che se un coinvolgimento occidentale ci sia stato nel fallito golpe, esso sia stato più formale che sostanziale, e decisamente sottotraccia.

Anche per questo motivo chi ieri sera marciava in divisa per le strade principali della Turchia, convinto di essere l’eroe che avrebbe riportato tutto “come prima”, all’alba di oggi (Sabato 16 Luglio) s’è trovato faccia a terra, solo, senza quel popolo che pretendeva di rappresentare, ma calpestato e sbeffeggiato da un altro popolo; quello che vede nel Presidente Erdoğan ancora il baluardo di una Turchia protagonista “a modo suo” di questo primo scorcio di XXI secolo.

Al netto di qualsiasi altra analisi possibile o di speculazione intellettuale e giornalistica, una sola cosa è certa ed innegabile: dopo una lunga notte pericolosa, per Erdoğan ed il suo potere si profila l’alba di un’indiscutibile libertà di manovra.

Nessuno andrà certo a disturbare il sonno di Kemal Atatürk, eroe e padre della patria, tuttavia di quella che fu la sua opera di costruzione di una Turchia occidentalizzata, da oggi, potrebbe cominciare a restare sempre meno traccia.

Gabriele Gruppo

 

 

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