Libia/Italia: come impantanarsi nel torbido

Libia/Italia: come impantanarsi nel torbido

Per comprendere la complessità dell’attuale situazione in cui si trova la Libia, invitiamo i lettori ad osservare con attenzione questa cartina (VEDI) che troverete sul sito dell’ISPI.

Al che ponetevi una domanda “semplice”:

Perché l’Italia dovrebbe, spinta dai suoi “alleati”, intervenire militarmente in Libia?

Perché adesso, in un contesto completamente fuori controllo; dove troviamo due governi, uno meno legittimo dell’altro, che a stento controllano alcune aree di questo Stato fallito, almeno un paio di fazioni islamiste/radicali, di cui una altro non è che la propaggine locale del famigerato Stato islamico, senza contare le varie milizie armate e tribù (altrettanto armate) che controllano il Fezzan e l’interno della Cirenaica.

Perché adesso, quindi, quando la situazione appare a dir poco compromessa, e per giunta dopo esser stati presi a calci nelle nostre istanze d’influenza dai così detti “alleati”, Francia e Gran Bretagna, il cui contributo determinante all’abbattimento di Gheddafi, ha gettato nel caos più assoluto una nazione che era tenuta insieme soltanto dall’abilità che quest’ultimo esercitava su di un complesso mosaico etnico e clanico.

Fummo letteralmente buttati fuori al momento in cui l’Occidente decise che il vecchio e pittoresco rais aveva fatto il suo tempo, e che al suo posto doveva sorgere, quasi per intercessione divina, una democrazia creata in vitro a Londra e Parigi. Mentre adesso dovremmo niente meno che guidare un intervento militare, ovviamente sotto l’egida dell’ONU, e con la spinta di Washington.

Proprio negli ultimi giorni, mentre in Italia il Parlamento era ancora alle prese con la stucchevole diatriba sulle unioni civili, il Segretario alla Difesa USA, Ashton Carter, elargiva i galloni del comando al Governo italiano per una prossima missione internazionale in Libia.

Come a dire: “Vi abbiamo buttato fuori dalla porta, ora vi faremo rientrare dalla finestra”.

Un riconoscimento del ruolo dell’Italia che si dimostra tardivo, e al quanto insidioso. Ai tempi della “Primavera libica”, cinque anni fa ormai, il traballante Governo Berlusconi, già screditato a livello mondiale, doveva digerire lo smacco di vedersi scippare la Quarta Sponda proprio da coloro che oggi vorrebbero che il Governo Renzi, che in quanto a credibilità certo non è migliore del suo (poco) illustre predecessore, inviasse qualche cosa come cinquemila militari sul campo (e che campo!), supportati dalla solita coalizione di “volenterosi”, per ridare slancio al processo di normalizzazione politica della Libia, e per sradicare Daesh con tutti i suoi locali amichetti barbuti.

Due obiettivi non da poco, se non velleitari, vista la situazione.

Da Roma sembra, ma il condizionale è d’obbligo, che la prudenza per ora prevalga. Infatti, sia il Presidente del Consiglio Renzi, sia i ministri competenti, Pinotti (difesa) e Gentiloni (esteri), pur ringraziando gli amici americani dei galloni, preferiscano prima capire se ci sia un piano serio ai piani alti della politica atlantica, o se l’Italia andrà semplicemente ad impantanarsi nel torbido di un conflitto che non ha voluto nel 2011, le cui conseguenze per così dire collaterali (leggasi migranti via mare) per il momento ci hanno portato in dote solamente la dimostrazione che l’Unione Europea pretende molto dall’Italia, ma che quando si tratta di dare fa orecchie da mercante.

Per giunta appare chiaro che nemmeno coloro che oggi ci vorrebbero di nuovo in campo libico con i nostri soldati, ovvero Francia e Gran Bretagna, hanno le idee chiare.

Parigi coccola il sedicente Governo di Tobruk, che avrebbe garantito anzitempo alla compagnia petrolifera transalpina Total lo sfruttamento di oltre il 30% delle riserve libiche d’idrocarburi per i prossimi decenni, ovviamente a guerra finita (“dettaglio” non da poco). Londra si muove in sinergia con l’Egitto per il controllo della Cirenaica. L’Italia, invece, ha tessuto in questi anni tumultuosi rapporti stretti con il Governo di Tripoli, ovviamente attraverso il braccio diplomatico dell’ENI, che proprio nell’area della Tripolitania ha preservato il nocciolo duro dei propri interessi nella nazione africana.

Il problema per l’Italia, se vogliamo usare un eufemismo, è compattare non soltanto i bellicosi contendenti libici che si spartiscono questa carcassa di Stato, ma soprattutto capire se il campo occidentale sia capace di muoversi in modo coordinato, o se al momento di mettere gli scarponi sul terreno ognuno seguirà la tendenza a farsi gli affari propri.

Il nostro timore è che tutta questa enfasi sul ruolo dell’Italia in Libia, palesata dai nostri “alleati” ed “amici” tanto continentali quanto transatlantici, celi la fregatura dietro alla prima duna del deserto.

Se la voce di Roma non contava nulla quando si decise a Parigi e Londra di defenestrare Gheddafi, allora perché dovrebbe contare qualche cosa oggi, in un contesto così radicalmente mutato?

A Tripoli non c’è più Gheddafi, che sarà stato anche un dittatore ed un figlio di puttana (scusate il francesismo), ma era il NOSTRO figlio di puttana, ed il suo controllo sulla Libia era totale. A Tripoli oggi c’è il simulacro di uno Stato fatto a pezzi da cinque anni di guerra civile, con cui manteniamo rapporti di collaborazione giusto per non dover far fare un costoso fagotto al nostro cane a sei zampe.

Secondo noi ciò non basta per motivare un intervento armato dell’Italia, né nei panni di nazione capofila, né in quelli di semplice gregario.

 

Gabriele Gruppo

 

 

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