Andare oltre: dal populismo ad un ideale per l’Europa

Andare oltre: dal populismo ad un ideale per l’Europa

Recentemente abbiamo avuto modo di ascoltare su Radio24 l’opinionista Sergio Romano, ex ambasciatore e uomo d’apparato, affermare senza ombra di dubbio che: “…in Europa è impensabile un ritorno a forme politiche autoritarie e nazionaliste come quelle degli anni ’30. L’Europa ha degli anticorpi democratici”.

Da un personaggio non certo stupido, uno storico raffinato come Sergio Romano, ci saremmo aspettati una maggior dose di prudenza, se non altro perché la storia non è mai scritta su scontati canovacci, ma segue andamenti propri che, in molte passate occasioni, hanno disatteso previsioni ed analisi di ogni tipo, in particolar modo quelle troppo perentorie.

Nella realtà l’attuale panorama politico europeo lascia ampi margini di dubbio, il suo sviluppo nel breve termine è tutt’altro che scontato, e le criticità emerse in questo secondo decennio del XXI secolo sono affrontate in modo approssimativo. I due grandi progetti d’integrazione continentale, l’Unione Europea ed il suo braccio economico/monetario, l’euro, furono pensati nell’ambito di una condizione di sviluppo storico stabile, privo di rilevanti scossoni, almeno per il Vecchio Continente, i quali dovevano poggiare su valori e principi che avrebbero rappresentato il supporto ideologico ed economico di tale percorso.

Se si osserva l’insieme dell’attuale situazione europea si capisce, anche in modo superficiale, che non esistono più né certezze preconfezionate, né prospettive risolutorie che passino attraverso l’utilizzo di vecchie procedure; come i numerosi vertici tra le nazioni del continente, e lo sterile dibattimento nell’ambito del Parlamento UE o della Commissione.

 

Spaccature e “distinguo” durante i vertici sembrano ormai una costante, da quanto essi si rivelino numerosi e sempre più profondi, blocchi sempre più compatti di Stati minano ogni decisione collegiale, le così dette Istituzioni comunitarie appaiono inadeguate come un elefante che cerca di camminare sul ghiaccio, nemmeno la tanto osannata Banca Centrale, retta dal plumbeo Mario Draghi, sembra capace di catalizzare consensi univoci sul suo operato. Dopo quasi otto anni dall’inizio della crisi sistemica della globalizzazione, iniziata nel 2007, l’Europa comunitaria arranca nel confronto/scontro continuo tra la guida a trazione tedesca del continente, e tutta una serie di Stati, Italia inclusa, che in modo diverso vorrebbero poterne fare a meno, pur non avendo né la forza politica per farlo, né la stabilità economica necessaria per sbattere i pugni sul tavolo di quei vertici che, di volta in volta, dovrebbero veder concretizzato il coordinamento dell’UE e dell’area euro, su temi come la flessibilità nei bilanci pubblici, le regole del sistema bancario continentale, o la capacità di evitare le ricadute della nuova frenata dell’economia mondiale, i cui prodromi già da mesi si profilano con i loro effetti sulle previsioni di crescita europea per i prossimi due anni.

Al quadro economico, non certo confortante, si sommano i cascami della spinta innaturale verso l’Europa di agglomerati allogeni afro/asiatici; provenienti da contesti di guerra (Siria, Iraq, Afghanistan, ecc.) o da quella che viene comunemente definita “migrazione economica”, eterodiretta sovente dall’interno stesso del nostro continente, in cui forze non troppo occulte, organiche al sistema dominante, vorrebbero letteralmente sostituire le popolazioni autoctone, definite “vecchie”, con una sorta di pot-pourri umano privo di forma, privo d’identità specifica ma meticcia, ritenuto “giovane”, e quindi, in prospettiva, più confacente alle necessità del libero mercato e della sua ricerca di nuove forme di consumismo massivo ed omologante.

Proprio la così detta “questione migranti” sta amplificando lacerazioni e spaccature, che già durante la gestione della crisi economica, e le difficoltà dei PIIGS nella gestione dei loro debiti Sovrani, avevano rotto l’incantesimo di un processo d’integrazione continentale apparentemente fluido e armonioso, in cui a prevalere doveva essere la cacofonica propaganda europeista, mentre, ogni voce dissenziente o critica, era posta in secondo piano nel dibattito politico. Già comunque in un recente passato la gestazione della monumentale, quanto velleitaria, Costituzione Europea aveva visto una prima significativa serie di fratture tra i vari Stati membri dell’UE; prodromo palese di un amalgama incompiuta e raffazzonata di essi.

La situazione è ad oggi mutata in modo significativo, e con effetti peggiorativi.

Ad ogni angolo d’Europa le spinte centrifughe aumentano di anno in anno, amplificando le loro motivazioni ed incidendo proprio in quel dibattito pubblico da cui dovevano essere escluse o, quanto meno, contenute.

Tuttavia, mentre proseguono le frizioni tra i diversi blocchi interni all’UE, e le fazioni che compongono tale sistema mostrano tutta la loro inadeguatezza nell’affrontare le sfide dell’ultimo decennio, anche il panorama delle forze anti-UE, o anti-euro, non rappresenta ancora nel suo complesso una valida alternativa al sistema vigente.

Innanzitutto v’è una distinzione netta tra la forza e la coerenza ad un’ideale identitario, presente tra i gruppi dell’Est europeo, rispetto a quelli dell’Ovest. E’ innegabile quanto l’idealismo etnico/identitario sia ad oggi molto più spiccato nelle nazioni slave o nell’avanguardistica Ungheria, dominata tanto dalla leadership nazionalista di Viktor Orbán, quanto dalla dinamica militanza identitaria espressa dal partito Jobbik, rispetto ai gruppi e movimenti presenti nelle nazioni dell’Europa occidentale; in cui sovente non troviamo una critica alle radici del modello vigente, quanto una semplice volontà di riportare tale modello alla situazione pre-crisi. Se prendiamo tre delle quattro nazioni di riferimento dell’Europa occidentale; Italia, Francia e Gran Bretagna, troviamo che i gruppi di critica politica all’UE, o all’euro, si limitano ad avere posizioni di retroguardia ideologica, incentrando i loro obiettivi su temi superficiali, e proponendo soluzioni spesso incongruenti. In Gran Bretagna l’United Kingdom Independence Party (UKIP), si limita alla questione della permanenza del Regno nell’UE, ma non v’è critica alcuna circa le fondamenta liberiste che hanno reso questa nazione una vera e propria quinta colonna atlantista nel Vecchio Continente. In Francia il pluridecennale Front National punta a riedificare la grandeur europea di Parigi in Europa, “dimenticandosi” di porre sul tavolo la grave situazione della sua conformazione etno/razziale interna. In ultimo l’Italia non presenta nessun movimento o partito di rilievo, che vada quindi oltre la semplice (seppur importante) testimonianza esistenziale, capace di oltrepassare il guano del dibattito politico con delle proposte concrete ed antagoniste. Quel che oggi rappresenta per noi la Lega di Matteo Salvini altro non è che il residuale folkloristico e demagogico di un partito che, in fasi alterne, ha avuto accesso nella gestione delle leve del potere nei più svariati livelli della Repubblica.

Abbiamo volutamente escluso da questa prima ridda di schematici esempi la situazione tedesca, baricentro politico di tutta l’UE, in quanto essa nel panorama dell’Europa occidentale reca differenze interessanti.

La Germania è, de facto, il motore politico ed economico dell’amalgama raffazzonata di Stati e di Istituzioni denominata Unione Europea. Berlino in questi anni tumultuosi ha dettato la “linea del rigore” quale soluzione alla crisi dei debiti Sovrani dei PIIGS; Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, imprimendo il suo dirigismo nel risanamento dei conti pubblici di questi Stati, attraverso le iniziative della Commissione Europea e della Banca Centrale, il cui compito è stato quello di far applicare, sotto mentita forma di decisioni collegiali, quel che in realtà è stata in buona sostanza una lunga serie di diktat finanziari, e di pressioni politiche miranti al varo di tutte quelle “riforme” essenziali, a detta del mercato, sia per la messa in sicurezza delle finanze di quegli Stati, sia per renderli più “competitivi” nel reperimento di finanziamenti esteri, attraverso il ridimensionamento delle politiche sociali e d’intervento pubblico nei settori economici.

Pur riconoscendo alla Germania un’innata capacità di guida continentale, unica nel suo genere, soprattutto oggi in mezzo a tanti vasi di coccio, riteniamo il suo agire in perfetta consonanza con i dogmi del neo liberismo: prevaricazione della finanza sull’economia reale e sulla politica, disintegrazione delle categorie produttive dipendenti attraverso precariato e compressione salariale, incentivazione di un’iniziativa privata ed individualistica mirante all’innestarsi della globalizzazione con sempre maggior forza, attraverso lo sposamento del baricentro d’azione economica, dal territorio nazionale ad ogni tipo di mercato potenzialmente più redditizio, sostituzione dell’ethnos differenziato ed identitario, con un mix di comunità allogene e di meticciato, al fine di creare un nuovo uomo/tipo europeo, che sia confacente alle necessità del consumismo globalizzato.

Berlino non ha fatto altro che riempire il vuoto dentro al contenitore chiamato UE, senza dover contendere una posizione dominante con nessun altro Stato. Così, quella che poteva essere con il Nazionalsocialismo una guida europea forte ed identitaria, mirante però al rispetto del patrimonio continentale diversificato, e di cooperazione socialista tra comunità nazionali simili, è divenuta oggi null’altro che la “prima della classe” in una scuola di neo liberismo.

Tuttavia, anche in Germania, sembra serpeggiare una crescente voglia di preservare non tanto un primato economico, o di supremazia interna all’UE, quanto la volontà di non autodistruggere la propria fisionomia, nel tentativo di seguire o di cavalcare la degenerazione imperante nel Vecchio Continente.

Così, anche la “prima della classe”, deve fare i conti con delle “stonature” interne, che vedono l’attuale classe dirigente guidata dal Cancelliere Merkel in deciso affanno elettorale.

In molti si sono limitati ad affermare che sia la crescente critica al modello d’integrazione UE, sia i grossolani errori sulla “questione migranti” del Governo tedesco, abbiano fornito combustibile al malcontento in Germania verso la propria classe dirigente.

C’è però da chiedersi se non sia il caso di andare oltre a questo tipo di semplicistica riduzione ad una sorta di “mal di pancia” circoscritto ad una specifica contingenza, quello che in realtà potrebbe essere il principio di un terremoto politico, dai connotati oggi ancora non definiti ma promettenti.

Alla luce di tale situazione, tratteggiata da noi per sommi capi, connotata da una profonda instabilità di fondo e da criticità evidenti, quel che ci si deve porre, quale focus ideologico, è il come si debba intendere la questione della critica al progetto comunitario europeo, non in chiave puramente demagogica, superficiale, ma più profonda ed articolata.

Il percorso dello sviluppo economico/sociale del Vecchio Continente ha, di fatto, disintegrato il concetto novecentesco di comunità nazionale, depotenziandone i caratteri identitari, e relegandoli in anfratti culturali sempre più angusti, non più portatori di una spinta propulsiva dei popoli, bensì di semplice fattore transitorio verso il nuovo archetipo di europeo “cittadino del Mondo”.

L’identità e l’identitarismo vengono dipinti dalla cultura ufficiale, e dal circo mediatico compiacente, quali fattori frenanti allo sviluppo del continente nell’ambito della globalizzazione. Soprattutto nelle nazioni dell’Europa occidentale, quelle più inquinate dal verbo anti-identitario, la perdita delle specificità e l’omologazione dei popoli, attraverso la presenza invasiva di comunità allogene d’ogni risma, non trovano né freni cultuali né valide opposizioni politiche, ed appaiono quali connotati di un “destino ineluttabile”, anzi, auspicabile, in ragione della contingenza demografica, sfavorevole all’ethnos europeo.

Serve quindi andare oltre sia all’accondiscendenza con tale visione distorta del futuro d’Europa, sia alla semplice critica superficiale recata dal populismo.

Le fondamenta su cui s’è poggiata l’Europa, in particolare quella occidentale, dal 1945 ad oggi ci stanno conducendo verso l’autoannientamento, e se non verrà creato un fronte di difesa valido esso sarà veramente definitivo ed ineluttabile. Vaste porzioni delle singole società nazionali sono ormai di fatto irrecuperabili, in quanto non più abituate a combattere, o anche semplicemente ad assumersi delle responsabilità che vadano oltre la contingenza della propria esistenza, o dello stile di vita caratterizzato da quell’individualistico benessere diffuso, pacifista e borghese, che fanno apparire l’europeo contemporaneo, agli occhi delle comunità allogene, come un gregge pronto per fuggire al primo ululare di lupi.

La dura lotta politica contro il sistema dominante deve dunque essere incentrata su di una volontà radicale di eliminazione del modello di sviluppo comunemente accettato, attraverso una nuova formula di conformazione identitaria dei popoli europei, suddivisi in territori nazionali che, nel caso dell’Europa occidentale, potranno anche non collimare con l’attuale suddivisione politica in Stati del continente. Nello specifico la rivoluzione dovrà colpire l’essenza ideologica del sistema dominante; non più cittadinanze o collettività ma popoli, non più l’economia quale spinta propulsiva dello sviluppo e del progresso, ma una riorganizzazione di forze politiche, culturali e spirituali (non necessariamente religiose), portatrici di una solida visione del mondo, e che diano forma alla materia economica secondo principi identitari. Ciò quale sintesi massima propositiva, se vogliamo in fase embrionale, ma che tuttavia non inficia la necessità e l’opportunità di poter approfondire tali capisaldi, rendendoli accessibili a quelle parti di società, o a quei singoli, che ancora potrebbero desiderare una concreta alternativa a quei dogmi che democrazia rappresentativa e liberismo hanno imposto quale unica via per l’Europa.

 

Gabriele Gruppo

 

 

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