Il vuoto fattosi normalità

Il vuoto fattosi normalità

Non veniamo ormai più turbati da quello che si rivela essere il mediocre fattore umano, italiano ed europeo, del nostro contemporaneo. Non ci stupisce più di quanto l’Occidente, quale fonte di malata civilizzazione universalista e mondialista, sia capace di produrre così tanto letame ed in modi sempre più diversi e drammaticamente grotteschi.

Per questo motivo il nostro approccio a tematiche per così dire “socio/culturali” risulta privo di quelle venature passionali un po’ sterili, e nemmeno è caratterizzato da slanci volti alla redenzione di masse bipedi, che si accalcano verso il nulla.

Cinici? No, realisti.

Il trionfo di una visione del mondo e dell’uomo, prettamente materiale, orizzontale, partorita tra i due emisferi dell’Occidente, che contraddistingue sia gli aspetti più alti del XXI secolo, cultura, politica, economia, ecc., sia l’ambito della normalizzata quotidianità, scandita dai ritmi del produci/consuma, sembra lasciare sempre meno spazio per una reale alternativa, destinata a pochi che intendano perseguirla. L’individuo massificato che si accalca per le strade della nostra vita, che incontriamo tutti i giorni in ogni luogo, sembra aver perduto qualsiasi slancio superiore, o la capacità di andare oltre a quel che viene rappresentato come il “migliore dei mondi possibili”.

Ogni pulsione deleteria viene in qualche modo giustificata, ogni devianza deve trovare una soluzione in qualche fattore non intrinseco ad un concetto di responsabilità individuale, ma di errata interpretazione degli “immortali principi” che dominano il presente; quello di libertà soprattutto. Quindi, le fenomenologie superficiali che portano il concetto di libertà individuale a manifestazioni estreme, patologiche, distruttive e autodistruttive, non vengono vissute come un fallimento del “migliore dei mondi possibili”, quanto ascritte ad una sorta di banale serie di incidenti di percorso, svuotati della loro gravità e dati in pasto ai media, sempre pronti a spettacolarizzare ogni evento non in nome della verità, bensì al raggiungimento di un’attenzione morbosa ed autoassolutoria dello spettatore/medio occidentale, che si convince così di come la propria “normalità” quotidiana sia fortunatamente lontana da eccessi ed estremismi di ogni sorta.

In parallelo, il sistema dominante, si guarda bene dal comprendere ed affrontare le cause di un certo decadimento etico, valoriale e culturale della società dei consumi, in quanto se compisse tale percorso dovrebbe mettere in discussione le fondamenta stesse della propria legittimazione organica, ovvero, andrebbe a mettere a nudo la vacuità dei principi di cui si fa portatore.

Criticare e sanare radicalmente le devianze della società contemporanea, i cui frutti malati si manifestano esponenzialmente nelle ultime generazioni, vorrebbe dire ammettere un fallimento epocale del modello materialistico ed omologante impostosi in Europa dopo il 1945, e che sta penentrando nel resto del pianeta dal collasso del comunismo nel 1989, fino ai giorni nostri.

Quindi, per chi coordina il sistema vigente, è molto meglio procedere a tappe forzate verso lo svuotamento di ogni valore e di ogni principio che possa elevare e differenziare l’individuo, liberandolo così dalla massificazione consumistica, piuttosto che ammettere quanto, tale processo, stia generando devianze di ogni genere, che si annidano sempre più spesso nel vuoto esistenziale eletto a normalità.

Inutile perciò stupirsi, se la linea della tolleranza collettiva si sposta, o vien fatta sapientemente spostare, con sempre maggior frequenza verso livelli proporzionalmente più elevati di decadenza, in nome di una costante accettazione passiva ed incontestabile della “diversità”, che in realtà è devianza, spacciata col termine di “progresso”.

Con la scusa che “i tempi cambiano”, si porta a compimento quel processo di omologazione mondialista e di mercato, frutto delle aberrazioni liberali e libertarie dell’Occidente, impegnate in una secolare lotta contro le fondamenta di ogni Kultur identitaria. Nulla deve essere lasciato al di fuori di questo perverso mutamento nel DNA dei popoli: famiglia, identità, diritti, doveri, sessualità, educazione, individualità, socialità, ecc.

Tutto deve seguire un percorso di svuotamento e di normalizzazione, tutto deve essere posto in discussione in nome di un progressismo che, per contro, appare indiscutibile. Ogni disciplina che possa ridare forma all’uomo va combattuta, in quanto l’uomo del XXI secolo deve essere senza forma, altrimenti non potrà godere dell’essere immerso e penetrato dall’unica divinità che oggi è venerata: il benessere materiale.

Poco importa se ciò genera delle aberrazioni. Esse troveranno sempre una giustificazione nella realtà virtuale.

 

Gabriele Gruppo

 

 

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