A mente fredda (dopo il ballo in maschera)

A mente fredda (dopo il ballo in maschera)

La “festa” democratica in Europa è (per ora) conclusa, si torna ad una sedicente normalità, tra crisi migranti, crisi economiche, crisi di stabilità finanziaria, ecc.

Insomma, tutto uguale e tutto diverso.

Uguale perché, dopo le due tornate elettorali in Gran Bretagna e Spagna, svoltesi a pochi giorni l’una dall’altra, poco o nulla cambia sotto il cielo del Vecchio Continente. Almeno nel breve termine.

Tutto diverso perché, di fatto, s’è ormai capito che il “giocattolo” UE s’è rotto definitivamente, ed una sua frantumazione de facto sembra questione di tempo, mesi forse no, in pochi anni di sicuro, ma non nelle modalità che in molti tratteggiano, forse con un piglio entusiastico eccessivo.

Ma andiamo con ordine.

Il referendum britannico, e le nuove elezioni politiche in Spagna, le seconde nel volgere di neanche un paio di stagioni, ci consegnano un quadro molto chiaro.

La Gran Bretagna ha sancito ormai senza ombra di dubbio la sua volontà di permanere nell’ambiguità estrema di essere nazione europea, con interessi anti-europei.

Il processo di “separazione” dall’UE, sancito dalla pseudo sacralità del voto popolare abilmente eterodiretto, sarà talmente lungo ed articolato, che per veder la luce ci vorranno un paio di lustri, ad essere ottimisti, in tal modo Londra potrà mantenere in scacco la malaticcia Unione, senza più doversi preoccupare di apparire interessata al processo d’integrazione continentale. Una volontà d’integrarsi con l’Europa che, tra l’altro, non ha mai dimostrato in modo convincente, fin dai tempi della coriacea Margaret Thatcher.

Sentire le campane festanti di coloro che, dentro e fuori il Regno Unito, tifavano per una sua uscita dall’UE, risulta fastidioso tanto quanto il belare di coloro che si dolgono per il risultato positivo che ha premiato i sostenitori del leave.

Il “caso” britannico è talmente particolare, nelle sue implicazioni geopolitiche, sistemiche ed economico/finanziarie, che non vi sarà né a breve quella reazione a catena di “divorzi” dall’UE da parte di altre nazioni, e nemmeno il collasso dell’economia del Regno Unito per via della scelta dei suoi cittadini.

Politicamente oggi, Londra, è più in forma che mai nella sua opera di quinta colonna atlantista in Europa, in quanto il suo status di “separata in casa” gli porta in dote un potere contrattuale enorme, a fronte di un’accozzaglia di soggetti eurocratici, Commissione Europea, BCE, ecc., in perenne dissidio con gli Stati nazionali dell’UE, sul “che fare” in ogni situazione che vada oltre una certa difficoltà; vale a dire sempre.

La turbolenza sulle piazze finanziarie, in questi giorni post referendum, sono definite dal Wall Street Journal “scosse di assestamento” (VEDI), su cui interverranno con ogni probabilità le principali banche centrali delle economie avanzate, di modo da attutirne gli effetti e diminuire la durata dell’appetito speculativo.

La tanto temuta Brexit, dipinta alla stregua di una piaga biblica, con ogni probabilità si esaurirà nel giro di una settimana, così da poter permettere semplicemente di rendere soltanto più incerto il quadro politico europeo, che, tra l’altro, era comunque destinato a deteriorarsi a prescindere dal risultato.

In poche parole; nessun effetto domino interno all’UE, ma soltanto una calcolata manovra atlantica per indebolire politicamente il Vecchio Continente, probabilmente in vista di nuovi negoziati sul Trattato Transatlantico (TTIP), in cui Stati Uniti, Gran Bretagna, ed atlantisti europei, potranno contare sulla confusione generata all’interno dell’UE, e sulla divisione che opporrà i suoi diversi componenti. Il motto “divide et impera” sembra oggi quanto mai valido dalle parti delle consorterie anglo/americane.

Tutto da analizzare è poi il risultato elettorale spagnolo; vera cartina di tornasole per una certa idea di “ribellione” alternativa al potere politico dominante in Europa occidentale.

Le così dette forze spagnole anti-establishment, i movimenti Podemos e Ciudadanos, non sfondano, anzi, in alcuni casi vedono le loro velleità ridimensionate.

La Spagna non è forse più “indignata”?

Eppure la crisi economica fa ancora sentire i suoi effetti, e solamente l’inaspettata forza di Re Filippo VI sembra tener testa alle spinte secessioniste della Catalogna.

Evidentemente, dopo anni di sacrifici, gli spagnoli hanno stemperato i malumori, optando magari a denti stretti per una continuità nelle politiche di risanamento (volute dall’UE), e quindi offrendo una nuova possibilità, seppur risicata, al non certo rivoluzionario Partito Popolare di Mariano Rajoy, che dovrà certo elaborare delle alchimie per avere la maggioranza in parlamento, ma che potrà contare su di un consenso certo, e sul ridimensionamento delle forze pseudo alternative o, come si direbbe dalle nostre parti “populiste”.

Qui sta il bandolo della matassa, che dovrebbe far riflettere chi oggi sogna improbabili vittorie a portata di mano in Europa occidentale per partiti che si sentono o galvanizzati da recenti tornate elettorali, come il Movimento 5 Stelle in Italia, o che puntano a capitalizzare in patria la vittoria d’oltre Manica della Brexit, come il Front National in Francia, senza comprendere che nulla come il sistema vigente è oggi più che mai saldo, e capace di catalizzare un consenso magari non entusiastico nei toni, ma sicuramente più solido di quel che sembri a prima vista. L’Europa occidentale, rispetto all’Est europeo, non è più in grado di far emergere delle forze nazionaliste o identitarie capaci realmente di battere il sistema attraverso una critica propositiva, che non sia legata a formule superficiali o estemporanee. A parte l’incognita Alternative für Deutschland in Germania, di cui attendiamo uno sviluppo politico nel senso che noi auspichiamo, o il caso particolare austriaco, dai tratti specifici, molto simili a quelli riscontrabili nell’Est europeo, ad Ovest di Vienna e Berlino a parer nostro c’è poco o nulla su cui puntare speranze o spendere energie.

 

Gabriele Gruppo

 

 

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