Andare oltre: dal populismo ad un ideale per l’Europa (seconda parte)

Andare oltre: dal populismo ad un ideale per l’Europa (seconda parte)

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Proprio la così detta “questione migranti” sta amplificando lacerazioni e spaccature, che già durante la gestione della crisi economica, e le difficoltà dei PIIGS nella gestione dei loro debiti sovrani, avevano rotto l’incantesimo di un processo d’integrazione continentale apparentemente fluido e armonioso, in cui a prevalere doveva essere la cacofonica propaganda europeista, mentre, ogni voce dissenziente o critica, era posta in secondo piano nel dibattito politico. Già comunque la gestazione della monumentale, quanto velleitaria, Costituzione Europea aveva visto una prima significativa serie di fratture tra i vari Stati membri dell’UE; prodromo palese di un amalgama incompiuta e raffazzonata di essi.

La situazione è mutata in modo significativo.

Ad ogni angolo d’Europa le spinte centrifughe aumentano di anno in anno, amplificando le loro motivazioni ed incidendo proprio in quel dibattito pubblico da cui dovevano essere escluse o, quanto meno, contenute.

Tuttavia, mentre proseguono le frizioni tra i diversi blocchi interni all’UE, e le fazioni che compongono tale sistema mostrano tutta la loro inadeguatezza nell’affrontare le sfide dell’ultimo decennio, anche il panorama delle forze anti-UE, o anti-euro, non rappresenta ancora nel suo complesso una valida alternativa al sistema vigente.

Innanzitutto v’è una distinzione netta tra la forza e la coerenza ad un’ideale identitario, presente tra i gruppi dell’Est europeo, rispetto a quelli dell’Ovest. E’ innegabile quanto l’idealismo etnico/identitario sia ad oggi molto più spiccato nelle nazioni slave o nell’avanguardistica Ungheria, dominata tanto dalla leadership nazionalista dii Viktor Orbán, quanto dalla dinamica militanza identitaria espressa dallo Jobbik, rispetto ai gruppi e movimenti presenti nelle nazioni dell’Europa occidentale; in cui sovente non troviamo una critica alle radici del modello vigente, quanto una semplice volontà di riportare tale modello alla situazione pre-crisi. Se prendiamo tre delle quattro nazioni di riferimento dell’Europa occidentale; Italia, Francia e Gran Bretagna, troviamo che i gruppi di critica politica all’UE, o all’euro, si limitano ad avere posizioni di retroguardia ideologica, incentrando i loro obiettivi su temi superficiali, e proponendo soluzioni spesso incongruenti. In Gran Bretagna l’United Kingdom Independence Party (UKIP), si limita alla questione della permanenza del Regno nell’UE, ma non v’è critica alcuna circa le fondamenta liberiste che hanno reso questa nazione una vera e propria quinta colonna atlantista nel Vecchio Continente. In Francia il pluridecennale Front National punta a riedificare la grandeur europea di Parigi in Europa, “dimenticandosi” di porre sul tavolo la situazione critica della sua conformazione etno/razziale interna. In ultimo l’Italia, non presenta nessun movimento o partito di rilievo, che vada quindi oltre la semplice (seppur importante) testimonianza esistenziale, capace di oltrepassare il guano del dibattito politico con delle proposte concrete ed antagoniste. Quel che oggi rappresenta la Lega di Matteo Salvini altro non è che il residuale folkloristico e demagogico di un partito che, in fasi alterne, ha avuto accesso e gestione delle leve del potere nei più svariati livelli della Repubblica.

Abbiamo volutamente escluso da questa prima ridda di schematici esempi la situazione tedesca, ed in misura minore quella greca, in quanto esse nel panorama dell’Europa occidentale recano differenze interessanti.

(segue)

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